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giovedì 23 maggio 2013

Ho o non ho - (carte estratte: 1 15 17 - tiraggio di Giovanna B.)



- Ti propongo una sfida. - disse il diavolo - Finché riuscirai a fissarmi dritto negli occhi, ti darò tutto quello che non hai.

Le premesse per un buon affare c'erano tutte, così senza farselo ripetere due volte, Gildo che era un mercante di grande talento, cominciò a puntare le sue pupille dritte e fisse nelle cornee di quel povero diavolo.
Per l'uomo, che ogni giorno era abituato a vedersi sfilare davanti persone di tutte le estrazioni e forme, quell'atto che forse dal diavolo era considerato così straordinario, si dimostrò per Gildo la norma.

Lo fissò pertanto così intensamente negli occhi da mettere quasi in imbarazzo quel demonio e poiché una promessa è pur sempre un'accordo, dal quale proprio un signore oscuro per sua natura non può distogliersi - così come in quell'arrangiamento - si vide costretto a dare al mercante ciò che non aveva.

Questa si che fu di per sé un impresa molto più ardua rispetto a quella di sostenere uno sguardo, perché ad ogni proposta di nuovo umore od oggetto, pareva proprio che Gildo già l'avesse.

- Ciò che non hai perché non vedo, è una matassa d'oro.
- Ce l'ho! - disse Gildo - Non è proprio puro oro, ma sta qui nei miei capelli. Me lo diceva sempre mia madre: son d'oro i tuoi boccoli.

Di sicuro non si poteva negare che non fosse vero, il biondo dorato di Gildo, faceva capolino da sotto il copricapo, così il diavolo dovette inventarsi qualche altra cosa che il commerciante non avesse, per poter mantenere la promessa fatta.

- Ciò che non hai perché non vedo, son spaventosi denti a punta per atterrire e far cader nella follia il tuo nemico.
- Ce l'ho! - disse Gildo - non son proprio denti, ma sempre bianchi e d'avorio appaiono: sono i dadi che ho con me in tasca. Bastan pochi lanci giusti per far diventar un uomo pazzo e se sei abile di mano, te l'assicuro, che di folli ne posso far diventare tanti da riempire i sanatori.

Mantenere quella promessa, per il diavolo pareva molto più complesso che sostener lo sguardo di un mercante e forse per inesperienza, data la sua giovane età, quel demonio commise un altro errore.

- Ciò che non hai perché non vedo, sono lame affilate, che possano tagliare in due chiunque ti sbarri la strada.
- Ce l'ho! - disse Gildo - Se qualcuno mi blocca il passo, impedendomi di raggiunger la meta, basta che gli chieda gentilmente di spostarsi. Sai caro diavolo, la mia lingua morbida ne ha tagliati già parecchi.

Povero demonio, pareva proprio che avere e non avere fossero quasi la stessa cosa, dovette così azzardarsi in molti altri modi.

Ciò che non hai perché non vedo, son scarpe nuove, son borse sempre piene, son carote dolci, son corde che non si sciolgono, son ore infinite, son bicchieri d'acqua per spegnere il fuoco…

Niente da fare pareva proprio che Gildo avesse già tutto, e la fila diventava sempre più lunga, la gente cominciava a spazientirsi non potendo accedere al banco del mercante.
Così tra uno spintone ed un altro e una secchiata d'acqua in testa, spensero infine i buoni propositi del diavolo, che tra tutte le cose che quel giorno avrebbe potuto avere, si dimostrò proprio privo del buon senso di non far arrangiamenti con un esperto commerciante.

giovedì 1 novembre 2012

Horror vacui - (carte estratte: 15 0 14 - tiraggio di Andrea S.)



- Tra un mese esatto, lei perderà la memoria. E' una malattia rara, colpisce una percentuale minima della popolazione, ma ci si può convivere benissimo.

Non era un pensiero rassicurante.

- Alcuni tengono un diario e probabilmente sarà la prima cosa che le verrà in mente di fare prima di cadere nel vuoto. Le consiglio di evitarlo: chi soffre di un disturbo come il suo, tende a legarsi a ricordi che non gli appartengono più. Sò che è difficile accettarlo, ma la consideri una seconda opportunità per ricominciare da capo.

Il dottor Schumann, mi congedò con un abbraccio sincero per la prima volta.
Quel gesto non lo faceva da psichiatra, tanto che prima di stringermi si tolse gli occhiali.
Poi mi scostò tenendomi per le spalle e guardandomi da sotto le folte sopracciglia disse:
- La prossima volta che ci incontreremo, lei non si ricorderà di me, ed è un bene, poiché non avrà più bisogno di nessuna seduta psichiatrica. La sua malattia è l'unica cura che funzioni davvero.

Quel giorno stesso cominciai a scrivere un diario.

Horror vacui

Clara ripose le camicie nella cassettiera. Tendeva a piegarle sempre nello stesso modo, così che non vi rimanesse quell'antipatica piega centrale: bastava chiuderle a libro, non come avevano sempre fatto le altre governanti.
Le altre.
Nessuna fino a lei, era mai riuscita a resistere così tanto a casa Maier, perché il "signore" aveva una strana malattia o forse era meglio dire "aveva avuto". Ora stava bene, ma proprio quella da tre anni era la sua più grande infermità.
Gustaf Maier aveva perso la memoria e da quel momento aveva fatto di tutto per recuperarla, non aveva mai accettato che un certo morbo si fosse preso il diritto di svelargli chi fosse veramente.
L'unica cosa che ricordava della sua vita precedente era che in pochi minuti tutto il suo ego era stato spazzato via; poi subito dopo, un altro Gustaf Maier lo aveva fissato incredulo dallo specchio.
Da quel giorno cominciò a tenere un diario, sul quale annotava ossessivamente, tutte le azioni ed i pensieri che compiva nella giornata.
Quello era il motivo per cui tutte erano andate via.
Nessuno era rimasto con Gustaf, forse nessuno c'era mai stato, poiché in quella casa tre anni prima, davanti allo specchio ci si era ritrovato da solo.
La sua tenuta era in campagna e seppur chiunque giù in paese era riuscito a dargli un qualche riflesso della sua vita precedente, nessuno di quei racconti per sentito dire, erano bastati a ricostruirne l'intera memoria.
Erano solo riflessi.
"Un solitario" lo avevano definito, ricco non si sa bene il perché (tanto da destare nei più, sospetti ed invidie), neanche il dottore lo aveva mai visitato.
A lui questo non bastava.

A Clara invece non sembrava affatto così, in un certo senso lo considerava un filantropo: in quel diario c'era anche lei, tutte le sue mansioni, le parole, le azioni.
Al diario del signor Maier era ormai affidata anche la memoria di Clara.

Poi un giorno, la governante trovò un altro diario.

Accadde un po' per caso che la memoria tornò a galla all'improvviso, rimettendo in ordine dei vecchi libri nello scantinato.
In quelle pagine c'era ogni cosa successa fino al momento in cui arrivò per Gustaf il vuoto.
La sua prima reazione istintiva fu quella di correre dal signor Maier con la scoperta in mano, ma subito dopo Clara si sentì gelosa della "sua" memoria.
Quel secondo diario avrebbe potuto spazzare via in un istante, quello che lei ora aveva di più caro: il Gustaf che conosceva.
Portò sotto la gonna il diario fino nella sua stanza e si premurò di chiuderlo a doppia mandata nel baule, andando ogni sera a scoprire qualcosa di nuovo sull'altro Gustaf.

La vita di Gustaf Maier, fino al momento in cui non venne spazzata via, era una vita felice.
Un uomo dalle tante aspirazioni, un poeta appassionato della vita, che aveva senza alcun dubbio saputo amare.
Decisamente molto lontano dai racconti dei compaesani che lo avevano conosciuto poco, ma estremamente più vicino a quello che Clara aveva sempre desiderato.
Il signor Maier la rendeva felice con il suo diario, le dava tutta l'attenzione che pensava di meritarsi: lei per lui era davvero importante, così tanto che ogni azione veniva registrata su quello.
Certo, tutto quell'interesse nei confronti di Clara era veicolato dall'urgenza di non scomparire una seconda volta, ma per lei era una passione autentica, un legame così forte alla vita, da andare al di là di ogni giustificazione razionale.
Invece al contrario Gustaf Maier aveva amato davvero, ma un'altra donna, di cui non aveva mai scritto il nome.
Sull'altro diario la chiamava semplicemente "la mia sposa".
Clara cominciò così a riscrivere il secondo diario, per aggiustare il Signor Maier.

A Gustaf, Clara era piaciuta subito.
Di governanti ne aveva avuto tante negli ultimi tre anni, ma tutte lo avevano guardato come un pazzo.
In realtà lui non si sentiva un folle, pensava solo di essere guarito nel modo sbagliato, o per lo meno in un modo che non avrebbe voluto.
Forse pensandoci meglio, Clara gli ricordava qualcuno: se tutte le altre proprio non lo avevano soddisfatto, doveva essere perché nella sua vita precedente non c'era mai stato spazio per persone come quelle.
Invece quella giovane governante era perfetta.
Non faceva troppe domande, teneva tutto in ordine e piegava le camicie in un modo tutto suo.
Lui non le avrebbe mai piegate così e questa cosa lo sorprendeva.
Se mai avesse avuto, per abitudine, qualche dubbio nel tenere Clara a servizio, gli fu chiaro che fosse la persona giusta, il giorno in cui lei sorrise nel vedere il proprio nome sulle pagine del suo diario.
Per Gustaf quel diario era più di un semplice libro di memorie: era la memoria stessa, quella vera perché dell'altra aveva imparato a diffidare.
Gli sarebbe piaciuto poterne dire il perché, ma non se lo ricordava.
Da quando Clara era entrata nella sua vita, molte cose erano migliorate, tanto che quel diario, sempre di più stava diventando il diario di Clara invece del suo.
Che cosa bizzarra è la memoria, pensiamo che sia affar solo nostro ma a pensarci meglio è l'insieme delle azioni degli altri.

Di giorno Gustaf scriveva di sé e di Clara, mentre di notte rileggeva.
Era piacevole e rassicurante poter ritrovare ciò che era successo ieri o qualche mese prima.
Poi gli venne in mente che se avesse voluto ricordare ogni cosa, avrebbe dovuto scrivere che in quel momento contemporaneamente stava rileggendo, che adesso era ieri, venendo inghiottito così in un assurdo incastro di matrioske che lo fissavano.
Gli sembrò sciocco e in quel momento di debolezza, sorprese se stesso a pensare a cosa avesse Clara sotto la gonna.
Ne immaginò le cosce e in mezzo a quelle un diario segreto che una volta tanto avrebbe voluto leggere e non scrivere.
Stava guarendo, e questa volta come voleva lui.
Quella notte fecero l'amore per la prima volta.

Da quel momento lui non scrisse più alcun diario e cominciò a chiamarla "la mia sposa".

Tre mesi dopo quella notte, Gustaf Maier rimettendo in ordine tra i vecchi libri in cantina, trovò un altro diario, che risaliva al quando aveva ancora la sua prima memoria.

- Tra un mese esatto, lei perderà la memoria. E' una malattia rara, colpisce una percentuale minima della popolazione, ma ci si può convivere benissimo.

Cominciò a leggere.

Tra tutti i ricordi che vorrei rimanessero con me, questa frase è l'unica che vorrei dimenticare.
Il dottor Schumann ha cercato di curarmi per anni: mi disgusta la depressione.
Non è mai riuscito a guarirmi, ma dice che sarà un morbo a curare definitivamente la mia tristezza.
Ha detto che dopo il vuoto potrò ricominciare a vivere, scegliendo chi vorrò veramente essere.
Io lo so già chi sono ed è per questo che spero di potermelo un giorno raccontare, allora sarò davvero felice.
Sono un uomo solo, che vive lontano dal paese, in una tenuta mia da sempre, non ho mai amato davvero perché non lo volevo fare.
Perché dover portare anche lei nel vuoto?
Non voglio che "la mia sposa" soffra vedendomi triste e poi allegro e poi ancora triste.
Dopo che il dottor Schumann mi ha detto di non scrivere un diario, per rabbia gli ho portato via il suo o quello di un altro, non lo so.
E' stato dopo aver letto quello, che ho deciso di scrivere il mio.
Prima dello scadere del mese, quando vedrò ormai il vuoto nel cortile che si starà avvicinando, li metterò entrambi in cantina, tra i vecchi libri che non rileggo più.
Dopo essere sparito, scriverò un altro diario.

Clara in vestaglia in cima alle scale che portavano alla cantina, lo richiamò alla realtà.
- Gustaf cos'hai che ti preoccupa tanto?
Lui la guardò, chiuse il diario e cominciò a risalire le scale. Si incontrarono a metà strada.
- Qui ci sono io, o per lo meno credo di esserci, non voglio saperlo.
Le passò il diario.
- Adesso che ho te, so chi è Gustaf Maier e questa memoria non sono sicuro sia la mia. Il diario parla di un altro diario, ci sono troppi Gustaf Maier in questa cantina.
Poi Gustaf la superò per tornare in superficie.

Due diari, uno vero ed uno falso: quale dei due Clara aveva falsificato?
Doveva saperlo!
Quale dei due aveva sposato?

La sposa tornò nella stanza da letto, prese anche l'altro diario, quello che aveva riscritto, e il terzo che Gustaf non aveva più voluto continuare.
Si tolse la vestaglia e mise un vestito. Lo studio del dottor Schumann distava tre ore di treno.

L'appartamento in cui il medico esercitava, era all'incrocio tra due strade, in pieno centro.
Clara camminava svelta sul marciapiede, questa volta i diari non erano nascosti sotto alla gonna, ma li teneva stretti incrociando le braccia; se un qualche rapinatore in un vicolo buio le avesse sparato, sarebbero stati quelli a salvarla, invece di una più classica bibbia.
Salì in fretta le scale, passò la nuova segretaria ed entrò nella stanza dove Schumann riceveva i pazienti.
Di vederla entrare all'improvviso non ne fu contenta la signora in abito giallo distesa sul lettino.
Clara scaricò i libri sulla scrivania del dottore.
- Qual'è quello autentico?
Lui la guardò senza capire come mai lei fosse lì.
- Clara?
La donna in giallo strinse la borsetta e si fece rigida, il dottore la guardò, poi si alzò ed alzò l'indice verso la donna dicendole:
- Signora Palmer, se ci vuole scusare...
Strinse la mano attorno al braccio di Clara e spostandola di peso la portò fuori, chiuse la porta.
- Sei forse impazzita? Piombi qui dopo tutti questi anni, mi aggredisci e spaventi i miei pazienti.
- Qual'è quello autentico?
- Ma di che diavolo stai parlando?
- Il diario di Gustaf Maier! Mio marito! Qual'è il diario autentico?
Schumann (mentre la segretaria li guardava senza sapere bene cosa stesse succedendo) continuava a non capire, ma si ricordò di Gustaf Maier.
Era stato suo paziente tre anni prima, quando Clara era ancora la sua segretaria, poi Maier contrasse quello strano morbo che dava un mese di tempo prima di cancellare completamente la memoria.
- Clara… Gustaf è tuo marito? Vi siete conosciuti qui in studio.
Ora era Clara a non ricordare, di pazzi ne aveva visti tanti passare in quel posto - tutti uguali - era per quello che aveva voluto cambiare mestiere.
- Oh bella questa! Te ne vai via senza preavviso, perché non ne puoi più dei folli, e ti fai assumere a tempo pieno da uno di loro.
- Forse Gustaf era pazzo! Ma il morbo l'ha guarito. A lui interessava solo salvarsi scrivendo di noi.
Schumann sembrava divertito da quella storia, poi gli tornò in mente.
- Il diario che pensavo di avere perso! Ma certo! Ecco a cosa ti stai riferendo… si mi ricordo bene… allora ce lo aveva Maier!
Lo psichiatra scoppiò a ridere.
Aprì la porta dello stanza e Clara rimase indietro, mentre Schumann continuava a ridere si accostò alla libreria.
La donna sul lettino era ancora nella stessa posa in cui l'avevano lasciata, si limitava a seguire quella scena ruotando solo gli occhi.
Poi la sposa entrò, vedendo che lo psichiatra stava tirando giù dalla libreria troppi diari, andandoli ad ammucchiare sopra a quei tre che Clara aveva scaricato lì poco prima.
- Eccoli! Sono tutti autentici! Tutti scritti dalla stessa persona! Il tuo Gustaf deve aver preso quello che non riuscivo più a trovare.
Clara non riusciva a distogliere lo sguardo da tutti quei diari, che ormai avevano completamente fagocitato i tre che aveva portato lei.
- Sei venuta qui per scoprire chi è veramente Gustaf Maier? beh! mi dispiace ma non posso esserti d'aiuto nel senso che intendi tu. Ma una cosa è certa: posso dirti chi è Vincent, andando per esclusione troverai Gustaf.
A Clara per un attimo tornò in mente Vincent e nonostante si sforzasse di ricordare tra tutti i pazienti chi fosse stato Gustaf, non ci riusciva.
Anche Vincent contrasse il morbo, ma la sua malattia divenne cronica ed ogni mese si ripeteva.
Quell'uomo non faceva in tempo a finire un diario, che tutto ricominciava da capo, ne scrisse tanti e tutti differenti, tutti contraddittori.
Lui e Gustaf non si incrociarono mai, perchè quando contrasse il morbo, Vincent era già ammalato da anni ed internato in manicomio per esser guarito troppe volte.
- Non posso dirti nulla di Maier, veniva per curare la sua depressione, chissà quante mezze verità mi avrà raccontato su quel lettino.
La donna in giallo annuì.
Clara senza dire una parola, cominciò a cercare tra tutti i diari quello in cui si parlava di lei.
Poi quando lo trovò se ne andò via.
A dire il vero non ricordava più quale dei diari aveva modificato, se quello trovato la prima volta in cantina o quello che la sera Gustaf rileggeva.
Non se lo ricordava più.
Salì sul treno e tre ore dopo era di nuovo a casa.
Tre mesi dopo il dottor Schumann andò a trovare gli sposi, ma Gustaf Maier non riconobbe lo psichiatra.

sabato 22 settembre 2012

I tre discorsi - (carte estratte: 10 15 5 - tiraggio di Alice D.)



- Perdonami! Non è come sembra!

Quale peggior inizio se non quello di cospargersi il capo di cenere con un adagio fin troppo conosciuto?
Essere umile è una buona cosa, ma ad Alarico questa umiltà spicciola portò così tanti bei grattacapi, che probabilmente la prossima volta ci dovrà pensar bene a tener a freno la lingua.
Non che in un qualche modo ciò non se lo fosse cercato, poiché basta un piccolo tradimento per rendere ogni "perdonami" una lama a doppio taglio.
A lui che da sempre aveva detto di amar Giulietta - e vi dico invero che più e più volte glie lo aveva anche dimostrato - gli bastò un solo piccolo, lieve, pallido "quasi tradimento", per ritrovarsi ormai senza più bussola, annaspando in un ambiguo "perdonami" davanti agli occhi ormai folgoranti della sua consorte.
Che poi detto tra noi, tutto ciò forse non era davvero così grave come poteva sembrar da fuori: quel bacio traditore Alarico mica lo aveva dato, lo aveva ricevuto!
Ma quanto e difficile farlo capire ad una moglie?

Alarico come fosse stato di carta, era strappato da tutto quel rimorso, così per avere un consiglio fece visita ad un vecchio saggio di cui aveva sentito parlare dalla zia della cugina dell'amico del parente di qualcuno.
Con gran fiducia si presentò alla porta del vecchio.
Bussò sullo stipite perché la porta in quella catapecchia non c'era e poi entrò.
In che posto bizzarro era finito: una sola stanza con centinaia di cianfrusaglie ammassate in ogni dove, cataste di oggetti che nella penombra formavano una sorta di paesaggio.
Alarico viaggiando con gli occhi, percorse montagne di secchi, legni, spade e guanti, per poi passare alle colline di drappi e colabrodo, di libri e piume d'oca, giù fino ad arrivare alle pianure di tappeti, croci, bicchieri e mattoni rotti. In mezzo a tutto quel panorama, vi era un vecchio seduto davanti ad un piccolo fuoco acceso sul camino basso e quadrato, che si stava preparando una qualche brodaglia scura.
- Prego accomodati giovane... non aver paura.
Gli fece segno con la mano il saggio.
Alarico masticò un grazie e si appoggiò per terra, poi cominciò subito a buttar fuori le parole: aveva bisogno di trovar al più presto un rimedio alla sua condizione.
- Maestro! Vecchio! Saggio! mi aiuti! non so più cosa devo dire a Giulietta, che quella non vuol sentir più alcuna ragione, parola o quant'altro che mi esca dalla mascella!
Il saggio ascoltava.
- Son giorni e giorni che non vuol capire che quel bacio io non l'ho neanche mai lontanamente desiderato: c'è solo lei, mia moglie! nella mia zucca… qua dentro!
E si batteva il pugno sulla testa con tal vigore, come a voler calcare maggiormente la mano su quel concetto.
- Cosa devo dire a Giulietta per farle capire che ho solo lei nel mio cuore? che voglio esser perdonato? perché quello che ciò che ha visto non è quello che sembra…

Dopo tutto questo sfogo - devo dir la verità un po' sconclusionato poiché vittima dell'urgenza - il vecchio che per tutto il tempo aveva continuato a mescolare la sua brodaglia nera, si pronunciò.
- Semplice figliolo! in ogni discorso che si fa, ci deve sempre esser il vero, per cui tu di fronte alla tua bella Giulietta devi dirle: Perdonami! Non è come sembra!
- Ah bel saggio che siete! - disse di rimando Alarico. - Come se io finora non ci avessi provato, proprio quelle son le parole che le ho detto e ridetto: Perdonami! Non è come sembra!
Il saggio sorrise.
- Ben fatto! allora sei a metà del percorso.
Il vecchio si alzò in piedi e senza perder troppo tempo si tuffò nelle sue montagne di cose, tanto che Alarico da seduto a terra, ruzzolò sulla schiena per lo spavento, ma appena ritrovò l'equilibrio e si rimise in piedi, il vecchio riemerse tenendo nella mano, alta verso il cielo come fosse Excalibur, una spada forgiata bene.
- Ti serve una spada quando cerchi il perdono! - il saggio la porse al giovane, poi aggiunse - Ora vai! Fanne buon uso e dopo aver detto "Perdonami! Non è come sembra!" vedrai che si sistemerà tutto.

- Bella trovata questa! - continuò a pensare per tutto il tempo Alarico mentre faceva ritorno verso casa. - Quello è un saggio e non può mica sbagliare.
Così il ragazzo, con la testa che non gli faceva più male avendo le mani impegnate a regger la spada invece che a darsi pugni in testa, giunse sulla soglia di casa.
Giulietta appena lo vide da oltre la finestra, non perse tempo e gli si parò dinanzi. Alarico era pronto, levò in alto la spada e con tutta l'aria che aveva nei polmoni disse:
- Perdonami! Non è come sembra!

Giulietta - devo dir la verità - ebbe un minimo di esitazione e quando Alarico si fece sorridente pronto a ricevere da lei un forte abbraccio, si ritrovò con cinque dita color del fuoco sulla guancia.
- Sporco vile traditore! Dopo quello che hai combinato, vieni qui a dettar legge! Hai deciso di passare alle minacce dirette… cosa vuoi? Darmi altre ferite oltre a quelle già profonde che hai lasciato sul mio cuore?
Il giovane pareva una statua a cui al solo viso era concesso di cambiare forma, poiché dal sorriso passò in rassegna tutte quelle emozioni non gradite, di chi carico di buone intenzioni capisce all'improvviso di trovarsi nel punto più lontano rispetto alla propria meta (e non ha metà del percorso come quel vecchiaccio gli voleva far intendere).
Le parole di Giulietta man mano diventavano più indistinte, mentre Alarico si trovò a pensare che quel diavolo di saggio, lo aveva messo in una situazione ben più grave rispetto al suo punto di partenza.
Girò sui tacchi continuando a tener alta la spada, mentre pian piano gli insulti di Giulietta calavano d'intensità: non perché quella si fosse calmata, ma perché la distanza che via via li andava a separare, li tramutava in un brusio lontano fatto di "bla bla".

- Bene! la spada faccio che tenerla in alto per tutta la strada del ritorno, così che ciò mi serva da lunghissima rincorsa per quando la calerò sulla fronte di quel maledetto vecchio.
Il saggio lo vide arrivare da lontano e tutto allegro lo accolse a braccia aperte, perché era tanto curioso di saper la portata del successo che quella spada aveva dato al discorso di Alarico; ma meno male che fu svelto a levarsi di torno, appena capì che non era andata proprio tanto bene.

Quando i due esaurirono i colpi e le fughe, tornarono a sedersi intorno al fuoco a rimescolare la brodaglia.
- Ma non è possibile! - disse il saggio - questo metodo era di sicuro la giusta medicina al tuo malanno… fammi pensare… ho trovato!
E Alarico non fece in tempo a ritornare giù per terra come la prima volta, che il vecchio si era già tuffato in mezzo a tutti quegli oggetti.
Questa volta ne venne fuori con un bel bastone.
- Ah no! Questa volta non mi freghi vecchio, quel bastone non lo voglio proprio usare, mi immagino già qui sull'altra guancia il risultato.
Disse Alarico indicandosi quella ancora sana, mentre il vecchio presa la discesa dalla montagna di oggetti, si fece vicino al fuoco.
- Ma cosa hai capito sciocco! Questo va acceso!
Ed immerse la punta del bastone nelle braci, poi lo sollevò a mo' di torcia e lo porse ad Alarico.
- Vai vai! se la spada non ti è stata di aiuto, vedrai che questa torcia farà bene il suo mestiere, ma mi raccomando: usala come si deve e pronuncia solo parole sincere.
Il ragazzo ormai disperato per quello che gli era successo fece anche questa volta un atto di fede, fidandosi nuovamente del vecchio.

Certo che quella cosa pareva alquanto bizzarra: come avrebbe potuto una torcia aiutarlo a dare un valore differente ad un "Perdonami! Non è come sembra"?
Per tutta la strada del ritorno continuò a ripetersi quella formula, così per trovare un po' di coraggio a ripresentarsi all'uscio di Giulietta: più si cantava in testa quella tiritera, più quelle poche parole gli sembravano innocue e vere.
Questa volta non poteva fallire.

Ah! Giulietta appena lo vide arrivar dritto dal vialetto - con quella torcia in mano tenuta alta come se la volesse far notare meglio - con tutta calma si mise gli scarponi più pesanti che aveva e lo raggiunse sull'uscio.
Ed ecco che la medesima opera venne messa in scena già pronta a divenir tragedia.
- Perdonami! Non è come sembra!
Alarico con la torcia bella tesa davanti al naso di Giulietta, così che lei la potesse vedere bene, le accennò un sorriso con un occhio semi aperto, poiché un po' se lo aspettava che la ragazza potesse essere fatta di polvere pirica.
- Misero cialtrone! Sei venuto qui per bruciare la casa che è stata finora il nostro nido! Non hai alcun ritegno a dir parole false come quelle.
E mentre diceva questo, Alarico strinse entrambi gli occhi trovandosi a ricever quel bel calcione pronto da tempo, proprio in mezzo alle cosce.
- E' una cosa buona aver sempre da parte, per certe occasioni, un paio di buoni scarponi pesanti. - Pensò Giulietta soddisfatta.
Alarico piegato, tornò così dal vecchio, badando bene di non spegner quel fuoco che gli sarebbe servito per mettere alla graticola il sempre più presunto saggio.

Entrambi con i vestiti fumanti per il fuoco appena spento, tornarono davanti al camino.
- Per te ci vuol qualcosa di molto più incisivo.
Continuò il vecchio, mentre mescolava all'infinito la brodaglia scura.
- Qualcosa che ti aiuti davvero a far comprendere il tuo discorso al cuore di Giulietta.
E saltò per la terza volta tra gli oggetti.

Alarico ormai il copione lo conosceva, e ripetendosi la parte questa volta a voce alta, trascinò per tutto il percorso verso casa un enorme scranno papale.
Questa volta non poteva rischiare visto che su quello ti ci puoi solo sedere, che non può dar adito a nessun fraintendimento né tantomeno rivoltartisi contro come se fosse un'arma.
Così arrivato come sempre alla soglia, con Giulietta che lo aspettava già lì soppesando la robustezza di un enorme mattarello, il ragazzo le fece il gesto di aspettar qualche istante per dargli almeno il tempo di riprender fiato.
Poi si piazzò seduto sullo scranno e deglutì con foga, sperando che almeno quella volta qualche livido gli sarebbe stato risparmiato.
Poi disse per l'ennesima volta - Perdonami! Non è come sembra!

Il mattarello lo centrò in piena fronte, prima che Giulietta lo investisse di parole.
- Squallido farabutto! Ti presenti qui come fossi un papa, come se le tue parole fossero la legge divina. Ringrazia solo che di mattarello ne possiedo solo uno… perché altrimenti faresti la fine di un raviolo spiaccicato a suon di rimbalzi!

Era interessante constatare come a volte la zia della cugina dell'amico del parente di qualcuno, avesse abbondantemente sopravvalutato l'efficacia del consiglio di un saggio, e stolto lui che era diventato l'ultimo anello di questa catena di creduloni.
Questa volta lo scranno indietro non se lo poteva riportare per alzarlo in testa al vecchio, troppa strada da fare, troppo pesante quel blocco di legno, ma una cosa era certa: quel tizio non avrebbe avuto il tempo di proporgli una quarta soluzione.
Tre discorsi fatti erano più che sufficienti per capire che quello fosse un impostore bell'e buono.

Così Alarico tornò dal vecchio e quello, che capì l'umore del ragazzo già dal suo profilo all'orizzonte, lo accolse dicendogli.
- Ma non è possibile! figliuolo tu hai sbagliato proprio tutto! hai detto esattamente le parole?
- Vecchio rincitrullito vieni qui che questa storia te la voglio raccontare proprio bene, non mi serve né una spada, né un bastone, né uno scranno da darti in testa: mi bastan queste due mani per sciorinarti io questa volta una "saggia" lezione di vita.
E giù a correre intorno alla catapecchia uno dietro all'altro, che a forza di girare in tondo non si capiva più chi fosse l'assalito e l'assalitore.

Quando finalmente, stanchi morti i due tornarono intorno al fuoco, Alarico continuò.
- Sciocco io a darti retta! cosa pensavi che avrei potuto ottenere? era chiaro sin da subito che non è con la forza che si può avere il perdono, né tantomeno con la minaccia di un rogo o con il far finta di esser superiore alle umane questioni.
Il vecchio scoppiò a ridere, e rideva tanto che Alarico preso alla sprovvista da quella reazione, non si sentì neanche offeso.
- Mio caro ragazzo, ma tu eri in errore sin dal principio, non è per queste ragioni che io ti ho dato quei tre oggetti per fare tre discorsi uguali ma diversi. Le tue parole son sempre state sincere, ed è già buona cosa, ma quello di cui avevi bisogno era aver di fronte qualcuno disposto ad ascoltarti.
Al ragazzo quel discorso non fu chiaro neanche in quel momento ed il vecchio proseguì.
- Tu mio caro, la conoscevi già la verità su quel bacio e non avevi bisogno di imporla. Quello che può darci la possibilità di esser davvero considerati sinceri, è dare all'altro gli strumenti che gli consentano di trovarsi nella giusta posizione per poter ascoltare: quando tieni davvero a quello che vuoi dire, dona a chi ti ascolta la possibilità di difendersi da idee che non condivide dandogli una spada, poi dagli la possibilità di vedere meglio nelle tue zone d'ombra regalandogli una torcia, e infine dagli la possibilità di perdonare dalla giusta posizione le tue azioni... solo allora ti troverai alla fine del cammino per ottenere il vero perdono.

lunedì 16 aprile 2012

Le parole della Santa Redenta - (carte estratte: 17 15 2 - tiraggio di Renata)



Mai ha' l'amor,
te miser'uomo,
che di pùtta,
n'avesti visto le bell'idee.

In sanità accolga l'amor tenero,
ch'arde come forni.

Cari all'intelletto:
è luce 'l' mondo dell'uomo.
Ama la notte e il dì.
Ah! Volo libera ora.

La monaca ripose la penna d'oca e il calamaio, chiuse il libro sacro che stava compilando e lo lasciò in biblioteca.
Da quel giorno quelle poche parole ch'ella scrisse furon d'ispirazione per l'intero ordine monastico e valsero oltremodo, poiché la santa che di nome facea Redenta proprio grazie a quella veste venne salvata.

Qualche tempo prima Redenta era stata giovane e della vita non aveva nessun timore; sperando di poter dire tutto al mondo senza inibizioni, si ritrovò invece a perdere la voce.
Era muta, ma di un mutismo particolare, si perché non ci son parole che possano morire soffocate e se non ci fu più fiato per i suoi pensieri, ci pensò da quel momento la sua pancia a dir la propria.
Vatti però a fidare di ciò che sostengono in giro le tue budella, che fan discorsi semplici ed immediati, magari anche spregevoli ed imbarazzanti, parole gorgoglianti come rutti trattenuti, turpiloqui e brutti pensieri, dispensati da Redenta come stille di velenosa saggezza.
Per lei tutto ciò era un imbarazzo, decise così di vestire abiti che potessero metter freno a quelle idee troppo profonde.
Divenne ancor più muta: monaca che fece voto di silenzio.
I rutti e i turpiloqui cessarono di colpo, come se ad entrar lì dentro avesse preso un'erba medica e divina.
Poi una notte sentì bussar di nuovo alla porta dello stomaco e non potendosi trattener corse a vomitar quelle parole sulla carta.
La voce si zittì ma quale orrore era uscito dall'inchiostro, il demone in lei non si era di certo chetato in quelle stanze, e Redenta si sentì in dovere di trovarvi rimedio, fu così che decise di arrangiar al loro posto parole d'oro, che potessero esser d'ispirazione per le altre sante signore del convento.

Che bellezza! e quale onore poter leggere i pensieri sublimi di Redenta, che tutte le incantava con l'amor, la sanità, l'intelletto e la sua luce.
Ma le parole son solo parole anche se son su testi sacri e dipende come tu caro lettore leggi o spazi la lingua degli uccelli.
E se le monache lessero in quello il loro libro divino, io ti posso dir che questa storia avrebbe potuto cominciar in un modo completamente differente.

Maiala morte! miser'uomo,
che di puttana vestivi stole belle.

Idee insani!
T'accolga la morte!
Nero che arde come fornicaria, lì in te,
letto e uccel immondo dell'uomo.

Ama la notte!
E il diavolo libera ora!

lunedì 9 aprile 2012

Tre vestiti per viver meglio - (carte estratte: 13 15 0 - tiraggio di Roberta)



Senza vestiti forse ancora ci si può stare, ma senza derma a girar per le vie la gente ti guarda male e non vi è cura per potersene abituare.
Egli era nato così, senza pelle alcuna che lo potesse proteggere dal mondo. Non aveva un nome, non aveva una famiglia, ma gli occhi erano di un blu intenso. Non bastò.
Eh si! perché quando girava per le strade lo chiamavan in vari modi, e tra gli epiteti meno offensivi c'eran "mostro" e "rosso maglione".
Stanco ormai di tutte queste maleparole decise che era giunto il momento di essere come tutti gli altri, pensò per cui di procurarsi una pelle da indossare e scuoiato un povero cristo in una stretta via laterale, ci mise un bel pò a capir come si infilasse quel vestito. La notte intanto coprì tutta la vergogna di quell'altro, che finì morto e nudo per davvero.
Il nostro se ne andò il giorno dopo bel bello per le vie, sicuro che la sua condanna ad avere il dito puntato contro fosse giunta a conclusione, e invece no, perché al suo passare tutte le femmine gridavano scandalizzate nel veder quell'uomo nudo, seppur con su ora una pelle.
Le vecchie signore davanti alle chiese, svenivano al suo incedere come margherite in autunno, benché loro stesse non fossero certo nel fior degli anni. La gente sentendosi offesa dal suo vestito di pelle, lo prese a sassate sul selciato, e gridandogli tutto il loro sdegno per quelle nudità, lo fecero correre via a gambe tese.
- E neanche questa è servita a niente, ma come devo fare?
Realizzò così in un sol colpo che per star tranquillo tra la gente non ti basta indossare un sol vestito, ma ne servono almeno due.
Benissimo! Sapeva di poter migliorare.
Fu così che prese dei vestiti lasciati al bordo del fiume, mettendoci anche in questo caso un pò a capire come si infilassero.
Mentre il mendicante che li aveva messi lì per andarsi a fare un bagno morì dal freddo, egli se ne andò bel bello a passeggiare per le strade del paese.
E provate ad indovinare! La gente lo prese a maleparole perché con quell'aria cenciosa pareva un appestato e gli diedero così tante bastonate, che se veramente avesse avuto la peste, ne sarebbe guarito, perché quella pur di non prendersi tutte quelle botte, gli si sarebbe levata via dal corpo senza neanche salutare.
Ah! che guaio, quel popolo che non lo aveva giudicato abbastanza elegante. Nonostante avesse adesso non uno solo, ma ben due abiti a sigillare quanto ci tenesse ad esser come tanti.
Fu così che gli venne un'altra bella idea, probabile dovesse dimostrare di essere elegante, perché alla fine non importa che tu sia vestito, ma di fronte all'eleganza ti si aprono porte, sorrisi ed abbracci.
Pensò che un bel tocco di grazia gliel'avrebbero potuta dare due bei gemelli appesi ai polsi e visti da lontano due biondi fratellini, gli staccò di netto le teste per poter allacciare per bene i polsini della sua camiciola.
Fu un interessante passeggiare, tra grida di cristiani che lo chiamavano "assassino" e pure "gobbo", si perché quelle due tenere testoline gli pesavan sulle braccia, così tanto da farlo procedere piegato.
Trascinandosi a capo chino per le vie, inseguito dalle guardie che di sicuro non lo volevano abbracciare, scorse da quell'impropria posizione un bel chiodo sul selciato.
Quando arrivò a casa, troppo stanco per andare oltre la sua voglia di non sentir più verso sè parole infami, appese al chiodo tutti i suoi vestiti: quelli eleganti con gemelli, quelli secondi che vanno sui primi, e infine quelli primi che non si sa mai da che parte te li devi infilare.
Così mentre egli nudo e senza pelle ritornò per le vie a passeggiare, nessuno di quelli lo prese più a maleparole, troppo intenti com'erano a cercare tra le case quell'assassino gobbo, che tanto fino a quel giorno li aveva fatti penare.

giovedì 5 aprile 2012

Dov'è il mercato di Forlimpolipoli? - (carte estratte: 0 6 15 - tiraggio di Guy)



Io mi son sempre chiesto dove si trovi Forlimpopoli, perché con un nome così curioso mi pare, che chissà quante sono le storie che potrebbe raccontare.
Al centro di Forlimpopoli c'era la piazza del mercato, e sulla bancarella di Guidetto c'era molta frutta, tra tutta quella c'era una mela bella rossa e lucida, con il picciolo che puntava verso occidente in direzione della torre dell'orologio.
Sull'altro lato della piazza c'era Martino, che aveva legato alla cintura un bel saccoccio e in quello c'erano quindici monete.
Nella piazza c'era tanta gente, tante bancarelle, tanti mercanti, ma tra tutti quelli Martino voleva andare dritto da Guidetto e fu così che un passo dopo l'altro si mosse per far presto in linea retta verso quella direzione.
Impresa non facile, poiché tra tutta quella gente qualche deviazione uno la deve pur tenere in considerazione, e non volendo farsi portar via la mela da un altro intraprendente avventore, cercò di andar tosto al punto fregandosene di fare il tragitto più breve, ma passando veloce tra i mutevoli corridoi di gente.
Dopo aver fatto quindi tutto il giro della piazza in ogni dove, giunse Martino da Guidetto prendendo sicuro la mela sulla pila di frutta nella bancarella del mercato di Forlimpopoli, ma quando fu il momento di pagare, si accorse che tra tutte quelle cose che c'erano, proprio la più importante non c'era più: il saccoccio con le monete era sparito!
Or visto che quella mela a tutti i costi la voleva masticare senza lasciarla ad alcuno, decise che per non perdere altro tempo a ripercorrere tutto quel tragitto all'inverso, sarebbe stato più saggio fare spazio nella piazza per poter meglio cercare da quella posizione.
Fu così che gridò a tutti di portare ogni cosa sul lato occidentale, sgombrando quello orientale.
La piazza ubbidì e lui poté ben guardare dove non c'era più nessuno. Cercò in ogni dove con lo sguardo, tra ogni mattonella della mezza piazza sgombra, ma non trovò nulla. Allora gridò a tutti di portare ogni cosa sul lato orientale, sgombrando quello occidentale, ma neanche lì scorse niente.
Strano caso questo, le monete non si riuscivano a trovare, e di nuovo tutti ad occidente li fece spostare, poi tutti ad oriente e di nuovo ad occidente. Andò avanti così per tutta la giornata finché il buio impedì per quel giorno di trovare ciò che aveva perso.
Ma il punto fermo rimane sempre quello: benché tu sappia dove si trovi Forlimpopoli, dove c'era la piazza del mercato, dov'era la bancarella di Guidetto dove c'era molta frutta, e tra tutta quella dove c'era una mela bella rossa e lucida con il picciolo che puntava verso occidente in direzione della torre dell'orologio, quando cerchi qualcosa ti conviene guardare ovunque tranne che dove c'è vuoto.

sabato 26 novembre 2011

Il dilemma delle tre gabbie - (carte estratte: 13 4 15 - tiraggio di Stefano M.)



- Cip cip!
Il barone aveva un vizio: spremeva i canarini come fossero limoni.
Non che in questa cosa vi fosse un fine discernimento, ma egli per comprovare che teneva il pugno di ferro, li strizzava per benino in fronte a chi gli veniva a chiedere qualche concessione su questioni di moneta.
Aveva una bella gabbia d'argento nel suo studiolo, con dentro tutte quelle ali che frullavano, e man mano che ne strizzava uno, questi veniva rimpiazzato con un altro, così che il numero fosse sempre uguale.
Saverio era piccolino e sapeva bene l'abitudine del padre, e sensibile com'era ogni volta che un canarino veniva strizzato, sentiva come se il barone stringesse tra le dita il medesimo suo cuore. Così un giorno il figliuolo decise che avrebbe salvato da compressione se stesso e tutti quelli.
Ora per farvi capire nel profondo quanto per lui la cosa fosse urgente, vi dovrei raccontar per bene la procedura di stritolamento, così da farvi patire il dolore che provava il piccolo nel vederla. Ma mi riservo dal fare ciò solo perché le parole non renderebbero bene tutti i crick e crack, degli ossicini tra le dita.
Saverio che ci perdeva le giornate ad osservare l'allegro volo dei limoni in gabbia, si chiese come poter fare a salvar ben tredici canarini senza perderne la grazia?
E se per ogni volta che il padre aveva stretto tra le dite uno di quelli, il suo cuore vi si era stretto assieme, pensò che gli allegri potessero al contrario gonfiargli il petto. Così uno per volta li raccattò dalla gabbia e se lo infilò nella camicia, curandosi di chiudere per bene l'ultimo bottone una volta che il tredicesimo fu dentro.
Fu una strana quanto piacevole sensazione, perché quelli frullando tra maniche, schiena e petto, gonfiavano e sgonfiavan la camicia manco fosse un mantice.
- Cip, cip… cip… cip, cip, cip.
Per nascondere al padre il suo gesto, Saverio cominciò a parlare così, aprendo e chiudendo la bocca senza dar fiato, ogni qualvolta un canarino cantava.
Di fronte alla gabbia vuota, il barone rimase piegato ad angolo a pensare per giorni, non riuscendo a capire quale fosse la soluzione al dilemma della gabbia.
Prese a controllare le sbarre, la porticina, il fondo. Passò alla finestra, alla porta, e alle tasche dei servitori.
Niente! Non comprese mai che fine avessero fatto i suoi amati limoni.
Passarono ben dieci anni, e tutti nel paese avevano meraviglia di Saverio, il giovane che aveva il dono del canto tanto soave che pareva un usignolo. Io avrei detto un carino avendo l'orecchio più fino, ma la gente diceva così.
- Cip, cip, ciiip… cip… ciiiiiip…
Cantava Saverio alla messa, per rendere grazie al signore, mentre gli frullava la camicia che pareva avesse in corpo un così gran cuore da scoppiargli da un momento all'altro, e non passò molto tempo che gli venne chiesto di intraprendere il mestiere di cantore nei più grandi teatri dell'europa.
Saverio oltre a cantar come un usignolo - Pardon! - un canarino, passava anche per eccentrico. Per anni per non far scoprire i limoni che gli svolazzavan nella camicia, commentava firmando contratti con dei bei…
- Cip… cip… ciiiiip, cip…
- Sono artisti, hanno in corpo qualcosa che li rende speciali.
Dicevano intorno a lui, aumentandone ancor di più il prestigio.
E dall'ambasciatore, tra le cosce della bella prosperosa, e addirittura davanti al papa, Saverio cinguettava che era una gioia sentirlo. Mai neanche una parola per non farsi scoprire, ma tanto i discorsi dell'arte li capivano oltremodo tutti.
Non vi fu giorno che Saverio non ringraziasse i suoi tredici compagni di viaggio, facendo scendere semi, bacche, acqua e quant'altro giù per le maniche. Aveva preso pur l'abitudine di salire sui rami più bassi degli alberi per far balzi giù, sperando che forse quei tredici lo avrebbero persino portato in volo, ma ogni volta tornava per terra e andava in teatro.
Il giovane cantante fece una carriera strepitosa, senza che gli mancasse niente, né a lui né ai suoi compagni, e quando divenne curvo come il padre tornò a vivere nella casa dove c'era la gabbia d'argento. Tornò dove suo padre era rimasto per anni piegato a fissare la gabbia senza risolverne mai il dilemma fino a che la morte non gli aprì la finestra.
Un giorno mentre stava al davanzale, Saverio scorse su un albero lì di fronte, proprio sulla cima, un enorme nido vuoto che sarà stato di una cicogna o di un qualche uccello bello grande.
I canarini, nonostante l'improbabile età frullavano cinguettando più che mai, come se volessero dirgli qualcosa. Così Saverio, che intendeva ormai il linguaggio degli uccelli, decise di fare a loro il più grande dono: il nido più bello e spazioso che egli avesse mai scorto in vita sua.
Cominciò così la scalata verso la cima e ramo dopo ramo, passato un pomeriggio intero, fu sulla punta. Uno per uno Saverio adagiò i vecchietti nel nido e appena il tredicesimo fu giù, tutti insieme senza né un cip né un cip cip se ne volarono via.
Saverio, rimase li appeso in bilico, senza poter neanche fargli un saluto con la mano, non capendo bene dove quelli fossero andati.
Rimase in bilico li sopra per anni non afferrando quella scortesia.
E a volte mi ritrovo a pensare, che solo un canarino può comprender bene quale sia la soluzione al dilemma delle tre gabbie.

sabato 1 ottobre 2011

Tutti i mali del mondo - (carte estratte: 16 15 13 - tiraggio di Federico F.)



Sono le pieghe delle lenzuola la causa dell'insonnia, che se invece di sentire quell'orlo premer contro pancia e coscia potessi semplicemente scivolar per superficie liscia in un sonno calmo, ci sarebbe tanto da guadagnare.
Ma il problema rimane proprio quello e tu per quanto tiri da ogni lato, non trovi scampo alla situazione, con risultato di aver trasformato quel lenzuolo in carta straccia.
Così tante erano le pieghe che Ferdinando aveva impresso nel suo letto, cha da ben sedici giorni non chiudeva occhio. Ma quando finalmente l'orbita si era fatta così pesante che gli sembrò di cadere giù dal letto, un "toc toc toc" lo rimise in piedi.
Ferdinando infilate le babbucce, con la candela in mano andò a vedere chi fosse all'uscio, quando solo due rintocchi aveva suonato la campana.
Oh per misericordia!
All'uscio si parò dinnanzi il diavolo, che appena l'uomo scostò di poco la porta quegli ci infilò le unghie rapido ed entrò in casa come il soffio freddo della notte.
- Buonasera Ferdinando.
- Buonasera signor Diavolo, data l'ora immagino sia cosa importante e improrogabile.
Ferdinando era sempre gentile, conosciuto tra tutti per i suoi buoni modi.
- Ah certo! L'importanza è presto detta, fatemi prego cortesia con la sola vostra presenza, sempre se non disturbo.
- Ci mancherebbe, prego si accomodi al mio tavolo. Le posso preparare una tisana calda per darle maggior conforto?
E in questa situazione, Ferdinando dovette rinunciare al letto, collezionando in altro modo una nuova notte con gli occhi a palla.
E mentre il diavolaccio gliela raccontava bella e lunga, il nostro pover'uomo schiacciava ventotto erbe in tisana.
- Si, caro Ferdinando, perché pensavo che a volte anche io dovrei seguire il vostro esempio: voi vi comportate bene con la vita, avete buone maniere, siete figlio rispettoso, di grattacapi non ne avete da smaltire.
E mentre il diavolo continuava a raccontargliela in lungo e in largo, come fosse norma, con la calda tisana di Ferdinando ci si lavava il culo e il fallo. Non gli si poteva dar torto del resto: la tisana era davvero rinfrescante.
Arrivò così la mattina, e quando il gallo cominciò a cantare, il diavolo salutò il pover'uomo che neanche quella notte chiuse occhio.
Ma perlomeno il letto non era stropicciato non avendoci posato le membra stanche per nemmanco un'ora.
La notte successiva Ferdinando disse:
- Questa volta non mi faccio più fregare, se all'uscio vedo il diavolo non gli apro.
Tirò bene le coperte e per non farvi nemmeno una grinza, vi scivolò dentro piano piano e non si mosse se non solo per respirare.
Toc, toc, toc.
- Questa volta, lascio perdere, se è lui faccio finta di dormire.
Toc, toc, toc.
Ferdinando andò alla porta per vedere chi ci fosse di fuori, ma vide solo un uomo magro magro fino all'osso.
- Bene! Non è il diavolo.
Così aprì la porta.
- Buonasera Ferdinando, sono la morte. Mi spiace disturbarvi a quest'ora della notte, ma è cosa assai importante.
Ferdinando allora lì per lì, dispiacendogli di far torto a quella che stava li fuori al freddo mezza ignuda, la fece entrare.
La morte si accomodò per bene sul letto e vista quella coperta senza manco una piega, chiese a Ferdinando se la potesse usare.
- Sapete Ferdinando, quando uno è così magro come me per costituzione, gli viene sempre da patire il freddo.
- Non fate complimenti cara morte: riscaldatevi.
E il nostro, alzò la coperta sulle spalle di quella, che disse.
- Ero li che pensavo, ma il Ferdinando è proprio una brava persona, che mi dispiacerebbe incontrarlo solo il giorno in cui dovrò portargli via la vita.
Ferdinando non poté far altro che pensare, che anche in questa notte non avrebbe chiuso occhio, perché da come quella era partita a raccontare, pareva cosa lunga e assai complessa.
- Si, perché tutti pensano a me come una persona che quando arriva toglie solo, si porta via la vita, la gioia, i sogni e le speranze. Ma alla fine anche io son come loro, che la notte ho anche freddo, mi vien fame due volte al dì e non posseggo altro se non una falce e un paio di mutande. E poi sono espansiva, mi verrebbe voglia di chiacchierar con tutti per ore.
Oh santa pazienza che devi avere con la morte! E Ferdinando per scaldare quella magrezza incompresa e dargli corda, gli fece vedere come si faceva a preparare la tisana, proprio come quella che aveva fatto la sera prima: ventotto erbe in acqua calda.
La morte fu soddisfatta, sentendo come quella gli scaldava le membra, e la mattina dopo salutò Ferdinando che recuperata da terra la coperta stropicciata, uscì a sua volta di casa con il sonno addosso.
- Non si può proprio più dormire! Questa notte alla morte, mi dispiace non gli apro; che benché siano interessanti i suoi argomenti, quella parla tutta fino al alba senza smettere.
E infatti arrivata la notte Ferdinando non aprì alla morte, perché lo fregò di nuovo il diavolo.
Che se uno si è preparato bene a difendersi su un fronte, dall'altro rimane sguarnito e cade in confusione.
La notte seguente poi non aprì al diavolaccio, ma alla morte. ormai quelli sembrava si fossero dati appuntamento alterno, e un giorno l'uno e il successivo l'altro riuscivano sempre a tener sveglio quel pover'uomo con le loro questioni, e per ben quattro anni egli non chiuse più occhio.
Ma una sera del quarto anno, che era bisestile, si presentò all'uscio prima la morte e subito dopo il diavolaccio.
Questi due che erano andati in confusione per quell'anno particolare, al ventinove febbraio non sapevano bene cosa fare e se l'uno pensò di ritardare di una notte, quell'altro per non sbagliarsi ragionò di anticipare.
Ferdinando a quel punto non sapendo proprio cosa fare, li squadrò per un pò dalla finestra.
- Mannaggia! Che questa volta mi ero ben preparato a non aprir né all'uno né all'altro, ma che venissero insieme non lo avevo considerato.
E aprì anche quella notte.
Ma per abitudine ormai, quei due sapevano cosa fare, e se la morte aveva imparato a preparare e servire la tisana tenendosi la coperta sulle spalle, al diavolaccio bastava solo riceverla per lavarsi poi le chiappe.
Ferdinando se ne rimase li senza nulla da fare, così si sdraiò sul letto ormai di lenzuola e cominciò a russare.

sabato 3 settembre 2011

I litiganti di Pietrabella - (carte estratte: 14 15 6 - tiraggio di Simone V.)



Se lui diceva sinistra, lei diceva destra e dove l'uno contava solo i numeri dispari, l'altro prediligeva i pari.
Così non si poteva più andare avanti, perché anche se Pietrabella era solo un piccolo borgo edificato ai margini della valle, meritava di sicuro qualcosa di meglio che due padroni in costante disaccordo.
La signora del borgo era bella, pareva quasi un angelo. I suoi pensieri erano delicati e per ogni singolo abitante avrebbe fatto qualsiasi cosa: dal dare monete d'oro a piene mani, a evitar per tutti di aver la schiena a pezzi per il troppo lavoro nei campi.
Il signore del borgo, che era il di lei marito, pareva invece non aver cuore alcuno, e chiamarlo diavolaccio era uso comune per gli abitanti di Pietrabella.
Quegli di dar oro a piene mani o sollevar da fatica la gente, proprio non ne aveva concezione e se poteva calcare la mano per aver miglior raccolto, non si faceva di certo troppo scrupolo.
E nel palazzo principale del borgo era tutto il tempo battaglia, e senza tregua potevi sentire sia di giorno che di notte, la fracassano canzone dei cocci rotti che si rincorreva da una stanza all'altra.
L'intera economia del borgo ruotava attorno ai cocci rotti, che fuori dal palazzo si poteva scorgere la fila dei carri dei mercanti di ceramica, dipanarsi neanche fosse un serpente fin giù alla base della valle.
Tirarsi piatti in testa l'un l'altro era ormai l'unico punto in comune che avevano i due amanti.
Ma per fortuna che ogni forte contrasto può essere calmato con il suo contrario, e se la storia di quei due sinora si era fatta troppo amara, due gocce del miele più dolce di Pietrabella potevano diventare la soluzione.
Fu così che un fidato consigliere di entrambi, provò a mettere in atto ciò che la saggezza popolare mista al buon senso gli venne a suggerire.
Approfittando della breve pausa creata dall'avanzar tra un carro e l'altro, egli fece scivolare una goccia di miele sul fiore che la signora portava tra i capelli, e una goccia invece dritta sul naso del signore.
La canzone dei cocci rotti riprese di li a poco, ma il miele cominciò a fare il suo gioco, e un'ape per ciascuno si posò sul vischioso elemento.
Il signore per vedere bene l'ape che gli si era posata sul naso, incrociò a tal punto gli occhi tra di loro, da non veder più null'altro che l'insetto che zampettava sulla sua protuberanza.
E altrettanto fece la signora, che levati gli occhi al cielo per scrutare il fiore che le impreziosiva la fronte, distolse lo sguardo da quella marea di ceramiche.
- Ho un'ape che mi cammina addosso.
Disse lui.
- Anch'io e chissà per quanto tempo lì ci vorrà stazionare.
Replicò lei tutta assorta e concentrata.
I due così presi dall'insetto, non si riconobbero più e cominciarono a conversare di quando entrambi erano sposati; ma adesso che il rispettivo compagno era sparito, si sentivano davvero soli.
Il signore cominciò a fare una corte spietata alla bella signora, che sembrava così simile a lui perché condivideva quel problema lì dell'ape, e la signora tutta emozionata per le attenzioni di un così valoroso pretendente, di volta in volta cedeva un pò di più le sue difese.
Finì così che si sposarono, perché finalmente avevan trovato l'anima gemella e a Pietrabella tutti furon da quel momento contenti perché al palazzo, la canzone dei cocci rotti aveva finalmente trovato un degno epilogo.
Zan zan!

domenica 23 gennaio 2011

Le ricette di Zucchero - (carte estratte: 15 1 3)



Se penso a qualcosa di buono mi vengono in mente le torte.
Con la crema, il cioccolato o la panna, sempre di buono si parla e sempre sotto ai denti vanno a finire.
Giù al rione della “Lama Verde”, viveva una donna dai modi gentili, era molto amata tra le persone del circondario tanto che la chiamavano Zucchero.
Zucchero aveva un marito che vendeva cianfrusaglie, e a dirla tutta, lui al contrario non era visto di buon occhio: era svelto di lingua e poteva piazzarti qualsiasi tiro, che prima che te ne fossi accorto avresti fatto già due giri del paese.
La nostra lo amava alla follia, ma nonstante tutto non era mai riuscita a dar frutto alla loro unione, mai era stata toccata dalla grazia di dar dei figli al mercante e per compensare questa mancanza dava vita invece a succulenti manicaretti che serviva al marito.
Lei soleva mangiare molto poco e cose semplici, perchè era convinta che se avesse fatto un peccato di gola, la sua straordinaria capacità di incantar le persone con una pietanza le sarebbe venuta meno.
Lui a dimostrazione di ciò mangiava a piene ganasce, senza troppo pensare a non aver prole.
La donna una mattina fu ben contenta di scoprire casualmente che il marito aveva nascosto in casa un bell'anello: da lì a pochi giorni cadeva il loro anniversario di matrimonio e lui almeno quest'anno non se n'era dimenticato!
Lei tutta compiaciuta, preparò la miglior zuppa di cipolle che avesse mai messo insieme, sperando che gli anelli dell'ortaggio sezionato, per forma facessero cadere il marito in confessione anticipata.
Ma lui muto come un pesce, si dimostrò esser un vero osso duro, lasciando la nostra buona donna con un palmo di naso.
E che palmo le crebbe quando scoprì, all'uscita del marito, che l'anello era stato portato via dal nascondiglio.
La donna uscì di casa e seguendo l'odor di cipolla come fosse una via di mollichine di pane, scovò il marito a regalare il prezioso a quella sciocca cuoca della locanda in fondo al vialone principale.
Maledetto traditore!
Povera Zucchero, tradita così da un fanfarone, per una cicciona che aveva due figli grassi che sembravano maiali.
Ne usciva mal ridotta dal confronto.
La nostra guardandoli da lontano, infilò la mano nel grembiule che ancora aveva indosso, sperando di trovarvi un coltellaccio da cucina per fare a fette i due amanti, ma vi trovò solo un altro anello di cipolla che gli si infilò al dito, quasi a volerla schernire ancor di più.
Si portò la mano davanti al viso, guardando quell'anello vegetale che le si era tutto spiaccicato intorno al dito, e le lacrime le salirono agli occhi, ma non per l'odore.
“E allora maledico entrambi gli anelli, che siano per noi un legame indissolubile!”
La Cicciocuoca si infilò allora l'anello regalatole.
Zucchero tornando a casa vide quei due grassi bambini della cuoca giocar per strada a dar fastidio alle oche, proprio davanti a casa sua e furente di rabbia, decise di agire all'istante.
Sbattè uova e zucchero al volo, invitando i due bei bimbi ad entrare e servirsi, a quelli non gli fu detto due volte che già stavano con i cucchiai di legno in bocca, e chiusa la porta, la cara Zucchero calò il coltello che non aveva in tasca.
Quante belle bistecche puoi far da due maiali?
Parecchie se hai molta fame, e nei giorni seguenti, contravvenendo al patto che con se stessa aveva stipulato, Zucchero si cucinò bistecche in ogni modo: con verdure, alla piastra, in casseruola, arrotolate, saltate, legate, amputate.
E più mangiava, più la Cicciocuoca ingrassava, e più masticava, più l'altra aumentava, e più digeriva e più l'altra diventava così grassa da non riuscir mai più ad uscire dalla porta della locanda, che divenne da quel momento la sua prigione.
Il marito di Zucchero, per dare un bacino all'amante si doveva ormai arrampicare al secondo piano, che quella era così grossa che se si girava da un lato per porgere le guancia, lo avrebbe schiacciato secco tutto di un colpo.
Ma non fu così che l'uomo perì, semplicemente cadde dal balcone, perchè anche se era un buon parlatore, a forza di fare gioco di equilibrio, prima o poi un piede in fallo lo metti.
Zucchero poco dopo il funerale del marito si cucinò l'ultima bistecca e si scoprì incinta di due bei gemelli, ma da quel giorno non riuscì mai più a cucinare un sol piatto che non disgustasse i suoi commensali.
Peccato! Perchè se penso a qualcosa di buono, mi viene in mente lo zucchero.

giovedì 26 agosto 2010

Il trono della sovrana - (carte estratte: 15 14 3)



Seduta su un trono stava una sovrana.
Ogni mercoledì i sudditi le andavano a fare visita, chi per chiedere aiuto, chi per sentire una parola di conforto, chi per fare una riverenza, ma la maggior parte chiedeva udienza per ammirare il trono di legno d'acacia intagliato, sul quale era seduta.
Il seggio si diceva fosse stato inciso dai migliori falegnami del regno, centinaia di anni prima che lei vi si adagiasse, e nonostante fosse di un legno umile, il colore dorato delle fibre di acacia lo facevano sembrare d'oro.
Benchè riparato da un sottile tulle di color azzurro, si riuscivano a intravedere i sofisticati intagli che raffiguravano migliaia di piume, formare due balze alle spalle della sovrana.
La signora era molto amata, le sue parole erano sempre delicate e non aveva mai dato troppa importanza a questioni di etichetta, ma i suoi occhi mostravano un velo di afflizione.
Aveva un parrocchetto, che lasciava libero di volare per la stanza, il più delle volte le stava aggrappato all'avambraccio e lei con l'indice della mano sinistra di tanto in tanto gli lisciava le piume del capo.
A pensarci bene la sovrana, che pareva così candida, forse un qualche mistero lo celava: nessuno l'aveva mai vista alzarsi dal trono.
I maligni sostenevano che non volesse privarsi del pregio del suo piedistallo; altri dicevano che sotto la lunga veste che le copriva le gambe fosse priva degli arti inferiori, strappati a morsi da due serpi in amore; qualcun altro credendoci un pò più fermamente, diceva che la testa dei potenti pesa il doppio di quella di un contadino.
A forza di sentire tutti questi pareri uscire piano tra i denti di chi faceva visita alla sovrana il mercoledì, una guardia decise che avrebbe svelato una volta per tutte il segreto della signora.
Aspettò la fine della giornata, quando la gente usciva dal salone e le porte venivano chiuse alle spalle dell'ultima guardia, per nascondersi dietro ad una colonna e osservare.
Solo pochi minuti dopo che il pesante portone si chiuse, la sovrana si alzò ed il tulle azzurro scivolò verso terra, portandosi con se le certezze della guardia di voler svelare il mistero.
Le piume intagliate nel trono si distesero e due possenti ali si sgranchirono per esser state ferme tutta la giornata, oltre i tre scalini non vi era più nessun trono, ma solo la signora che raccoglieva a se le ali sul quale era stata seduta tutto il tempo.
La guardia per lo stupore lasciò cadere a terra la lancia che aveva faticosamente retto ogni mercoledì, lo schiocco lo rivelò agli occhi della signora.
I loro sguardi si incrociarono per un istante, gli occhi increduli della guardia incontrarono quelli tristi della signora, che in un frullo d'ali spicco il volo e lasciò il salone da una volta aperta.
Nessuno la vide mai più.
I maligni sostenevano che fosse una strega dagli occhi gialli; altri dicevano che fosse un angelo caduto in terra; qualcun altro credendoci un pò più fermamente, diceva che le ali dei potenti volano più lontano di quelle di un contadino.
Ma solo una cosa fu certa, il parrocchetto non trovò mai più un altro avambraccio sul quale posarsi.

Il diavolo che faceva il sarto - (carte estratte: 15 11 20)



Quenzo tra tutti i diavoli minori era di sicuro quello più elegante.
Aveva passato tutta la sua esistenza a svolgere la professione di sarto cucendo abiti per gli altri diavoli, ma il vestito più bello lo stava confezionando per se.
La materia prima non mancava, con pelli umane faceva rotoli di stoffe, le arterie erano degli splendidi fiocchi se venivano trattate nel giusto modo, le ossa affettate per bene diventavano ottime asole nelle quali far passare occhi come bottoni.
Per non parlare poi dei capelli, delle lingue e delle unghie; erano talmente tanti i pregi dell'organismo umano che ne avrebbe decantato le lodi per ore.
Arrivò infine il giorno in cui il suo abito era quasi pronto, mancava solo un ultimo piccolo tocco di classe, un bel paio di gemelli fatti con due teste: su una manica l'uomo e sull'altra la donna.
Dispiegò le agili ali e con un sol colpo di reni fu abbastanza in alto per trovare da quella posizione di vantaggio una coppia di sposi che facesse al caso suo.
Ed eccoli li, piccolini tra le tombe: un becchino e la sua signora.
Quenzo fu lesto e con le braccia forti li agguantò, portandoli con se più in basso di quanto loro non avessero mai scavato.
Nel giro di sei respiri, i malcapitati si ritrovarono due solide corde strette intorno alla gola, tese a tal punto che i colli si erano assottigliati come due mignoli.
Il diavolo prese le forbici pronto a far saltare le teste.
L'uomo che in quella stretta situazione non poteva parlare, disse con le mani "Ho una sfida da proporti e se vinci, la tua soddisfazione di farci saltare le teste sarà maggiore."
Mai sfidare un diavolo, poichè solitamente accetta.
Quenzo sciolse i lacci e porse l'orecchio all'uomo, che disse: "Io diavolo ti sfido ad una prova di forza contro la mia signora"
La donna, che era minuta come un filo d'erba e leggera come una piuma, fece un sorriso alla bestia.
Quenzo disse: "Fin troppo gracile per pensare di poter vincere un diavolaccio della mia stazza, ma se questa è la vostra ultima parola, sarò lieto di accontentarvi"
Il diavolo decise che non sarebbe stato abbastanza divertente sconfiggere la donna impegnando tutte le sue membra, così si staccò di netto le ali scattanti e le piegò sino a farle diventare il corpo agile di una fiera, poi fece altrettanto con le braccia possenti e le mise a mò di testa della belva, creando fauci poderose con braccia e avambracci, e delle dita fece una fluente criniera.
Il leone pronto ad attaccare la minuta signora si fece grosso e minaccioso, ma lei che per un'intera vita aveva scavato sepolcri era ben abituata a comunicare con le creature del profondo.
Bastarono poche parole dolci, quelle giuste, che la fiera era pancia all'aria desiderosa di coccole.
L'uomo fu lesto a far scattare il giogo intorno alla gola del diavolo ed altrettanto svelto fu ad usare le forbici di Quenzo per metterlo a nudo.
Povero diavolo!
Perse così ali e braccia, e incatenato per la collottola non proferì parola mentre guardava i due mano nella mano allontanarsi, seguiti dalla terribile fiera ormai innocua come un gattino.