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giovedì 6 giugno 2013

La bottega del senso - (carte estratte: 1 13 17 - tiraggio di Daniele R.)



Nella bottega del senso non c'erano candele. Anche in una giornata d'estate, dentro c'era sempre penombra.
Il nome per i più suonava ingannevole e visitavano quel bizzarro luogo, solo pensando di poter trovare un senso alle cose, restando però puntualmente delusi quando si rendevano conto che lì ad aspettarli c'era solo un buon tuttofare che riparava gli oggetti.

Donato, così si chiamava quell'uomo, aveva una sua personale filosofia, credeva che se qualcosa funzionava "è un buon segno" e che un buon segno potesse dare senso a ciò che egli stesso faceva.
Per questo l'aveva chiamata così e forse a conti fatti, la bottega del senso serviva solo a lui, fiducioso com'era che tanti "buoni segni" messi in fila potessero tracciare una rotta.

Dopo un primo momento di smarrimento, ogni persona che si ritrovava nella bottega, forse per paura di esser presa per pazza facendo domande sul senso delle cose nel luogo sbagliato, si sentiva in dovere di dare qualcosa da riparare a Donato.
Del resto chi non si è mai sentito sciocco per essersi sbagliato in una qualche situazione?
Provate ad immaginarvi anche solo per un istante, mentre entrate in un macello pensando di trovarvi una sartoria. Convinti profondamente che lì si vendano camicie, non uscireste da quei luoghi con almeno due braciole sotto braccio?

Così per la stessa ragione, chiunque si trovava di fronte a Donato pronto a sentire quale fosse il suo proprio senso, in una sorta di inversione di marcia fatta all'ultimo momento, all'improvviso si sentiva in dovere di metter sotto al naso del bottegaio quello di rotto che aveva con sé, magari un orologio fermo, una scarpa col buco, un orlo da rifare o delle lenti malferme sulla montatura.
Ed è così che a pensarci bene, senza la bottega del senso e senza essersi trovati nel posto sbagliato a ringoiare domande senza ragione, ognuno di loro avrebbero continuato ad arrivare in ritardo, ad avere i piedi doloranti, gli occhiali sbilenchi e chissà quali mille altre cose che non potevano altrimenti trovare un senso.
E riparando le cose, Donato continuava a scivolare dolcemente verso nord.

sabato 19 gennaio 2013

I dieci fagioli - (carte estratte: 13 11 17 - tiraggio di Selena B.)




Era ormai buio e si lasciò cadere nel campo incolto di qualcun altro, con la schiena all'indietro.
Fece un suono molle quando batté di piatto nel fango: mai giocare al gioco della fiducia da solo, perché nessuno poi ti raccoglie.
Era un'idea sciocca ma Taddeo aveva voluto provarci lo stesso e mentre colava a picco nella melma, pensò a quanto fosse buffo lasciarsi morire così: non avrebbero dovuto neanche seppellirlo.
Affondò completamente nel fango.
Solo le dita dei piedi ne rimasero fuori.
Quelle non sarebbero mai andate sottoterra.

Sofia non si dava per vinta, si perché anche se quel campo incolto non le aveva mai dato nessun frutto da mettere sotto i denti, lei ci lavorava ogni giorno.
- Fanghiglia!
La definivano i più.
Al campo mi riferisco - ovviamente - anche se a pensarci bene, lei il dubbio di non essere molto amata dagli altri contadini dei dintorni un po' lo aveva.
Sofia era quella stralunata, quella che forse le regole di come si coltiva non le sapeva bene.
- Sono cose da uomini.
Dicevano i contadini.
- Ma sono pur sempre una donna! - ribatteva lei. - E' nella mia natura che prima o poi qualcosa riuscirò a far nascere.
Il campo fangoso era lì ad aspettarla come sempre.
La donna le vide subito quelle piantine che ieri non c'erano, perché sbucavano pallide dalla scura terra melmosa.
Finalmente aveva di fronte a sé la prova che tutto quel lavorare non era stato solo tempo perso, come sostenevano i soliti quattro bifolchi. Con il cuore che batteva in petto, Sofia si precipitò al centro del campo per ammirare da più vicino quella meraviglia.

A guardarli bene sembravano dieci piccoli fagioli in fila, e fagioli di tutto rispetto: avevano persino le unghie.
Era arrivato il momento di agire con la massima cura dopo tutta la fatica che c'era voluta per far germogliare qualcosa, ora tutte le sue attenzioni si sarebbero concentrate su quel fazzoletto intorno ai suoi fagioli.
Quella pianta era davvero strana, cinque fagioli a destra e cinque a sinistra, speculari per dimensioni e posizione, in ordine d'altezza andavano dai due centrali più alti e cicciotti, sino ai due esterni più piccoli e ricurvi a gancio.
La donna con le dita ne tastò la consistenza, si piegavano avanti e indietro senza fare troppa fatica, mentre non c'era verso di spostarli di lato senza portarsene dietro almeno altri quattro.
- Chissà che pianta sarà? Tra tutti i semi che ho lanciato a casaccio nel campo, proprio non mi ricordo di averci buttato dei fagioli.

Da adesso in poi avrebbe dovuto procedere usando il buon senso.
Innaffiarli abbondantemente non gli avrebbe fatto di sicuro male, ma appena versò dal secchio tutta quell'acqua, le piantine cominciarono ad andare a fondo.
- Diamine!
Questo era un bel problema, dopo tutto il tempo che aveva atteso che almeno una pianta sbucasse da qualche parte, rischiava ora di perderla il primo giorno.
Forse il terreno era troppo fangoso, forse tutta quell'acqua era stato un errore sin dall'inizio, avrebbe dovuto evitare di bagnare in continuazione.
Senza perdersi d'animo cominciò a portar via dal campo l'acqua in eccesso, togliendone coi secchi lo strato superficiale, il sole fece il resto e nel giro di pochi giorni il campo era umido al punto giusto, né troppo né poco.
Ma nonostante tutto, quei dieci fagioli non crescevano.

Mentre Sofia se ne stava lì accosciata vicino alle piantine, pensando a quale sarebbe potuta essere la sua prossima mossa, successe l'impensabile: le piantine si scossero come se soffrissero il solletico.
Lei cascò sul sedere, spaventata dall'improvviso animarsi di quei germogli e appena si riebbe, tornò ad osservarli da vicino.
Ecco cosa li faceva tanto ridacchiare, un nugolo di formiche camminavano su quelle piantine cicciotte, mordicchiandole di tanto in tanto.
Avrebbe dovuto trovarvi un rimedio, per farle andare via da lì.
- Care formiche! Perché vi accanite con le poche piantine che ho nel mio campo?

In effetti le venne in mente un bello scherzo.
A differenza del suo, nei campi di quegli antipatici dei contadini che la prendevano sempre in giro c'era molto più ben di Dio, così si mise a cercare la regina delle formiche per farle "un certo discorsetto".
Era quella con il turbante rosso, non fu difficile trovarla.
La prese con delicatezza sul palmo della mano e sollevandola da terra le fece vedere che al di là della collina c'erano dei campi molto più invitanti per banchettare.
La regina delle formiche la trovò una cosa giusta e dopo aver ordinato alle altre di mettersi tutte in fila, si allontanarono dalle piantine di Sofia.
Ma quei dieci fagioli non crescevano.

Così per la rabbia si mise a dar pugni tutt'intorno, dandone di così forti da far girar la terra a gambe all'aria e quello le fece venire in mente che una volta qualcuno, le aveva detto che i campi si devono arare prima di coltivare.
Arò il campo, ma i fagioli non crescevano.

Allora Sofia penso che ora che il campo era umido al punto giusto e che non c'erano più parassiti a minacciarlo e che aveva smosso tutta quella terra, forse un po' di compagnia a quelle piantine non avrebbe di sicuro guastato.
Però doveva essere compagnia di un certo tipo. Lei era solita raccogliere semi qua e là a casaccio nel bosco, senza troppo preoccuparsi di che piante avrebbero dato, mentre i dieci fagioli erano così belli che come vicini di casa si meritavano dei semi comprati al mercato.

Piantò quindi questi altri, i quali cominciarono a germogliare in quel terreno ormai fertile e bonificato.
Ma solo i dieci fagioli non crescevano, allora cominciò a rispettare il ciclo delle stagioni e a piantare al momento giusto sperando che cambiasse qualcosa.
Eppure non crescevano, allora pulì il terreno dalle erbacce.
Ancora non crescevano, mentre tutto il resto era una gioia di colori e sapori, di ottime verdure e frutti succosi; poi concimò, rigirò la terra di nuovo, la accudì, imparò chiedendo agli altri contadini, ascoltò il vento, seguì le lune, diventando infine una vera contadina con un campo straordinario.

Verdura, frutta, fiori, tutto rendeva quel terreno il più bello.
Ora era lei ad essere un punto di riferimento per tutti gli altri contadini, vincendo ogni singola gara di paese, da quella per i più grandi ortaggi a quella per i frutti più succosi.
Eppure i dieci fagioli si ostinavano a non crescere.
- Testardi!

Certo di sicuro stavano bene, si stiracchiavano, si flettevano e se li solleticavi ridevano, ma niente più.
Poi un giorno le venne in mente che forse non crescevano perché erano sempre stati maturi.
Che sciocca! Perché non ci aveva pensato prima?
Così Sofia ci si mise d'impegno e cominciò a tirare tutti insieme i dieci fagioli via dal campo e più tirava, più le lunghe radici si sfilavano dalla terra. Non aveva mai visto radici così grandi in confronto a piante così basse.

Con grande fatica finalmente estrasse tutto Taddeo, che tanti mesi fa era triste perché lanciandosi di schiena nessuno lo aveva raccolto.
Non gli sembrò vero di rivedere il sole, con il cuore colmo per trovarsi di fronte a lei, che in quei mesi lo aveva accudito dimostrandogli un incondizionato amore.

Coltivare qualsiasi campo è cosa dura, che non può essere lasciata all'improvvisazione, forse a volte c'è bisogno di avere una piccola speranza, di vedere con i propri occhi che seppur piccoli, alcuni frutti possono nascere anche dal fango e dal dolore.

Sofia appena lo vide si sentì svenire dalla gioia di aver raccolto l'intera pianta dei dieci fagioli, e portandosi le mani al viso, cadde di schiena.
Non raggiunse il suolo.

giovedì 16 agosto 2012

La minchia del parroco - (carte estratte: 5 21 13 - tiraggio di Alessandro S.)



Quando Don Angelo chiudeva gli occhi danzava.
Danzava allegro, compiendo ampi circoli senza l'abito talare, nudo, libero e fresco; a volte apriva un solo occhio per vedere un po' di fedeli e un po' di danza.
La musica lo aveva da sempre ispirato, tanto che nel punto più alto della sua predica domenicale, con slancio cercava sempre parole nuove per intonare qualche canzone; ed era ormai pratica comune tra i fedeli, seguire le melodie di Don Angelo, senza troppo preoccuparsi di regger in mano alcun librello.
Ma un grosso problema per il parroco venne a galla, il giorno che lui stesso si rese conto di aver “la minchia” in bocca.
Ora non vorrei che da ciò voi intendeste male, perché non si trattava affatto di cosa blasfema: “la minchia” di cui io parlo non è di sicuro ciò che ora voi state pensando, ma bensì la sola parola.
Si perché un giorno, di punto in bianco, senza sapere neppure da dove quella fosse giunta, Don Angelo si ritrovò a dir soltanto: - La minchia!
Come se quella avesse sostituito tutte le sue parole.
Oh Diavolo di un destino birbante!
Così se un fedele si mostrava devoto al padre, cercando una qualche sorta di assoluzione, rischiava di sentirsi dire “la minchia!” dopo aver vuotato il sacco davanti al suo confessore.
Che tragedia!
Don Angelo benché fosse pastore del signore, abituato ad aver confidenza con questioni “da pescatore”, a quel punto non seppe più che pesci prendere e rispondeva solo con un sorriso ed il gesto della croce, dispensando a destra e a manca più benedizioni di quante non ne fossero necessarie.
Ma nella sua testa, la risposta ad ogni domanda continuò a rimanere insistente “la minchia!”.
Potrei scriverlo di continuo: la minchia, la minchia, la minchia...
Più di cento o mille volte non basterebbe purtroppo a  farvi capire, quanto fosse il disagio del pover'uomo.
Ripercorrendo all'inverso il momento in cui si era ritrovato a ripetere per la prima volta quel mezzo mantra ed anatema, si accorse che accadde al terzo giro di danza della domenica precedente.
Lì con gli occhi chiusi, nel bel mezzo della predica ai fedeli, mentre ballava nudo nella testa per trovare parole sincere, si immaginò di far tre belle piroette ed alla terza si volse verso tutto l'imbarazzo che aveva in mezzo alle gambe: la minchia!
Se quando immagini qualcosa tieni gli occhi ben stretti, quella fantasia rimane tua per sempre, ma ad aprir anche solo di poco mezzo occhio piccolino, ogni tua idea si affaccia al mondo.
In quel preciso istante, con un occhio chiuso nell'estasi fantastica e l'altro mezzo aperto per ritrovare il concreto dei fedeli che ascoltavano la messa; quell'immagine fin troppo forte e che fa a pugni con la santità del Cristo, saltò fuori dall'occhio semiaperto per aggrapparsi alla bocca di Don Angelo.
“La minchia!” come conclusione della funzione, benché potesse esser piena di poesia, fu prontamente ingoiata dal prete per non deludere i suoi fedeli.
Ma da quel preciso istante lei cominciò a farsi strada dallo stomaco alla gola, fino a prendere dimora stabile sulla lingua del sant'uomo.
“La minchia” per un uomo di chiesa è un grave problema, che non poteva ancor per troppo tempo stazionare lì senza uno scopo ben preciso e anche se virtuosamente Don Angelo era uscito da quell'impiccio per tutta la settimana, alla predica della domenica, il popolo di Dio avrebbe voluto sentir da lui sante parole.
Giunse così il giorno benedetto e com l'abito talare indosso il prete fece il suo ingresso di fronte ai fedeli.
Sforzandosi così di nulla immaginare, tenendo gli occhi ben aperti per non doversi ritrovar nuovamente troppo libero a danzare; Don Angelo decise che fosse giunto il momento tanto atteso della predica: così cominciò com'era suo solito a cantare.
- Laaaaaa… Laaaaaa... Laaaaaaaa... Miiiiiiiiiinnnn... chiiiiiiiiiii... aaaaaaaaa...
e tutti in coro giù a cantar ancor più forte.
- Laaaaaaa… Miiiiiiiii... nnnnnnn... chiiiiiiiii... aaaaaaaa...
e poi ancora con più vigore, sino a far vibrare per suono pieno i vetri ornati della chiesa.
Così forte che noi tutti, presi dal canto non si bada alle singole strofe, rapiti dalla melodia che armonizza con lo spirito.
Tanto più grande è qualcosa, che si fa fatica a distinguerla, poiché gli occhi son troppo piccoli per trattenerla nel suo insieme.
Così da quel giorno, per Don Angelo e i suoi fedeli “la minchia” divenne della chiesa la più bella canzone.

venerdì 13 aprile 2012

Malvina a raddrizzar i torti storti - (carte estratte: 9 3 13 - tiraggio di Mara)



Ciò che accadde a Malvina quando i suoi figli raggiunsero l'età dell'avventura, non dovrebbe stupir nessuno di voi lettori, che benché siate soliti tener ben saldi gli occhi su queste righe, potreste un bel giorno ritrovarvi in simil strampalata situazione. Leggete allora con accortezza, poiché forse tra queste righe potreste trovar un centro alla vostra visione.
Malvina, come poc'anzi menzionavo, era una donna dallo sguardo gentile che aveva due figli giunti ormai in odor d'avventure, tant'è che presero l'armi in mano decidendo di muoversi verso il mondo per percorrerne le glorie.
Marzio e Manfredi, così si chiamavano i due fratelli, salutarono la madre e saliti a cavallo partirono.
Lei che da sempre li aveva tenuti sotto gli occhi, li guardò allontanarsi verso quelle vastità, con il cuore colmo di gioia e tristezza per ciò che a ben vedere è un naturale abbandono, e quando quelli giunsero al bivio sulla linea dell'orizzonte presero dunque la loro decisione.
Marzio disse come tuono.
- Io percorrerò le vie dell'est che son cariche di tesori e sfide, il mio braccio che è sì forte spazzerà via in un sol colpo ogni ostile. Troverò ricchezze che porterò a nostra madre, così che ella non debba della nostra partenza mai aver rimpianto.
Manfredi di rimando sostenne.
- Io da me mi perderò per le vie dell'ovest, dove va il sole a coricarsi, dove il pensier si placa e mi potrà pervadere nel sonno. Cercherò i più illustri ragionamenti e i tesori del di dentro, così che a nostra madre porterò in dono parole preziose come l'oro, che saranno seconde sole alla dolcezza dello sguardo con cui ci ha cresciuti.
E dopo tutta questa poesia, cari amici, devo dire che anche a me la lacrimuccia cala e mentre la goccia mi si stacca dall'occhio in verticale, quei due si separarono in orizzontale.
Malvina che non distribuì mai in disugual misura l'amore che per i due figli provava, seguì con lo sguardo fiero di una madre quelli che si allontanavano in direzioni opposte, ritrovandosi così in poco più che un battito di ciglia ad aver gli occhi belli spaiati e storti, che pareva esser diventata uno di quei grossi lucertoloni che cambian colore così come cambia il mondo.
Così da quel giorno, ella dovette per troppo amore far i conti con questa strampalata situazione.
Malvina dagli occhi storti, così solean chiamarla, se ne andava in giro per le vie con un cuscino legato in fronte per rimediar alle tante botte che rischiava di prender in capo, si muoveva lenta per non farsi troppo male.
Tutto il suo giorno era diventato un continuo andar di lato, e benché sapesse con un occhio che procedeva verso dove doveva andare, contemporaneamente con l'altro vedeva che si allontanava da dove doveva venire non capendo mai da dove doveva stare, così che per lei il "quando adesso" era diventato un concetto difficile da afferrare.
-Io Malvina vivevo nel prima di dove vengo, vivo nel poi di dove vado, ma dove sono capitata adesso?
Eh si perché girando in ogni dove, la poveretta se ne era andata dritta dove non doveva andare e quando la trovarono a rovistare nelle stanze segrete del palazzo, il re se ne ebbe così a male che la fece imprigionare sulla torre più alta del castello.
Cara Malvina che fine impietosa che hai fatto, resa colpevole per troppo amore. Ti sarebbe convenuto tener gli occhi belli a fianco non sforzando troppo i bulbi sulla linea d'orizzonte.
Ma poi a ben vedere, da quella posizione sulla torre del castello a Malvina fu concesso un privilegio, eh si! perché con quegli occhi che facevano a botte poté veder in opposta direzione causa, effetto e reazione.
Così se il re andava a trovare una damigella, poteva di rimbalzo veder pianger la regina. Se quello invece sul trono dava udienza col sorriso, ella poteva veder che prima aveva mandato le sue guardie ad intimidir chi non pagava i tributi. E ne vide così tante che a niente più servì il cuscino per evitarle i mal di capo.
Quante storture nella vita, quante ingiustizie oltre alla sua, e se lei non avesse più potuto rimetter gli occhi in linea si chiese se almeno quel suo sovvertimento non potesse esser di qualche aiuto ad altre alme.
Così con le lenzuola cominciò a provare a raddrizzare i torti storti in quel paese, e quando vedeva il re mandar le guardie a far razzia, lei appendeva fuori un lenzuolo piegato quattro volte, che voleva dire che "era ora di far quadrato" e i contadini comprendevano di correre ai ripari; mentre quando vedeva quello pronto per la damigella, il lenzuolo lo piegava in tre perché la regina sapesse del terzo incomodo.
Come una lanterna alzata da lontano, dalla sua prigione salvava tutti, ma proprio tutti, che ormai era diventato un rito quotidiano guardar la prigione sulla torre non con sospiri ma con speranze.
Lenzuolo steso: tutto liscio.
Piegato in due: sappiate sceglier.
Ritorto in tre: il terzo incomodo.
Chiuso a quattro: facciam quadrato.
Fisarmonica a cinque: la solita musica.
Specchiato a sei: guardarsi alle spalle…
E via così passando per tutti i modi e i numeri di piegare quello.
Il re ne usciva pazzo, non capiva perché non gli fosse più permesso nulla senza che prima qualcun altro non lo venisse a sapere.
Ma dopo tutto questo arrivò il giorno in cui Marzio e Manfredi, l'uno dall'est e l'altro dall'ovest si ritrovarono ad incontrarsi sul bivio che riportava al paese.
Non trovando al suo posto la madre, quei due cominciarono a chieder spiegazione e quando il re indicò la torre sulla quale non aveva mai posato lo sguardo per troppo orgoglio, si rese conto del lenzuolo.
Le guardie assediarono i due fratelli che si batterono a suon di mazzate e ragionamenti fini, ma non bastò per loro tutto quel viaggiare di fronte al potere del re, e caduti in catene furon portati sulla piazza principale.
Il re capito a questo punto di essere lui ora il solo ad aver subito un torto storto, decise di dar una lezione esemplare a Malvina, che fu condotta anch'essa sulla piazza.
- Non mi ricordo quale cantore mi ha detto, che saper allevare un figlio è come tender l'arco, dando loro direzione per poi saperli lasciar andare - Disse il re. - Sarà così che oggi a tutti voglio dimostrare quanto ciò corrisponde al vero e quanto grave è prender certe decisioni.
A Malvina fu messo in braccio arco e due frecce da incoccar insieme.
- Stai ora dinanzi ai tuoi figli e a due bersagli, se incoccando quelle insieme colpirai la paglia colorata essi saranno liberi, se invece non saprai dove ben mirare sarai tu a dargli la morte, e infine se non vorrai tirare sarà la mia mano a fargli saltare le teste. A te la responsabilità di saper guardare al centro.
Con un occhio rivolto all'est e quell'altro rivolto all'ovest, mentre ella procedeva verso dove doveva andare e contemporaneamente vedeva che si allontanava da dove doveva venire, si trovò a dover riafferrare il concetto ormai poco pratico del dove doveva essere adesso.
E così cominciò a girare su se stessa, vorticosamente, sempre più veloce al centro del suo punto.
Niente più prima né tantomeno poi, niente più sono stato né sarò, niente più ti ho guardato né ti guarderò.
Non importa dove guardi, ma è la giusta distanza che definisce il punto dove colpire.
Le due frecce partirono all'unisono.

Marzio e Manfredi, così si chiamavano i due fratelli, salutarono la madre e saliti a cavallo partirono.
Lei che da sempre li aveva tenuti sotto gli occhi, li guardò allontanarsi verso quelle vastità, con il cuore colmo di gioia e tristezza per ciò che a ben vedere è un naturale abbandono, e quando quelli giunsero al bivio sulla linea dell'orizzonte presero dunque la loro decisione.
Malvina li guardò da lontano, poi prima che questi si separarono, si voltò e tornò in casa.
Prese un lenzuolo e lo piegò in due, poi partì per il paese.

lunedì 9 aprile 2012

Tre vestiti per viver meglio - (carte estratte: 13 15 0 - tiraggio di Roberta)



Senza vestiti forse ancora ci si può stare, ma senza derma a girar per le vie la gente ti guarda male e non vi è cura per potersene abituare.
Egli era nato così, senza pelle alcuna che lo potesse proteggere dal mondo. Non aveva un nome, non aveva una famiglia, ma gli occhi erano di un blu intenso. Non bastò.
Eh si! perché quando girava per le strade lo chiamavan in vari modi, e tra gli epiteti meno offensivi c'eran "mostro" e "rosso maglione".
Stanco ormai di tutte queste maleparole decise che era giunto il momento di essere come tutti gli altri, pensò per cui di procurarsi una pelle da indossare e scuoiato un povero cristo in una stretta via laterale, ci mise un bel pò a capir come si infilasse quel vestito. La notte intanto coprì tutta la vergogna di quell'altro, che finì morto e nudo per davvero.
Il nostro se ne andò il giorno dopo bel bello per le vie, sicuro che la sua condanna ad avere il dito puntato contro fosse giunta a conclusione, e invece no, perché al suo passare tutte le femmine gridavano scandalizzate nel veder quell'uomo nudo, seppur con su ora una pelle.
Le vecchie signore davanti alle chiese, svenivano al suo incedere come margherite in autunno, benché loro stesse non fossero certo nel fior degli anni. La gente sentendosi offesa dal suo vestito di pelle, lo prese a sassate sul selciato, e gridandogli tutto il loro sdegno per quelle nudità, lo fecero correre via a gambe tese.
- E neanche questa è servita a niente, ma come devo fare?
Realizzò così in un sol colpo che per star tranquillo tra la gente non ti basta indossare un sol vestito, ma ne servono almeno due.
Benissimo! Sapeva di poter migliorare.
Fu così che prese dei vestiti lasciati al bordo del fiume, mettendoci anche in questo caso un pò a capire come si infilassero.
Mentre il mendicante che li aveva messi lì per andarsi a fare un bagno morì dal freddo, egli se ne andò bel bello a passeggiare per le strade del paese.
E provate ad indovinare! La gente lo prese a maleparole perché con quell'aria cenciosa pareva un appestato e gli diedero così tante bastonate, che se veramente avesse avuto la peste, ne sarebbe guarito, perché quella pur di non prendersi tutte quelle botte, gli si sarebbe levata via dal corpo senza neanche salutare.
Ah! che guaio, quel popolo che non lo aveva giudicato abbastanza elegante. Nonostante avesse adesso non uno solo, ma ben due abiti a sigillare quanto ci tenesse ad esser come tanti.
Fu così che gli venne un'altra bella idea, probabile dovesse dimostrare di essere elegante, perché alla fine non importa che tu sia vestito, ma di fronte all'eleganza ti si aprono porte, sorrisi ed abbracci.
Pensò che un bel tocco di grazia gliel'avrebbero potuta dare due bei gemelli appesi ai polsi e visti da lontano due biondi fratellini, gli staccò di netto le teste per poter allacciare per bene i polsini della sua camiciola.
Fu un interessante passeggiare, tra grida di cristiani che lo chiamavano "assassino" e pure "gobbo", si perché quelle due tenere testoline gli pesavan sulle braccia, così tanto da farlo procedere piegato.
Trascinandosi a capo chino per le vie, inseguito dalle guardie che di sicuro non lo volevano abbracciare, scorse da quell'impropria posizione un bel chiodo sul selciato.
Quando arrivò a casa, troppo stanco per andare oltre la sua voglia di non sentir più verso sè parole infami, appese al chiodo tutti i suoi vestiti: quelli eleganti con gemelli, quelli secondi che vanno sui primi, e infine quelli primi che non si sa mai da che parte te li devi infilare.
Così mentre egli nudo e senza pelle ritornò per le vie a passeggiare, nessuno di quelli lo prese più a maleparole, troppo intenti com'erano a cercare tra le case quell'assassino gobbo, che tanto fino a quel giorno li aveva fatti penare.

sabato 26 novembre 2011

Il dilemma delle tre gabbie - (carte estratte: 13 4 15 - tiraggio di Stefano M.)



- Cip cip!
Il barone aveva un vizio: spremeva i canarini come fossero limoni.
Non che in questa cosa vi fosse un fine discernimento, ma egli per comprovare che teneva il pugno di ferro, li strizzava per benino in fronte a chi gli veniva a chiedere qualche concessione su questioni di moneta.
Aveva una bella gabbia d'argento nel suo studiolo, con dentro tutte quelle ali che frullavano, e man mano che ne strizzava uno, questi veniva rimpiazzato con un altro, così che il numero fosse sempre uguale.
Saverio era piccolino e sapeva bene l'abitudine del padre, e sensibile com'era ogni volta che un canarino veniva strizzato, sentiva come se il barone stringesse tra le dita il medesimo suo cuore. Così un giorno il figliuolo decise che avrebbe salvato da compressione se stesso e tutti quelli.
Ora per farvi capire nel profondo quanto per lui la cosa fosse urgente, vi dovrei raccontar per bene la procedura di stritolamento, così da farvi patire il dolore che provava il piccolo nel vederla. Ma mi riservo dal fare ciò solo perché le parole non renderebbero bene tutti i crick e crack, degli ossicini tra le dita.
Saverio che ci perdeva le giornate ad osservare l'allegro volo dei limoni in gabbia, si chiese come poter fare a salvar ben tredici canarini senza perderne la grazia?
E se per ogni volta che il padre aveva stretto tra le dite uno di quelli, il suo cuore vi si era stretto assieme, pensò che gli allegri potessero al contrario gonfiargli il petto. Così uno per volta li raccattò dalla gabbia e se lo infilò nella camicia, curandosi di chiudere per bene l'ultimo bottone una volta che il tredicesimo fu dentro.
Fu una strana quanto piacevole sensazione, perché quelli frullando tra maniche, schiena e petto, gonfiavano e sgonfiavan la camicia manco fosse un mantice.
- Cip, cip… cip… cip, cip, cip.
Per nascondere al padre il suo gesto, Saverio cominciò a parlare così, aprendo e chiudendo la bocca senza dar fiato, ogni qualvolta un canarino cantava.
Di fronte alla gabbia vuota, il barone rimase piegato ad angolo a pensare per giorni, non riuscendo a capire quale fosse la soluzione al dilemma della gabbia.
Prese a controllare le sbarre, la porticina, il fondo. Passò alla finestra, alla porta, e alle tasche dei servitori.
Niente! Non comprese mai che fine avessero fatto i suoi amati limoni.
Passarono ben dieci anni, e tutti nel paese avevano meraviglia di Saverio, il giovane che aveva il dono del canto tanto soave che pareva un usignolo. Io avrei detto un carino avendo l'orecchio più fino, ma la gente diceva così.
- Cip, cip, ciiip… cip… ciiiiiip…
Cantava Saverio alla messa, per rendere grazie al signore, mentre gli frullava la camicia che pareva avesse in corpo un così gran cuore da scoppiargli da un momento all'altro, e non passò molto tempo che gli venne chiesto di intraprendere il mestiere di cantore nei più grandi teatri dell'europa.
Saverio oltre a cantar come un usignolo - Pardon! - un canarino, passava anche per eccentrico. Per anni per non far scoprire i limoni che gli svolazzavan nella camicia, commentava firmando contratti con dei bei…
- Cip… cip… ciiiiip, cip…
- Sono artisti, hanno in corpo qualcosa che li rende speciali.
Dicevano intorno a lui, aumentandone ancor di più il prestigio.
E dall'ambasciatore, tra le cosce della bella prosperosa, e addirittura davanti al papa, Saverio cinguettava che era una gioia sentirlo. Mai neanche una parola per non farsi scoprire, ma tanto i discorsi dell'arte li capivano oltremodo tutti.
Non vi fu giorno che Saverio non ringraziasse i suoi tredici compagni di viaggio, facendo scendere semi, bacche, acqua e quant'altro giù per le maniche. Aveva preso pur l'abitudine di salire sui rami più bassi degli alberi per far balzi giù, sperando che forse quei tredici lo avrebbero persino portato in volo, ma ogni volta tornava per terra e andava in teatro.
Il giovane cantante fece una carriera strepitosa, senza che gli mancasse niente, né a lui né ai suoi compagni, e quando divenne curvo come il padre tornò a vivere nella casa dove c'era la gabbia d'argento. Tornò dove suo padre era rimasto per anni piegato a fissare la gabbia senza risolverne mai il dilemma fino a che la morte non gli aprì la finestra.
Un giorno mentre stava al davanzale, Saverio scorse su un albero lì di fronte, proprio sulla cima, un enorme nido vuoto che sarà stato di una cicogna o di un qualche uccello bello grande.
I canarini, nonostante l'improbabile età frullavano cinguettando più che mai, come se volessero dirgli qualcosa. Così Saverio, che intendeva ormai il linguaggio degli uccelli, decise di fare a loro il più grande dono: il nido più bello e spazioso che egli avesse mai scorto in vita sua.
Cominciò così la scalata verso la cima e ramo dopo ramo, passato un pomeriggio intero, fu sulla punta. Uno per uno Saverio adagiò i vecchietti nel nido e appena il tredicesimo fu giù, tutti insieme senza né un cip né un cip cip se ne volarono via.
Saverio, rimase li appeso in bilico, senza poter neanche fargli un saluto con la mano, non capendo bene dove quelli fossero andati.
Rimase in bilico li sopra per anni non afferrando quella scortesia.
E a volte mi ritrovo a pensare, che solo un canarino può comprender bene quale sia la soluzione al dilemma delle tre gabbie.

sabato 5 novembre 2011

Adorno duca di Villa Due Pani - (carte estratte: 12 13 9 - tiraggio di Mauro G.)



Io, me medesimo Adorno duca di Villa Due Pani, nella mia persona più intima, rivendico esser impiccato secondo le norme che moderano da tradizione specifica gli atti di morte svolti da ogni singolo membro della mia famiglia.
Poiché la mia persona discende da genia di consapevoli appesi, incasso con questa che formalmente vengano effettuate le singolari procedure, acciocché la mia dipartita accada in guisa conforme a costume.
La corda alla quale affiderò il sottile mio collo dovrà essere di canapa e lino in proporzioni eque. Intrecciati a mano i trefoli, dovranno essere in numero pari. Nove saranno i giri dei correnti attorno ai dormienti, per evitar condizioni a scorrimento fallace.
Non saranno le mura del castello né il dirupo a sostenere il mio carcame com'è d'uso, ma reclamo ch'io venga affisso a ramo di albero di quercia; che la forza e robustezza che ha rinfrancato il mio intero essere, mi sia di appiglio nell'istante del mio ultimo fiato.
Ho realizzato per l'intera mia esistenza un nutrimento puntuale e morigerato, sicché venga evitata la decapitazione da tensione estemporanea, ma si possano rompere in sequenza la seconda, terza, quarta e quinta vertebra cervicale.
Sottoscrivo come ultima mia volontà questa, poiché in me vive la sicurezza che chi ha saputo viver correttamente ha nel diritto di saper dipartire.



Fu così che Adorno duca di Villa Due Pani decise di andarsene. Non che avesse commesso nulla da meritarsi cotal fine, fu solo che così decise.
Per linea familiare egli faceva parte di una casata molto lodevole nel prender coscienza dell'ultimo respiro, e pertanto gli vennero concessi tutti quelli che ai più, potevano sembrare solo cavilli.
La cerimonia fu solenne, con corda di canapa e lino in proporzioni eque, trefoli pari lavorati a mano, giri e quercia tutti a puntino e anche la decapitazione fu evitata; ma vi si presentò un solo errore, perché benché seconda, quarta e quinta vertebra cervicale si sbriciolarono all'istante, quando la corda si tese fu risparmiata la terza.
Ora a dire il vero chiunque in quella condizione si sarebbe arreso comunque alla morte, ma il duca Adorno era così cocciuto da non morire.
Con la testa a penzoloni dal cappio che gli cingeva il collo, egli cominciò a sbraitare contro i valletti che avevan preparato la cerimonia.
- Ma come diamine può esser successo! Ho passato notti e giorni dinnanzi a calcoli e statistiche.
I valletti provarono a farlo calare dal ramo, ma egli si rifiutò con decisione.
- Non se ne parla neanche! Ho un buon nome da far rispettare, e la morte deve sopraggiungere secondo tradizione. Rimarrò qui appeso sino a quando anche la terza vertebra non si sarà decisa a seguire le sorelle sue.
Adorno quindi rimase lì penzoloni per almeno nove lune, ma nulla accadde, perché sembrava che la terza vertebra fosse più cocciuta del padrone; e in questo tira e molla con in mezzo una corda, pareva non vi fosse vincitore.
Chi passava dalle parti della quercia ormai si era abituato a veder quel tizio ciondolante come un prosciutto a stagionare, che lanciava grida a tutto spiano inveendo contro quel solo osso che non lo voleva lasciar andare. Si dondolava, si dava slancio, tirava e solo Dio sa come riusciva anche a saltellare, ma sembrava non esserci rimedio a quella lunga attesa.
Il ramo a cui era stato impiccato Adorno dimostrò così di essere il più robusto della quercia, come egli e la sua vertebra cervicale; e proprio quel singolo braccio di legno divenne ben presto il problema, perché le offerte per comprare il solido bastone dell'albero dell'appeso cominciarono a salire.
Si, perché al di là di qualsivoglia attesa, quella quercia aveva un padrone che dal legno si pagava il vitto, e quando si trovò a dover far coricare l'albero per farne materiale da costruzione, al duca non andò proprio giù di veder infranto il suo sogno di morir da impiccato nella regola dei suoi avi.
- Qui non vi è rispetto neanche per un moribondo con il collo ripiegato! Ma giammai taglierete la corda che mi tiene maledettamente appeso alla vita.
E così infatti fu.
L'albero, come da suo destino, fu abbattuto per poi esser tagliato in blocchi, assi e tavole.
Con quel ramo ci venne costruita l'anima di un bell'aratro per lavorare i campi, con attaccato ancora il duca Adorno di Villa Due Pani.
Al nobile non parve vero di aver in realtà migliorato così tanto la sua condizione. Eh si, perché ora forse ce la poteva fare a farsi sbriciolare quella vertebra, visto che i buoi che tiravano l'attrezzo erano così forti, che di sicuro non ne sarebbe uscito vivo.
Per ben tre stagioni intere, Adorno solcò la terra attaccato a quell'affare, aggrappandosi alle pietre più pesanti che riusciva a raggiungere, per aumentare a dismisura la tensione della corda.
Cercava di dosare le forze per evitare la decapitazione, che di sicuro lo avrebbe portato al creatore, ma l'avrebbe fatto uscire fuori da ciò che si era proposto di fare.
L'aratro per il tanto lavoro si consumò rapidamente e dopo altrettante stagioni fu dismesso, e destinato a diventare qualcos'altro.
Del pezzo a cui egli era appeso ne fecero il bastone di un vecchio.
Quale sventura fu quella, molto peggio di non esser morto, perché quel raggrinzito, camminava così piano che chissà quanto tempo e vigore gli ci sarebbe invece voluto per tirare bene il collo di Adorno trascinandolo in così pacata maniera. Che se neanche i buoi c'erano riusciti!
- E muoviti cariatide! Che qui c'è del lavoro da fare, non è guardando le farfalle che mi si sbriciolerà la terza vertebra cervicale.
- Mio caro duca, io ci metto dell'impegno invero, che non ci sarebbe cosa che più mi renderebbe felice al mondo saperla morta perché io gli ho tirato dabbene il collo. - disse il vecchio - Potessero queste braccia avere il vigore di un tempo, lo farei tosto. Io ho vissuto l'intera vita per dare una mano al prossimo.
E passo dopo passo, anche se per ognuno ci volevan ore, il vecchio vi si impegnava davvero a provare a tirar definitivamente il bavero al signore.
- Ma chiedo venia caro duca, perché proprio da appeso avete deciso di lasciar questo mondo? Non si poteva far in modo migliore?
- Io son appeso per linea familiare. - rispose il duca che cominciò ad elencare - Mio padre morì appeso per scelta sulla forca nella piazza principale. Il mio nonno buon anima si fece attaccare al pennone della caserma militare. Bisnonno e trisavolo un sul castello e l'altro appeso alla cattedrale.
E continuò così per almeno altre tredici generazioni all'incontrario.
- Vedi vecchio, morire da impiccato è ciò che definisce chi io sia.
- Ora mi è chiaro. - disse il vecchio - e se è ciò che veramente volete, so come farlo accadere.
Il duca accettò all'istante, così finalmente si sarebbe potuto realizzare.
Il vecchio prese un coltello e cominciò ad intagliare il suo bastone, dove ancora vi era appeso il duca adorno di Villa Due Pani, e con le industri mani trasformò quel semplice pezzo di legno che prima era stato aratro, che prima era stato ramo, che prima era stato albero, che prima era stato seme caduto da un'altra quercia, in un flauto.
Ora il duca era appeso ad un bel flauto di legno di quercia, e appena il vecchio soffiò nello strumento ed una nota prese il volo, la terza vertebra cervicale con uno schiocco si sbriciolò all'istante, lasciando lì il cocciuto Adorno con un sorriso.


Io, me medesimo, ramo dell'albero di quercia, nella mia lignea persona più intima, rivendico di andarmene da questo mondo in una forma che non sia quella del nonno del padre di mio padre; poiché io possa trasformarmi in vento e suono, così che anch'io infine mi possa davvero realizzare.

domenica 30 ottobre 2011

Tutte le parole dei sogni - (carte estratte: 13 18 5)



Seduta su una sedia accanto al focolare, stava una vecchina con in grembo un pargoletto.
Poiché l'innocente, turbato da latrati lontani non riusciva a prender sonno, ella cominciò a raccontargli una novella.
Conosci tutte le parole dette nei sogni?
La morte se ne guarda bene dal raccontartele, poichè solo lei vuol sembrare la padrona della notte. Ella conosce tutte le parole che nei sogni vengon dette, e se la mattina al risveglio ci fai caso, hai solo un vago ricordo smozzicato dei luoghi al di là degli occhi chiusi.
La signora del trapasso è anche però una gran chiaccherona, e facendo fatica a tener per se cotal segreto, decise di condividere il fardello con il popolo dei lupi, che a quel tempo eran capaci di ascoltare e parlare. Questi però, per aver sentito troppo, furon condannati al silenzio in modo alquanto singolare: la morte per tener ben cacciate le parole in fondo alla gola degli animali, li costrinse a cibarsi solo delle mani dei morti, così che quelle falangi tenessero ben salde le loro ganasce impedendogli di rivelare.
Chi conosce tutte le parole dei sogni, può vivere nel mondo dei riflessi, e la morte continuava a voler esser solo lei quell'unica.
Da quel momento si diede così un bel da fare a staccar mani a noi poveri mortali. Fino a che il lupo, sempre più si abituò a quel sapore cominciando ben presto a prendere il vizio di cacciar l'uomo.
Ma tra i lupi alcuni erano convinti che il segreto dovesse esser condiviso, e questi divennero cani, per poter stare vicino all'uomo senza impadronirsi però delle sue mani.
Da noi le uniche che ricevono, sono talvolta quelle delle carezze e del dar loro da mangiare; per alcuni invece sono quelle delle botte.
Ma ai portatori del segreto non importava, e per protegger l'uomo dalla caccia della morte, decisero di perdere da soli la facoltà di parlare.
La vecchina diede dei piccoli morsi alle mani del piccolo che ormai aveva chiusi gli occhi.
E se di notte senti un cane abbaiare alla luna, sappi che in quel preciso istante sta gridando nella sua lingua particolare tutte le parole dei sogni; sapendo così di non rischiare. Perché ormai l'uomo, a discapito di quel sacrificio, ha smesso di comprender le parole che non sono le sue proprie.

sabato 8 ottobre 2011

Le parole del maestro - (carte estratte: 19 13 5 - tiraggio di Nadia S.)



Tra tutte le novelle vi posso assicurar che questa è quella più vera del vero, perché non si tratta di metter in scena personaggi nati solo da mia fantasia, ma di riportar ciò che ho visto ieri con questi mie occhi.
Vi era un uomo santo che parlava attraverso ciò che diceva la gente, dalla sua bocca non usciva mai una singola parola, ma era solito dire sempre il vero.
Egli era un moro dalla pelle d'ebano, vestito di rosso, che chiedeva una moneta per dar risposta a tutte le domande che gli venivan fatte.
Attorno alla sua santità si era detta ormai ogni parola conosciuta e molti dubitavano che ciò fosse vero, eppure ogni singola persona che aveva avuto modo di toccare con mano la sua profonda saggezza, ne era venuta fuori cambiata e nuova di pacca.
Stavano all'alba due fratelli sulla riva di un fiume, che per abitudine e carattere si davan sempre contro, e se uno diceva che il mattino ha l'oro in bocca, l'altra - che era femmina - gli rispediva indietro uno sbadiglio, per dimostrare che dalla sua cavità non cascavano monete.
Anche a loro erano giunti i racconti di chi aveva visto all'opera il santo, e se lei mossa da curiosa reverenza lo voleva veder arrangiare l'alma di un qualche poveretto, al fratello di contraltare faceva sorridere solo l'idea di vederlo cascar per terra.
Decisero quindi che quel giorno sarebbero andati a cercare il santo, per vedere se aveva da snocciolare qualche risposta anche a loro.
Nella piazza principale, un pò in disparte era seduto il moro. Non stava su una sedia gestatoria, ma su una pietra piatta accostata alla fontana più grande del paese. Le persone gli si accostavano e si sedevano, attendendo che egli finito di contemplare il mercato da quella posizione, si alzasse al momento buono per condurre chi aveva bisogno di risposte alla verità.
Un uomo magro magro sino all'osso, si avvicinò e si sedette tra gli atri. Il santo allora si alzò, camminò sino al poveretto e gli tese la mano per avere la moneta, poi fece segno a quello di seguirlo.
I due si avviarono verso il mercato.
- Santo! Signore voi siete santo! Io ho un male che non può essere guarito, un male che mi porta ad una morte certa, subitanea, spietata. Mi dia la vita! Come devo fare per guarire ora, adesso.
Io ve lo avevo detto che il santo parlava attraverso la gente, e non diede nessuna risposta a quella domanda, continuò solo a camminare, andando là dove vi era un groviglio di corpi che si accalcavano per tirare il prezzo migliore sulle merci.
- Venghino, venghino signori, che questo è il posto giusto per trovare ogni cosa.
Non si capiva nulla in tutta quella confusione, che il povero malato dovette cominciare a urlare nell'orecchio del santo per sovrastare tutte quelle grida.
- Messo di fronte a morte certa, non so più chi sono, cosa devo fare?
Ma li era tutto un'intreccio di frasi sconclusionate
- … 12 anni fa…
- Mamma andiamo a vedere…
- ... di trovare un rimedio che mi arrangi del denaro…
- Mezza strega, come fai?
- Non mangi niente!
Avete presente quando siete immersi nella folla? Sembra quasi che vi sia un'unica armonica melodia che viene salmodiata sotto forma di brusio, e come un canto ha a volte degli accenti dove qualche parola si fa strada da sola. Un mozzicone di frase. Un racconto masticato.
- Io devo sapere come poter fare! Voi che siete santissimo tra tutti, voi sapete il vero, ed io devo sapere, voglio sapere! Ve ne prego, guardatemi non vi faccio pena?
Fratello e sorella che avevano assistito sin dall'inizio a questo soliloquio da dietro le spalle dei due, tendevano l'orecchio per sentire quali parole diceva o non diceva il santo, spintonandosi a vicenda per dare ragione ognuno alla propria posizione.
- Voi scegliete quello che vi piace di più signora…
- Ne ho di tutti i colori…
- Al mercato ci vengo solo per curiosare un pò!
Il povero malato, cominciò ad incalzare per avere la risposta per cui aveva pagato il peso di una moneta.
- Santo, ditemi come fate? Come riuscite a conoscere sempre la verità?
- Signori! Signori non spingete, ce n'è per tutti se avete pazienza…
- Santo uomo siete voi! Ma non capisco, non dite niente? Io credevo che mi avreste aiutato!
- Se mi date le vostre misure, posso tagliarvi un vestito con la stoffa verde che avete scelto.
- Parlate maledizione! Voi non siete un santo! Voi credete di poter piegare la volontà delle persone! Approfittatore!
- Mia cara dama, se passavate poc'anzi, vi avrei potuto soddisfare. Purtroppo di quella mercanzia ora non ne ho più per voi.
I fratelli che avevan continuato a porgere l'orecchio per tutto il tempo, per pena vollero difendere il malato, e contro quel falso santo che non aveva invero tutte le risposte, gridarono all'unisono:
- Voi siete solo un impostore!
E come tante volte accade con perfetto tempismo, che quando a tavola nel brusio generale tutte le voci dei commensali per un istante si chetano all'unisono, quella singola frase si erse nel silenzio.
Il moro si voltò, e con grande calma, porse le mani ai due, consegnando una moneta per ciascheduno.
Poi si allontanò con andatura lenta, lasciando dietro a se il povero malato, che quasi come se si fosse fatto pietra, ad occhi spalancati non distolse lo sguardo dai due fratelli, poi disse:
- Me ne vergogno di aver finto malattia, ma speravo che per pena mi dicesse quale fosse il suo segreto di conoscer sempre il vero.
E così tutti ebbero la loro risposta.

sabato 1 ottobre 2011

Tutti i mali del mondo - (carte estratte: 16 15 13 - tiraggio di Federico F.)



Sono le pieghe delle lenzuola la causa dell'insonnia, che se invece di sentire quell'orlo premer contro pancia e coscia potessi semplicemente scivolar per superficie liscia in un sonno calmo, ci sarebbe tanto da guadagnare.
Ma il problema rimane proprio quello e tu per quanto tiri da ogni lato, non trovi scampo alla situazione, con risultato di aver trasformato quel lenzuolo in carta straccia.
Così tante erano le pieghe che Ferdinando aveva impresso nel suo letto, cha da ben sedici giorni non chiudeva occhio. Ma quando finalmente l'orbita si era fatta così pesante che gli sembrò di cadere giù dal letto, un "toc toc toc" lo rimise in piedi.
Ferdinando infilate le babbucce, con la candela in mano andò a vedere chi fosse all'uscio, quando solo due rintocchi aveva suonato la campana.
Oh per misericordia!
All'uscio si parò dinnanzi il diavolo, che appena l'uomo scostò di poco la porta quegli ci infilò le unghie rapido ed entrò in casa come il soffio freddo della notte.
- Buonasera Ferdinando.
- Buonasera signor Diavolo, data l'ora immagino sia cosa importante e improrogabile.
Ferdinando era sempre gentile, conosciuto tra tutti per i suoi buoni modi.
- Ah certo! L'importanza è presto detta, fatemi prego cortesia con la sola vostra presenza, sempre se non disturbo.
- Ci mancherebbe, prego si accomodi al mio tavolo. Le posso preparare una tisana calda per darle maggior conforto?
E in questa situazione, Ferdinando dovette rinunciare al letto, collezionando in altro modo una nuova notte con gli occhi a palla.
E mentre il diavolaccio gliela raccontava bella e lunga, il nostro pover'uomo schiacciava ventotto erbe in tisana.
- Si, caro Ferdinando, perché pensavo che a volte anche io dovrei seguire il vostro esempio: voi vi comportate bene con la vita, avete buone maniere, siete figlio rispettoso, di grattacapi non ne avete da smaltire.
E mentre il diavolo continuava a raccontargliela in lungo e in largo, come fosse norma, con la calda tisana di Ferdinando ci si lavava il culo e il fallo. Non gli si poteva dar torto del resto: la tisana era davvero rinfrescante.
Arrivò così la mattina, e quando il gallo cominciò a cantare, il diavolo salutò il pover'uomo che neanche quella notte chiuse occhio.
Ma perlomeno il letto non era stropicciato non avendoci posato le membra stanche per nemmanco un'ora.
La notte successiva Ferdinando disse:
- Questa volta non mi faccio più fregare, se all'uscio vedo il diavolo non gli apro.
Tirò bene le coperte e per non farvi nemmeno una grinza, vi scivolò dentro piano piano e non si mosse se non solo per respirare.
Toc, toc, toc.
- Questa volta, lascio perdere, se è lui faccio finta di dormire.
Toc, toc, toc.
Ferdinando andò alla porta per vedere chi ci fosse di fuori, ma vide solo un uomo magro magro fino all'osso.
- Bene! Non è il diavolo.
Così aprì la porta.
- Buonasera Ferdinando, sono la morte. Mi spiace disturbarvi a quest'ora della notte, ma è cosa assai importante.
Ferdinando allora lì per lì, dispiacendogli di far torto a quella che stava li fuori al freddo mezza ignuda, la fece entrare.
La morte si accomodò per bene sul letto e vista quella coperta senza manco una piega, chiese a Ferdinando se la potesse usare.
- Sapete Ferdinando, quando uno è così magro come me per costituzione, gli viene sempre da patire il freddo.
- Non fate complimenti cara morte: riscaldatevi.
E il nostro, alzò la coperta sulle spalle di quella, che disse.
- Ero li che pensavo, ma il Ferdinando è proprio una brava persona, che mi dispiacerebbe incontrarlo solo il giorno in cui dovrò portargli via la vita.
Ferdinando non poté far altro che pensare, che anche in questa notte non avrebbe chiuso occhio, perché da come quella era partita a raccontare, pareva cosa lunga e assai complessa.
- Si, perché tutti pensano a me come una persona che quando arriva toglie solo, si porta via la vita, la gioia, i sogni e le speranze. Ma alla fine anche io son come loro, che la notte ho anche freddo, mi vien fame due volte al dì e non posseggo altro se non una falce e un paio di mutande. E poi sono espansiva, mi verrebbe voglia di chiacchierar con tutti per ore.
Oh santa pazienza che devi avere con la morte! E Ferdinando per scaldare quella magrezza incompresa e dargli corda, gli fece vedere come si faceva a preparare la tisana, proprio come quella che aveva fatto la sera prima: ventotto erbe in acqua calda.
La morte fu soddisfatta, sentendo come quella gli scaldava le membra, e la mattina dopo salutò Ferdinando che recuperata da terra la coperta stropicciata, uscì a sua volta di casa con il sonno addosso.
- Non si può proprio più dormire! Questa notte alla morte, mi dispiace non gli apro; che benché siano interessanti i suoi argomenti, quella parla tutta fino al alba senza smettere.
E infatti arrivata la notte Ferdinando non aprì alla morte, perché lo fregò di nuovo il diavolo.
Che se uno si è preparato bene a difendersi su un fronte, dall'altro rimane sguarnito e cade in confusione.
La notte seguente poi non aprì al diavolaccio, ma alla morte. ormai quelli sembrava si fossero dati appuntamento alterno, e un giorno l'uno e il successivo l'altro riuscivano sempre a tener sveglio quel pover'uomo con le loro questioni, e per ben quattro anni egli non chiuse più occhio.
Ma una sera del quarto anno, che era bisestile, si presentò all'uscio prima la morte e subito dopo il diavolaccio.
Questi due che erano andati in confusione per quell'anno particolare, al ventinove febbraio non sapevano bene cosa fare e se l'uno pensò di ritardare di una notte, quell'altro per non sbagliarsi ragionò di anticipare.
Ferdinando a quel punto non sapendo proprio cosa fare, li squadrò per un pò dalla finestra.
- Mannaggia! Che questa volta mi ero ben preparato a non aprir né all'uno né all'altro, ma che venissero insieme non lo avevo considerato.
E aprì anche quella notte.
Ma per abitudine ormai, quei due sapevano cosa fare, e se la morte aveva imparato a preparare e servire la tisana tenendosi la coperta sulle spalle, al diavolaccio bastava solo riceverla per lavarsi poi le chiappe.
Ferdinando se ne rimase li senza nulla da fare, così si sdraiò sul letto ormai di lenzuola e cominciò a russare.

domenica 18 settembre 2011

I quattordici strati - (carte estratte: 13 3 4 - tiraggio di Gianluca C.)



Nessuno nasce orfano.
Vi è invece un istante preciso in cui lo si diventa, che fa da lama tra un prima e un dopo.
E se è vero che ogni condizione può esser sovvertita, Geremia aveva trovato allora la sua leva.
Potrei adesso aprire la danza con un "C'era una volta", per poi capitombolare su "un bambino di nome Geremia, che aveva le mani così piccole da non riuscire a tenere quei due sassolini incrostati di fango, trovati tra le pietre tombali il giorno del funerale dei suoi genitori".
Ma cadrei in errore, perchè fu solo molti anni più tardi, che egli cominciò a dimostrare quanto fosse abile a dare forma alla terra.
Il primo strato che tosto Geremia stese, fu il giorno del tredicesimo anniversario. Era crudo ma riusciva a dare un'idea generale della fisionomia: le teste, le gambe, le braccia, i seni per lei, un busto fiero per lui.
Non passò molto, che grazie al secondo strato, colmò con più personalità entrambe le figure. Quando il fango tendeva a sfaldarsi su alcune pieghe, le abili dita di Geremia sapevano arrangiare sempre una soluzione.
Il terzo strato, definì senza ombra di dubbio facendoli fiorire, che si trattava di una donna e di un uomo; e dai cinquanta centimetri si passò nel giro di un paio di mesi, ai sessanta del quarto strato, che li rese stabili.
Il quinto strato fu più difficoltoso perchè si presentò il problema di far essiccare compattando bene la superficie. Il sole poteva aiutare, ma muovere le statue all'esterno richiedeva fatica e ingegno: il peso di quella massa la rendeva una norma assai tortuosa.
Geremia doveva così legarsi un corposo baule sulla schiena e chino sotto quel carico, prima la donna e poi l'uomo, li portava fuori dalla bottega per lasciarli qualche ora all'aria vegliando su di essi.
La superficie ormai pareva solida e le fattezze erano sempre più affini a quelle di veri esseri umani: con ogni vena, pelo e imprecisione della pelle fatti di fango.
Con il sesto strato, Geremia vi si potè cominciare a specchiare: lo stesso suo naso aveva l'uomo, così come l'attaccatura dei capelli; ma il taglio degli occhi era come quello della signora.
Al settimo strato portò in ammirazione per l'intero paese la sua opera, cominciando a girare tutto il giorno con ben due bauli legati alla schiena, non sopportando l'idea di separare i compagni.
La gente li squadrava senza crederci, domandandosi se quelli fossero davvero fatti di solo fango. Persino i colori erano quelli del reale.
Geremia aveva imparato che di terre di diverse sfumature ne è pieno il mondo, e che tutti quei colori che davano vita quasi vera alle sue statue, per differente consistenza schiacciavano col peso quel buon figliuolo. La conseguenza fu che prese ad andare sempre più lento.
L'ottavo strato si pose oltre ogni significato di perfezione e dimensione. Ma dovette rinunciare all'idea di andare in processione, che anche a trascinarsi con le mani, le statue avevano accumulato così tante incarnazioni da inchiodarlo al suolo.
Al nono strato di fango straordinario, quei due colossi presero posto in pianta stabile fuori dalla bottega, perchè i soffitti non avevano dimostrato rispetto né tantomeno vergogna di esser così volgarmente bassi.
- E se voi non capite l'importanza della dimensione, io vi priverò del farvi sentire utili ed amorevoli nei miei confronti.
Da quel momento andò a vivere al di fuori.
Il decimo strato fu quello che gli spaccò di più il cuore, perchè non riusciva a darsi pace per non avere abbastanza da donare alla sua creazione.
Dormiva la notte ai piedi delle statue, e di giorno faceva centinaia di prove per trovare il modo di dar strato robusto alle sue convinzioni, ma fu con l'undicesimo spessore che risolse l'equazione.
Duri come il granito, non avrebbero più dovuto temere nulla, neanche il fulmine.
Il dodicesimo strato eliminò il superfluo, levigando i lineamenti, cercando di trovare una linea essenziale, che esprimesse con un solo gesto tutto ciò che per lui era indispensabile.
Al tredicesimo strato cominciò a piovere.
Nulla avrebbe potuto preoccupare ormai Geremia: l'opera era indissolubile.
Ma continuò a piovere.
Passando le mani sulla superficie, un sottile strato gli rimase sui polpastrelli.
Altri furono i giorni, ma non smise di piovere.
L'ansia gli diede problemi a deglutire. Poi appoggiò le mani per verificare la compattezza dei colossi, ma queste affondarono fino ai gomiti e per il peso dei due Geremia vi rimase incastrato.
Continuò a piovere ed egli ad affondare, come quando stai fermo sul bagnasciuga sabbioso del mare e pian piano ti assorbe sempre più dal di sotto.
Geremia gradualmente faceva sempre più fatica a respirare, perchè compresso ormai nelle statue ci era finito quasi del tutto dentro.
Arrivò in modo naturale che con un filo di voce, tirandosi indietro disse:
- Perdonatemi, ma ora vi devo lasciare.
Con estremo dolore fece un passo indietro, poi un'altro, lasciando al posto del suo corpo un vuoto al negativo nelle statue.
Era il quattordicesimo strato.
Poco dopo, per quella mancanza i colossi si piegarono su loro stessi, non essendo più.
Geremia non si accorse subito di tenere stretti quei due sassolini trovati al cimitero, su cui aveva cominciato a stendere il primo strato.
Le sue mani erano molto più grandi di allora. Si portò poi i sassi al naso e li odorò ad occhi chiusi, perchè si ricordò di aver letto non si sa dove, che sono solo alcune pietre a conservare ancora un odore umano.
E finalmente Geremia fu solo Geremia.

mercoledì 6 luglio 2011

Salvo chi sbaglia! - (carte estratte: 13 1 0)



A scuola la maestra lo interrogava sempre, ma non poteva cavarne nulla che non fosse sbagliato.
Sbagliava le parole perchè le confondeva, così che gesso e lavagna diventavan grigiume e arrosto, e tutti giù a ridere per quel difetto che teneva sulla lingua quell'asino bambino.
I suoi genitori poveretti, avrebbero voluto sprofondare quella volta che alla messa, invece dell'ostia, dal ministro di Dio disse di aver ricevuto dei sassi scaccolati.
Il medico sostenne che a mancargli fosse l'intelletto e il bambino fu dichiarato scemo, ma quella parola senza errore e corretta veniva inoculata a lui da tutti gli altri infanti.
E lo so bene me medesimo, che a seguir i suoi discorsi, pazzo sarei uscito pur io che con le parole a vanvera ci gioco e mi diverto.
- Avrei posticipato grazie all'uso essendo avuto.
Voleva sol dir che avea mangiato tre volte al dì.
E solo soletto continuava a rimaner in fondo alla classe, che nessuno nulla volea spartir con esso: perché la lingua slogata, se diventa virale è un bel pasticcio.
Ma un giorno dalle montagne se ne scese un feroce mostro, che sgranocchiava anime per sol diletto e dopo aver masticato ben bene almeno dodici contadini, un prefetto, due signore e mezzo sindaco; giù verso la scuola si diresse.
Tutti i bambini a gridar come matti quando quell'abominio ne spezzò in quattordici pezzetti buona parte, quand'ecco che il nostro scemo gli si parò dinnanzi e cominciò il suo momento.
- Se di strisce io mi raccapezzo, nel pudor mi invento delle mele tutte; non son stato in orzo, ma nella tua mi si rincorre!
Poi proseguì puntando il dito verso il mostro.
- Di fuochi cotti si fa per dire, che legni in fila si può sapere, sempre se la lucertola non vende vino solido! Zam zam!
Che il mostro non ci capì una scarpa al cubo, ma son discorsi che ti fan pensare, così sinceri che ti toccan nel profondo e fece retromarcia senza mai più tornar indietro.
E tutto il villaggio fu in festa, anche se parecchie vite erano state masticate, ma quello scemo si prese una medaglia e fece dei corsi per insegnare a parlare male.
Che devo dire il vero, io di gonfi sandali mi ci cullo l'intelletto e il cuore.

martedì 14 settembre 2010

Il mulino che non macinava più - (carte estratte: 13 10 4)



Se mai vi foste trovati a percorrere il sentiero che portava verso quell'affluente del fiume dell'ovest, con molta probabilità oltre le querce e la macchia del sottobosco, sareste giunti al mulino.
Quello che avreste visto sarebbe stato un mulino ad acqua vecchio di molte centinaia di anni, che aveva da sempre macinato il frumento di tutti i paesi della contea, sfruttando un gonfio torrente che si immetteva nel fiume.
Ad accogliervi ci sarebbe stato il mugnaio, un uomo anziano e gioviale che aveva molto a cuore il prossimo; non era difficile - a dire il vero - che chiudesse un occhio con quei contadini che non potevano permettersi, costo la loro stessa salute, di saldare completamente il dazio che gli spettava per la macina.
Tendendo l'orecchio, molti passi prima di giungere, avreste sentito lo sciabordio dell'acqua che faceva forza sulle pale e più vi foste fatti vicino, il digrignare interno di pietra contro pietra vi avrebbe fatto intuire di esser ormai quasi giunti.
Ma tutto questo non era più.
Il torrente, per un capriccio del tempo, decise che non si sarebbe più fatto strada tra i campi e una siccità senza fine, si portò via il ricordo del mulino.
Senza l'acqua, la ruota non aveva di che muoversi costringendo la macina ad un eterna fissità.
Il mugnaio non si dava pace e si sentiva in qualche modo responsabile per il destino di tutti quanti, ma un giorno alla sua porta si presentò un giovine contadino con del frumento da far macinare.
Il vecchio con gran rammarico, gli spiegò la situazione: senza la forza del torrente, non era possibile far funzionare la macina.
Il contadino saltò giù nel letto del torrente ormai asciutto, vedendolo sparire al di là del parapetto il mugnaio si sporse per vedere che fine avesse fatto.
Il vecchio fece un salto tale che fini sulla schiena, quando il giovane gli sbucò davanti al viso gridando di avere la soluzione.
Portarono il sacco dentro al mulino e versarono il frumento nel largo piatto della macina, poi il mugnaio seguì il contadino sino a raggiungere la grande ruota.
E lì cominciarono l'ingegno: usare le pale come i pioli di una scala.
Fu così che da un lato il vecchio cominciò ad arrampicarsi e dall'altro lato il giovane spingeva verso l'alto, e più il vecchio si inerpicava, più il giovane spingeva.
La macina cominciò a lavorare e si sentiva da dentro il digrignare della pietra.
Il vecchio continuava a salire e ripensava a tutti i bei momenti in cui il mulino aveva funzionato spinto dall'acqua, ai capelli della sua amata, a tutti i sorrisi e le chiacchere con i contadini amici, a quella volta che aveva perso dieci monete, e al suono delicato del torrente che aveva accompagnato tutta la sua vita fino a quel momento.
Con l'aria fresca sul viso sorrise, guardando verso il cielo, per un attimo gli parve che fosse lui a manovrare i meccanismi del creato, facendo scivolare le nuvole lontane.
Poi la macina pian piano rallentò.
Il frumento era stato ormai macinato fino all'ultimo granello.