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domenica 10 marzo 2013

La fisarmonica - (carte estratte: 0 19 14 - tiraggio di Pamela L.)



Se Perla guardava fuori dalla finestra in una mite giornata di sole, vedeva sia la tempesta che la siccità più nera.
Da sempre aveva visto le cose in questo modo per una strana malformazione ai suoi cristallini e se teneva stretto l'occhio destro, col sinistro vedeva ogni aspetto bello che c'è nelle cose, mentre con l'altro occhio solo il brutto le rimaneva impresso.

Molti medici si erano avvicendati per cercare di venirne a capo, ma a nessuno era mai stato concesso di essere agli occhi degli altri, il più furbo; così che se Perla guardava il professor Terlizi con l'occhio sinistro mentre era chino su di lei per visitarla, gli si presentava davanti un uomo che aveva dedicato tutti gli studi della sua giovinezza agli altri, ma appena lei strizzava l'altro occhio, quel che aveva davanti era un uomo ormai mosso solo dal denaro.

Quella sua particolare condizione, non le aveva mai permesso di vedere le cose come lei avrebbe desiderato, i suoi occhi sempre tesi tra due opposti le svelavano un mondo fatto di contrasti, dove anche i bambini non erano solo esseri puri, ma capaci altresì di odiare, imporre e godere; dove chiunque era in grado di mostrare senza inibizioni al suo sguardo, il massimo bene che aveva realizzato, così come la peggior sozzura.
Negli anni aveva imparato a ponderare una media per capire chi avesse di fronte.

Fu un giorno di marzo che accadde qualcosa che non aveva visto mai.
Ai bordi di un marciapiede vi era un suonatore di fisarmonica, con tanto di cappello al rovescio appoggiato sull'asfalto per le offerte.
Le sue dita scorrevano veloci sui tasti e per ogni persona che passava lì davanti, quell'uomo riusciva ad improvvisare una melodia che catturava.
Ad occhi chiusi continuava a suonare con il capo chino sullo strumento, veloce ed adagio a seconda del momento e in lui non c'era niente di opposto: agli occhi di Perla aveva un solo aspetto.

Fu un esperienza completamente nuova per la ragazza, di fronte al suonatore non era costretta a strizzare un'occhio dopo l'altro, finalmente in lui vedeva esattamente ciò che tutti normalmente vedono.
Incuriosita, Perla gli si parò davanti, come a voler entrare con decisione nel suo campo visivo, nonostante quello tenesse gli occhi chiusi.
La musica si fermò.
L'uomo alzò il capo.
Aprì gli occhi e la guardò.
Poi sorrise.

Di monete nel cappello non ce n'erano molte, di pezzi nella fisarmonica un'infinità.
- Sai che la tua melodia è fatta di silenzi?
Le disse l'uomo.
Perla continuava ad osservarlo, spostando la testa come si fa quando si guarda qualcosa per la prima volta, scrutandolo con un misto di meraviglia e sospetto, mantenendone una certa distanza.
- Riesco a vederti come se fossi uno solo.
L'uomo si guardò oltre le spalle, come se la volesse bonariamente prendere in giro.
- E quanti altri dovrei essere?

Spiegare se stessi al prossimo è un'impresa tra le più ardue, e Perla questo lo sapeva bene, abituata a fare di ognuno l'incontro tra gli opposti.
Il suonatore però aveva compreso tutto di lei poiché lei non generava neanche una singola nota.
- Anch'io sono come te, vedi! Le mie mani adesso non si muovono, tu sei al centro e fatta di silenzio. Anche per me è la prima volta che ho di fronte qualcuno che percepisce gli opposti. Tu attraverso gli occhi, io con le mani.

Il suonatore di fisarmonica cominciò a suonare nuovamente, al passaggio di altre persone, melodie sempre differenti, alcune allegre e altre struggenti; erano le sue mani a percepire gli opposti di quelle persone ed ogni minima variazione tra il meglio ed il peggio, quando gli sfilavano dinnanzi, producevano la loro canzone.
Così un semplice impiegato diventava pura musica, poiché è nel rapporto di distanza tra i suoi estremi che veniva generata quella melodia.
La fisarmonica è strumento degli opposti, che in una danza si avvicinano ed allontanano generando al centro del mantice il suono.

Perla comprese in quel momento, che ciò che aveva visto nelle persone fino a quel giorno era la loro totalità e non poteva né doveva cadere nel tranello di pensare che fossero la media tra due opposti.
Bene e male li vide per la prima volta come una danza.

Mise una moneta nel cappello del suonatore e poi se ne andò via, sapendo che più si allontanava da quell'uomo più avrebbe allontanato il "cantabile" dalla "bottoniera".
Un giorno si sarebbero riavvicinati, per produrre ancora una volta, il suono del silenzio.

sabato 2 febbraio 2013

Piccolino - (carte estratte: 14 3 1 - tiraggio di Angela S.)



Quando il re morì, fu il principe a divenire a sua volta re, aveva solo tre anni e la regina lo chiamava Piccolino.
Per un sovrano è un controsenso esser chiamato Piccolino, data la vastità del suo regno, ma in quel nome era nascosto un segreto che la regina conosceva bene.

Ella aveva amato con tutto il cuore quel re morto di vecchiaia e benché le loro età fossero così distanti, per la giovane regina ciò aveva rappresentato soltanto una benedizione.
Quell'assenza le aveva svuotato il cuore e da quando nessuno la chiamava più "la mia piccolina", l'incantesimo si era infranto e "la regina in miniatura" era diventata "la regina madre", ritrovandosi da giovane a vecchia in poche ore.
Il potere dei nomi è un potere da non sottovalutare.

Piccolino non sarebbe mai morto, non avrebbe mai lasciato sola la regina madre, fintanto che lei lo avesse chiamato così.
Da quel giorno le guerre si fecero per capriccio, le udienze per farlo divertire e le esecuzioni per scoprire come le persone fossero fatte dentro, in una continua avanzata che espandeva il regno di Piccolino e restringeva quelli degli altri sovrani.
L'esercito di Piccolino resisteva, nonostante le sue fila ad ogni capriccio fossero sempre più esigue.
Con il nuovo re non era possibile essere diplomatici, le regole non valevano e quel sovrano che dopo quattordici anni di regno ne dimostrava ancora tre, venne riconosciuto come uno tra i più spietati tiranni della storia.
Tutti i regni lì intorno decisero allora di unirsi, per dichiarare guerra al più grande conquistatore di sempre.

- Non vinceremo mai contro tutti quegli uomini messi insieme.
Disse il consigliere alla regina.
- Vi prego mia sovrana, dovete rompere l'incantesimo che tiene il re in questa condizione, a nulla sarà valso chiamarlo Piccolino per tenere lontana la morte, poiché essa ora ha deciso di allearsi con il nemico.
La regina salì su tutte le furie per l'arroganza del consigliere.
- Voi siete solo uno stupido omino, piccolo e insignificante.
E così fu, il consigliere divenne un bimbo di tre anni.
Ecco la soluzione!
In quel momento capì che avrebbero vinto la guerra e quando gli eserciti si affacciarono all'orizzonte, la regina era già pronta sulle mura, per trattare quei guerrieri come pargoli.

Bambini ovunque, sui cavalli, con gli archi in mano, sulle scale che violavano le mura, bambini che invece di assediare il castello di Piccolino e portare la morte, ora se ne stavano senza capire bene dove fossero, frignando perché volevano soltanto tornare a casa.

Fu molto facile per l'ormai esiguo esercito di Piccolino eliminarli uno ad uno, come si fa con gli insetti che ci danno fastidio.
Fu molto più difficile invero, comprendere il senso di questa vittoria.

domenica 27 gennaio 2013

La storia dei se - (carte estratte: 0 10 14 - tiraggio di Arianna L.)






Di fronte all'esattore c'era poco da fare, niente storie, niente sotterfugi, si era solo costretti a pagare.

Lo sapeva bene Agenore, umile contadino, che in quella situazione proprio non ci si sarebbe voluto trovare.
- …e non accetteremo un fiorino in meno di quelli che sono nostri di diritto.
Fece eco una guardia alle parole del funzionario.
Il povero contadino si guardò intorno, viveva in una catapecchia con moglie e dieci figli, sul paiolo una brodaglia a scaldare e niente più.
Probabilmente se fosse stato un ricco possidente, un tal sopruso non lo avrebbe di sicuro subito.
Tirò fuori tutti i fiorini richiesti e pagò.
Fortunatamente nascosto sotto le assi della stanza, aveva un forziere pieno di ori e pietre preziose: Agenore non era un vero contadino a dirla tutta.

Nessuno in famiglia conosceva la verità sull'uomo, perché egli si era guardato bene dal farla sapere. Il forziere lo aveva messo lì sotto quando ancora non era sposato, quando neanche aveva la benché minima intenzione di avere tutti quei figli.
Il lavoro nei campi era duro, ma di sicuro era sempre stato qualcosa che nella sua vita da ricco signore aveva voluto provare, così si era finto un poveraccio, avevo conosciuto una donna semplice e si erano trasferiti in quella catapecchia.
Agenore in realtà era un ricco possidente, con tanto di castello, valletti e cavalieri al suo ordine.

Il giorno dopo aver pagato la gabella, si rese conto che forse nascondere il forziere proprio in casa non era stata una buona idea, lì chiunque lo avrebbe potuto trovare. Se quelle assi su cui avevan camminato funzionario e cavalieri, lo avessero tradito cedendo sotto al peso delle armature, la sua bella storia sarebbe finita in quel preciso istante: gli avrebbero confiscato tutti gli ori.

Agenore decise così di portare quel tesoro, in un luogo più sicuro.
Caso vuole che il giorno prima portando al pascolo le pecore, aveva trovato un campo in cui c'era un pozzo naturale che il tempo aveva scavato nella roccia.
Ottima idea!
Con lo scrigno in spalla, si mise in cammino.

Poco dopo essersi allontanato dalla strada maestra per tagliare in mezzo al bosco, gli si pararono davanti due individui che sembrava proprio avessero scritto sulla faccia "noi siamo farabutti".
E proprio quello erano, del tutto intenzionati a portarsi via l'intero bottino.
- Contadino! Cosa proteggi in quello scrigno?

Che brutta situazione! Se non fosse stato un riccone, tutto quel putiferio non avrebbe proprio avuto inizio.
Fortunatamente, anche se voi farete fatica a crederci, il ricco Agenore non era mai stato un facoltoso possidente.
Agenore era un ladro, uno dei migliori, tanto che aveva messo in piedi una banda di briganti organizzati.
Passò anni in quei boschi, terrorizzando chiunque passasse da quelle parti e collezionando un vero e proprio tesoro.
Poi come spesso accade, quella vita all'addiaccio gli era diventata troppo stretta e disponendo allora di un considerevole tesoro, pensò bene di comprarsi una vita da signore.
Aveva quindi acquistato dei terreni, fatto costruire un castello, assoldato cavalieri e dato vita ad una vera e propria corte, lasciandosi alle spalle la sua vita criminale.

- Imbecilli ma non mi riconoscete!
Disse Agenore ai suoi due briganti.
Il più scaltro, si strofinò gli occhi e guardò meglio.
- Capo? Con quei lunghi baffi non mi parevi proprio tu.
Così i due da assalitori divennero quelli assaliti dalla furia di Agenore, che li prese a bastonate per non averlo riconosciuto.
Con lo scrigno in spalle proseguirono verso il cuore del bosco, dove avevano una grotta con tutti i loro tesori.

Quella notte fecero baldoria, scolandosi otri di vino e mangiando salsiccie e salami fino a ruzzolare addormentati sotto ai tavoli.
La mattina dopo, ancora con le teste martellanti a causa della sbornia, furono risvegliati da una carica di trombe.
I cavalieri del re avevano circondato la grotta, dando l'assalto alla banda che per anni aveva terrorizzato tutta la regione.
Il grande e temuto brigante Agenore sentitosi braccato, si arrese quasi subito come se fosse una donnicciola, cosa che fece dubitare tutti quanti sull'aver scelto a suo tempo un buon capo.

A dirla tutta però, Agenore o forse dovrei dire Angelica, una donniciola lo era per davvero.
La principessa Angelica, che non voleva sposare il principe Augusto, aveva messo in scena il suo rapimento proprio la sera del gran ballo,
così facendosi dei gonfi e lunghi baffi con il crine del suo cavallo, era diventata quel lestofante di Agenore, dandosi alla macchia verso i boschi, con tutta l'intenzione di mettere in piedi una banda di briganti.
Basta con le buone maniere!

Ma torniamo alla grotta dei briganti, dove caduti i baffi di crine dal viso di Angelica, il cavaliere con il cavallo nero riconobbe la principessa.
La voce si diffuse immediatamente tra le fila dei guerrieri, finalmente dopo così tanto tempo, al re avrebbero potuto recare la più felice tra le notizie.
- Angelica è stata ritrovata!

E fu proprio così.

Al castello venne preparato tutto per il rientro della principessa rapita dai briganti, tenuta prigioniera in quella grotta per così tanti anni che il re e la regina ormai erano entrambi bianchi e gobbi.
In tutta la regione si dichiarò festa con la promessa che nessuno avrebbe pagato gabelle per almeno due mesi.

Ma la povera Angelica si ritrovò suo malgrado, nella situazione da cui con tanta scaltrezza era riuscita a fuggire.
Il principe Augusto era ancora il suo promesso sposo, un gran peccato a dire il vero, visto che Angelica tra i suoi salvatori aveva scorto un uomo che le rapì il cuore dal primo istante.
Le era bastato un semplice sguardo per venire colta dall'amore.
Adolfo era un cacciatore, che conosceva così bene quei boschi da far da guida ai cavalieri.
Con il suo muoversi veloce tra gli alberi, senza perdere mai il senso del dove fosse, portò i salvatori dritti alla caverna dei briganti e sé stesso al centro del cuore della principessa.

Al castello la principessa rimuginava sulla sua situazione.
Come avrebbe potuto farla franca questa volta?
Forse invece di mentire avrebbe dovuto dire il vero.
Anche se voi adesso state pensando che il vero non l'avrebbe salvata, perché sostenere di non amar davvero un principe è di poco conto di fronte alla volontà di un vecchio padre, vi dico che vi state sbagliando, perché a dirla proprio tutta, Angelica non era una principessa e non era neanche una donna, ma bensì un cane.

Quel cane aveva girato il mondo.
Era un artista nel suo genere, viveva al circo e grazie ad esso mangiava tutti i giorni.
La sua specialità da sempre era stata quella di muoversi aggraziato sulle sole zampe posteriori, tanto da essersi guadagnato il nome di Principessa.
Lo spettacolo andava in scena di piazza in piazza, scatenando le risa dei bambini, che si divertivano come matti a vedere Principessa, vestito di tutto punto da damina, fare il giro tra la gente a raccogliere le offerte nel  piccolo paiolo che reggeva in bilico sul muso.
Quando un giorno i saltimbanchi furono chiamati a far divertire il re, la regina e la principessa, successe proprio un grosso guaio: la principessa per le troppe risate, si sentì male e morì seduta stante.
Quei poveri commedianti per non finire dritti sulla forca avevano pensato bene di lasciare lì Principessa, sperando che nessuno si accorgesse di quell'insano scambio.

Il piano funzionò e da quel giorno, se i saltimbanchi ebbero salva la vita lo dovettero al sacrificio di Principessa, che continuò a recitare per anni quella parte.

Ecco come la verità l'avrebbe potuta salvare, poiché Adolfo che era un cacciatore, di sicuro aveva bisogno di un cane e al contrario di quello che ci possiamo immaginare, fu proprio l'uomo ad "innamorarsi" dell'animale.
Così senza che nessuno chiedesse alcuna spiegazione ad entrambi, Adolfo ed il suo cane lasciarono il castello.
I festeggiamenti continuarono anche se non si riusciva più a trovare la principessa.

Che bella la vita all'aria aperta, correre con tutte e quattro le zampe, rinunciando finalmente a quella scomoda postura da essere umano, senza fingere più ed essere davvero sé stessi.
Con il naso teso a terra Artù seguiva la pista, scovava le lepri e recuperava i fagiani, Adolfo finalmente non era più solo.
Poi però uno stupido sasso fu tradì il cacciatore, che scivolando finì dritto in fondo ad una scarpata, si ruppe il collo e terminò così la sua storia.
Artù rimase solo.
Solo come un cane.

Se ne andò vagando senza una vera e propria meta per i boschi, con la fame nello stomaco e Adolfo nella testa, nei pensieri semplici e senza finzione del migliore amico dell'uomo.
Camminò tanto sulle sue quattro zampe, fino a che non si spinse così lontano da non riconoscere più i luoghi intorno a sé.
Giunse ad una catapecchia malferma e fu allora che la vide.

Una donna stava zappando la terra, facendo fin troppa fatica in quel lavoro da uomo.
Fosse stato solo quello, sarebbe andato tutto bene, ma per far andare avanti un campo non solo bisogna zappare, ma anche seminare, irrigare, tagliare, raccogliere e riprendere tutto da capo.
Troppo lavoro per una donna così minuta.

Se Artù fosse stato un cane, probabilmente non ci avrebbe neanche fatto caso, gli sarebbero bastate due coccole per tirare avanti, ma anche se voi non ci crederete, Artù in realtà non era un cane ma un contadino che si chiamava Agenore, che tanto tempo prima aveva un bel gregge di pecore.
Le pecore di Agenore, penso si possa sostenere, erano le più indisciplinate di tutta la regione, tanto che il povero contadino si dovette ingegnare per tenerle tutte insieme.
Così gli venne in mente di buttarsi addosso una vecchia pelle di cane, di rannicchiassi a quattro zampe e di mettere un po' d'ordine tra quelle indisciplinate.
Fino al giorno in cui non arrivò il circo in città.

Agenore quando vide la donna nel campo si levò la pelle del cane di dosso e la raggiunse scendendo la collina.
Si parlarono, si conobbero, si fidanzarono.

L'uomo sentì da subito di amarla così tanto che di sicuro ci avrebbe fatto almeno dieci figli, e nulla gli sarebbe importato se un giorno con l'esattore alla porta, avrebbero dovuto sborsare quei fiorini guadagnati con il sudore di entrambi.

venerdì 7 dicembre 2012

La moneta sulla fronte - (carte estratte: 8 1 14 - tiraggio di Francesca L.)



Nessuno aveva scampo di fronte al giudice.
L'uomo aveva escogitato uno stratagemma per poter condannare con assoluta certezza ogni colpevole, in aula seduto in alto sul suo seggio, portava appoggiata alla fronte una moneta d'oro.
Potrà sembrarvi ridicolo, ma di sicuro non lo era per nessuno degli accusati, che ad ogni Toc! del martelletto, finivano dietro alle sbarre, chi per furto, omicidio, poco rispetto o solo desiderio.
La moneta sulla fronte del giudice era il suo terzo occhio, quello che riusciva a vedere più a fondo degli altri due.
Nessun imputato era in grado di distogliere lo sguardo dalla moneta, da quando entravano in aula quel disco d'oro catturava la loro attenzione; gli occhi fissi sulla fronte del giudice diventavano un'ammissione di colpa, per lui chi desiderava l'oro era capace di qualsiasi crimine.
Ad ogni sguardo insistito, un colpo di martello assicurava l'imputato alla giustizia.
Quanti colpevoli si erano avvicendati di fronte al terzo occhio del giudice.
Poi un giorno in tribunale, ci venne portato un macellaio fiero dei propri crimini.
Questi, sfacciato con le scarpe ancora grondanti sangue, si era macchiato di orribili crudeltà, scuoiando, sfilettando e disossando tutti coloro i quali avevano osato posare con troppa insistenza gli occhi su Angelica, sua moglie.
Lei era bella, gli altri tutti morti.
Ogni passo del macellaio verso il banco degli imputati, era accompagnato dal suono molle di quelle calzature inzuppate, il sangue formava piccole pozze come se l'uomo avesse ai piedi spugne; la carne era il suo cammino.
Il macellaio si fermò di fronte al giudice, che dall'alto banco colse con la base dell'occhio il rosso che si espandeva. Piegò lo sguardo attratto da quelle pozze, cercando però di non piegare la testa per non ammettere la propria eccitazione.
Era troppo in alto sul suo seggio per riuscire a vedere davvero le scarpe dell'accusato, così mentre quello cominciò a fissare la moneta d'oro, il magistrato si mise a fissarne le calzature cedendo all'inclinare la propria testa, in quel momento furono in equilibrio.
La moneta perse la presa e cadde dalla fronte del giudice colpendo il banco con un sonoro Toc!
Non fu così il martelletto a sancire la condanna, ma la moneta.
Il macellaio fu dichiarato innocente e il giudice perse il proprio mestiere.

giovedì 1 novembre 2012

Horror vacui - (carte estratte: 15 0 14 - tiraggio di Andrea S.)



- Tra un mese esatto, lei perderà la memoria. E' una malattia rara, colpisce una percentuale minima della popolazione, ma ci si può convivere benissimo.

Non era un pensiero rassicurante.

- Alcuni tengono un diario e probabilmente sarà la prima cosa che le verrà in mente di fare prima di cadere nel vuoto. Le consiglio di evitarlo: chi soffre di un disturbo come il suo, tende a legarsi a ricordi che non gli appartengono più. Sò che è difficile accettarlo, ma la consideri una seconda opportunità per ricominciare da capo.

Il dottor Schumann, mi congedò con un abbraccio sincero per la prima volta.
Quel gesto non lo faceva da psichiatra, tanto che prima di stringermi si tolse gli occhiali.
Poi mi scostò tenendomi per le spalle e guardandomi da sotto le folte sopracciglia disse:
- La prossima volta che ci incontreremo, lei non si ricorderà di me, ed è un bene, poiché non avrà più bisogno di nessuna seduta psichiatrica. La sua malattia è l'unica cura che funzioni davvero.

Quel giorno stesso cominciai a scrivere un diario.

Horror vacui

Clara ripose le camicie nella cassettiera. Tendeva a piegarle sempre nello stesso modo, così che non vi rimanesse quell'antipatica piega centrale: bastava chiuderle a libro, non come avevano sempre fatto le altre governanti.
Le altre.
Nessuna fino a lei, era mai riuscita a resistere così tanto a casa Maier, perché il "signore" aveva una strana malattia o forse era meglio dire "aveva avuto". Ora stava bene, ma proprio quella da tre anni era la sua più grande infermità.
Gustaf Maier aveva perso la memoria e da quel momento aveva fatto di tutto per recuperarla, non aveva mai accettato che un certo morbo si fosse preso il diritto di svelargli chi fosse veramente.
L'unica cosa che ricordava della sua vita precedente era che in pochi minuti tutto il suo ego era stato spazzato via; poi subito dopo, un altro Gustaf Maier lo aveva fissato incredulo dallo specchio.
Da quel giorno cominciò a tenere un diario, sul quale annotava ossessivamente, tutte le azioni ed i pensieri che compiva nella giornata.
Quello era il motivo per cui tutte erano andate via.
Nessuno era rimasto con Gustaf, forse nessuno c'era mai stato, poiché in quella casa tre anni prima, davanti allo specchio ci si era ritrovato da solo.
La sua tenuta era in campagna e seppur chiunque giù in paese era riuscito a dargli un qualche riflesso della sua vita precedente, nessuno di quei racconti per sentito dire, erano bastati a ricostruirne l'intera memoria.
Erano solo riflessi.
"Un solitario" lo avevano definito, ricco non si sa bene il perché (tanto da destare nei più, sospetti ed invidie), neanche il dottore lo aveva mai visitato.
A lui questo non bastava.

A Clara invece non sembrava affatto così, in un certo senso lo considerava un filantropo: in quel diario c'era anche lei, tutte le sue mansioni, le parole, le azioni.
Al diario del signor Maier era ormai affidata anche la memoria di Clara.

Poi un giorno, la governante trovò un altro diario.

Accadde un po' per caso che la memoria tornò a galla all'improvviso, rimettendo in ordine dei vecchi libri nello scantinato.
In quelle pagine c'era ogni cosa successa fino al momento in cui arrivò per Gustaf il vuoto.
La sua prima reazione istintiva fu quella di correre dal signor Maier con la scoperta in mano, ma subito dopo Clara si sentì gelosa della "sua" memoria.
Quel secondo diario avrebbe potuto spazzare via in un istante, quello che lei ora aveva di più caro: il Gustaf che conosceva.
Portò sotto la gonna il diario fino nella sua stanza e si premurò di chiuderlo a doppia mandata nel baule, andando ogni sera a scoprire qualcosa di nuovo sull'altro Gustaf.

La vita di Gustaf Maier, fino al momento in cui non venne spazzata via, era una vita felice.
Un uomo dalle tante aspirazioni, un poeta appassionato della vita, che aveva senza alcun dubbio saputo amare.
Decisamente molto lontano dai racconti dei compaesani che lo avevano conosciuto poco, ma estremamente più vicino a quello che Clara aveva sempre desiderato.
Il signor Maier la rendeva felice con il suo diario, le dava tutta l'attenzione che pensava di meritarsi: lei per lui era davvero importante, così tanto che ogni azione veniva registrata su quello.
Certo, tutto quell'interesse nei confronti di Clara era veicolato dall'urgenza di non scomparire una seconda volta, ma per lei era una passione autentica, un legame così forte alla vita, da andare al di là di ogni giustificazione razionale.
Invece al contrario Gustaf Maier aveva amato davvero, ma un'altra donna, di cui non aveva mai scritto il nome.
Sull'altro diario la chiamava semplicemente "la mia sposa".
Clara cominciò così a riscrivere il secondo diario, per aggiustare il Signor Maier.

A Gustaf, Clara era piaciuta subito.
Di governanti ne aveva avuto tante negli ultimi tre anni, ma tutte lo avevano guardato come un pazzo.
In realtà lui non si sentiva un folle, pensava solo di essere guarito nel modo sbagliato, o per lo meno in un modo che non avrebbe voluto.
Forse pensandoci meglio, Clara gli ricordava qualcuno: se tutte le altre proprio non lo avevano soddisfatto, doveva essere perché nella sua vita precedente non c'era mai stato spazio per persone come quelle.
Invece quella giovane governante era perfetta.
Non faceva troppe domande, teneva tutto in ordine e piegava le camicie in un modo tutto suo.
Lui non le avrebbe mai piegate così e questa cosa lo sorprendeva.
Se mai avesse avuto, per abitudine, qualche dubbio nel tenere Clara a servizio, gli fu chiaro che fosse la persona giusta, il giorno in cui lei sorrise nel vedere il proprio nome sulle pagine del suo diario.
Per Gustaf quel diario era più di un semplice libro di memorie: era la memoria stessa, quella vera perché dell'altra aveva imparato a diffidare.
Gli sarebbe piaciuto poterne dire il perché, ma non se lo ricordava.
Da quando Clara era entrata nella sua vita, molte cose erano migliorate, tanto che quel diario, sempre di più stava diventando il diario di Clara invece del suo.
Che cosa bizzarra è la memoria, pensiamo che sia affar solo nostro ma a pensarci meglio è l'insieme delle azioni degli altri.

Di giorno Gustaf scriveva di sé e di Clara, mentre di notte rileggeva.
Era piacevole e rassicurante poter ritrovare ciò che era successo ieri o qualche mese prima.
Poi gli venne in mente che se avesse voluto ricordare ogni cosa, avrebbe dovuto scrivere che in quel momento contemporaneamente stava rileggendo, che adesso era ieri, venendo inghiottito così in un assurdo incastro di matrioske che lo fissavano.
Gli sembrò sciocco e in quel momento di debolezza, sorprese se stesso a pensare a cosa avesse Clara sotto la gonna.
Ne immaginò le cosce e in mezzo a quelle un diario segreto che una volta tanto avrebbe voluto leggere e non scrivere.
Stava guarendo, e questa volta come voleva lui.
Quella notte fecero l'amore per la prima volta.

Da quel momento lui non scrisse più alcun diario e cominciò a chiamarla "la mia sposa".

Tre mesi dopo quella notte, Gustaf Maier rimettendo in ordine tra i vecchi libri in cantina, trovò un altro diario, che risaliva al quando aveva ancora la sua prima memoria.

- Tra un mese esatto, lei perderà la memoria. E' una malattia rara, colpisce una percentuale minima della popolazione, ma ci si può convivere benissimo.

Cominciò a leggere.

Tra tutti i ricordi che vorrei rimanessero con me, questa frase è l'unica che vorrei dimenticare.
Il dottor Schumann ha cercato di curarmi per anni: mi disgusta la depressione.
Non è mai riuscito a guarirmi, ma dice che sarà un morbo a curare definitivamente la mia tristezza.
Ha detto che dopo il vuoto potrò ricominciare a vivere, scegliendo chi vorrò veramente essere.
Io lo so già chi sono ed è per questo che spero di potermelo un giorno raccontare, allora sarò davvero felice.
Sono un uomo solo, che vive lontano dal paese, in una tenuta mia da sempre, non ho mai amato davvero perché non lo volevo fare.
Perché dover portare anche lei nel vuoto?
Non voglio che "la mia sposa" soffra vedendomi triste e poi allegro e poi ancora triste.
Dopo che il dottor Schumann mi ha detto di non scrivere un diario, per rabbia gli ho portato via il suo o quello di un altro, non lo so.
E' stato dopo aver letto quello, che ho deciso di scrivere il mio.
Prima dello scadere del mese, quando vedrò ormai il vuoto nel cortile che si starà avvicinando, li metterò entrambi in cantina, tra i vecchi libri che non rileggo più.
Dopo essere sparito, scriverò un altro diario.

Clara in vestaglia in cima alle scale che portavano alla cantina, lo richiamò alla realtà.
- Gustaf cos'hai che ti preoccupa tanto?
Lui la guardò, chiuse il diario e cominciò a risalire le scale. Si incontrarono a metà strada.
- Qui ci sono io, o per lo meno credo di esserci, non voglio saperlo.
Le passò il diario.
- Adesso che ho te, so chi è Gustaf Maier e questa memoria non sono sicuro sia la mia. Il diario parla di un altro diario, ci sono troppi Gustaf Maier in questa cantina.
Poi Gustaf la superò per tornare in superficie.

Due diari, uno vero ed uno falso: quale dei due Clara aveva falsificato?
Doveva saperlo!
Quale dei due aveva sposato?

La sposa tornò nella stanza da letto, prese anche l'altro diario, quello che aveva riscritto, e il terzo che Gustaf non aveva più voluto continuare.
Si tolse la vestaglia e mise un vestito. Lo studio del dottor Schumann distava tre ore di treno.

L'appartamento in cui il medico esercitava, era all'incrocio tra due strade, in pieno centro.
Clara camminava svelta sul marciapiede, questa volta i diari non erano nascosti sotto alla gonna, ma li teneva stretti incrociando le braccia; se un qualche rapinatore in un vicolo buio le avesse sparato, sarebbero stati quelli a salvarla, invece di una più classica bibbia.
Salì in fretta le scale, passò la nuova segretaria ed entrò nella stanza dove Schumann riceveva i pazienti.
Di vederla entrare all'improvviso non ne fu contenta la signora in abito giallo distesa sul lettino.
Clara scaricò i libri sulla scrivania del dottore.
- Qual'è quello autentico?
Lui la guardò senza capire come mai lei fosse lì.
- Clara?
La donna in giallo strinse la borsetta e si fece rigida, il dottore la guardò, poi si alzò ed alzò l'indice verso la donna dicendole:
- Signora Palmer, se ci vuole scusare...
Strinse la mano attorno al braccio di Clara e spostandola di peso la portò fuori, chiuse la porta.
- Sei forse impazzita? Piombi qui dopo tutti questi anni, mi aggredisci e spaventi i miei pazienti.
- Qual'è quello autentico?
- Ma di che diavolo stai parlando?
- Il diario di Gustaf Maier! Mio marito! Qual'è il diario autentico?
Schumann (mentre la segretaria li guardava senza sapere bene cosa stesse succedendo) continuava a non capire, ma si ricordò di Gustaf Maier.
Era stato suo paziente tre anni prima, quando Clara era ancora la sua segretaria, poi Maier contrasse quello strano morbo che dava un mese di tempo prima di cancellare completamente la memoria.
- Clara… Gustaf è tuo marito? Vi siete conosciuti qui in studio.
Ora era Clara a non ricordare, di pazzi ne aveva visti tanti passare in quel posto - tutti uguali - era per quello che aveva voluto cambiare mestiere.
- Oh bella questa! Te ne vai via senza preavviso, perché non ne puoi più dei folli, e ti fai assumere a tempo pieno da uno di loro.
- Forse Gustaf era pazzo! Ma il morbo l'ha guarito. A lui interessava solo salvarsi scrivendo di noi.
Schumann sembrava divertito da quella storia, poi gli tornò in mente.
- Il diario che pensavo di avere perso! Ma certo! Ecco a cosa ti stai riferendo… si mi ricordo bene… allora ce lo aveva Maier!
Lo psichiatra scoppiò a ridere.
Aprì la porta dello stanza e Clara rimase indietro, mentre Schumann continuava a ridere si accostò alla libreria.
La donna sul lettino era ancora nella stessa posa in cui l'avevano lasciata, si limitava a seguire quella scena ruotando solo gli occhi.
Poi la sposa entrò, vedendo che lo psichiatra stava tirando giù dalla libreria troppi diari, andandoli ad ammucchiare sopra a quei tre che Clara aveva scaricato lì poco prima.
- Eccoli! Sono tutti autentici! Tutti scritti dalla stessa persona! Il tuo Gustaf deve aver preso quello che non riuscivo più a trovare.
Clara non riusciva a distogliere lo sguardo da tutti quei diari, che ormai avevano completamente fagocitato i tre che aveva portato lei.
- Sei venuta qui per scoprire chi è veramente Gustaf Maier? beh! mi dispiace ma non posso esserti d'aiuto nel senso che intendi tu. Ma una cosa è certa: posso dirti chi è Vincent, andando per esclusione troverai Gustaf.
A Clara per un attimo tornò in mente Vincent e nonostante si sforzasse di ricordare tra tutti i pazienti chi fosse stato Gustaf, non ci riusciva.
Anche Vincent contrasse il morbo, ma la sua malattia divenne cronica ed ogni mese si ripeteva.
Quell'uomo non faceva in tempo a finire un diario, che tutto ricominciava da capo, ne scrisse tanti e tutti differenti, tutti contraddittori.
Lui e Gustaf non si incrociarono mai, perchè quando contrasse il morbo, Vincent era già ammalato da anni ed internato in manicomio per esser guarito troppe volte.
- Non posso dirti nulla di Maier, veniva per curare la sua depressione, chissà quante mezze verità mi avrà raccontato su quel lettino.
La donna in giallo annuì.
Clara senza dire una parola, cominciò a cercare tra tutti i diari quello in cui si parlava di lei.
Poi quando lo trovò se ne andò via.
A dire il vero non ricordava più quale dei diari aveva modificato, se quello trovato la prima volta in cantina o quello che la sera Gustaf rileggeva.
Non se lo ricordava più.
Salì sul treno e tre ore dopo era di nuovo a casa.
Tre mesi dopo il dottor Schumann andò a trovare gli sposi, ma Gustaf Maier non riconobbe lo psichiatra.

mercoledì 25 aprile 2012

L'angelo e il suo mare - (carte estratte: 21 14 20 - tiraggio di Giorgia)



A guardarli bene, gli angeli hanno le ali d'acqua, poiché così son del colore del cielo. Non ne sprecano una sola goccia mentre volano guardando giù, ma quel giorno quell'angelo in particolare, volgendo lo sguardo più sotto di dove doveva guardare, si innamorò di tutto l'immenso mare.
A niente valsero i cori degli altri che lo volevan trattenere da far quel gesto insano, e senza troppo pensarci su, quello volò in picchiata.

Splash! si ritrovò a mollo bagnandosi le ali, che benché fossero d'acqua a loro volta non erano abituate a quella materia più sale.
Quanto è grande l'amore, sconfinato a tal punto che ti ci puoi perdere dentro se non sai dove guardare, e mentre quello nuotava sbattendo le ali, scorse da lontano una figura con braccia, torso, testa e gambe.
La creatura era un gioiello tra le onde, fatto d'acqua anch'essa e dissolta a tal punto con il resto che per riconoscerne la forma, l'angelo dovette tracciarne i confini con le mani.
Esisteva davvero se dentro e fuori erano lo stesso?

- Ecco! tu sei il mio amore puro, e ti voglio portare via con me, togliendoti con grazia da tutto il resto, da tutta l'acqua che non mi permette di poterti riconoscere se non tendendo le mani.

La creatura fu contenta di questo, perché a stare lì in quell'immenso mare, non gli era permesso dichiarare dove cominciasse e finisse la sua epidermide, fatta della stessa materia del resto. Tese allora le mani, incrociandole con quelle dell'angelo.
Come fosse una bambina stanca si abbandonò all'abbraccio e i due si incamminarono verso la riva.
Bastò spingere solo un pò più forte, per tirarla fuori dal sale, così da potergli donare braccia, torso, testa e gambe proprie che non fossero più solo proprietà del mare.

E per l'angelo fu ancor più facile, poiché la sua pelle gli permise di poterne scivolare fuori senza fatica, ma fu quando arrivò all'altezza delle ali, che come strattonato da un mano invisibile non riuscì a proseguire oltre.
Eh si! perché le sue ali, che eran fatte d'acqua, in quell'istante erano grandi e pesanti come fossero loro stesse l'intero mare, e su quella linea di confine definita dall'onda, l'angelo cominciò a capire quanto fosse pesante la sua appartenenza.
In braccio teneva un piccolo mare, e da un altro più grande era trattenuto.
Il dilemma gli fu chiaro, e per poter viver quello piccolo dovette spinger forte quel solo ultimo passo strappandosi le ali.
A volte ci penso e mi chiedo, se per farsi passar la sete basti solo un bicchiere o sia meglio bersi tutto il mare?

venerdì 3 febbraio 2012

La foglia presuntuosissima - (carte estratte: 12 14 21 - tiraggio di Silvia M.)



Le foglie non muoiono, compiono atti di presunzione.
Lo sapeva bene il castagno che ogni autunno si ritrovava a far gli stessi discorsi.
- Se non volete morire, dovete restare verdi!
I suoi rami, carichi di foglie smeraldine si protendevano in ogni direzione sotto al sole velato di settembre, quando ormai l'autunno era alle porte.
Ed era sempre una a cominciare.
- Ah! Ci manca solo questa. Cosa ne capisce lui che ha cent'anni ed è rincitrullito.
Seguiva un'altra foglia.
- Noi siamo giovani e facciamo come ci pare.
Partiva la terza.
- Il castagno è marrone, noi foglie siamo verdi. Tutta invidia la sua, può dirsi verde solo grazie a noi.
Continuava qualcun'altra.
- E sarà vero che ad esser marrone mica si muore. Anzi! Si campa cent'anni come gli è capitato a lui.
E come ogni anno cominciava così, prima una poi l'altra, tutte quelle facendo un gran baccano pian piano diventavano marroni.
La madre terra le richiamava a se una ad una, come quando per il gran ballo del re vieni annunciato per nome.
Era solo presunzione, pensava sconsolato il castagno, che ormai da cent'anni e più se le vedeva sfilare via solo per trovare la fine ai suoi piedi, e quando anche l'ultima foglia ormai tutta marrone, con un flebile "tic" si spezzò dal ramo, il castagno scosse il capo sconsolato.
- Io sono la foglia più presuntuosa di tutte e non mi basta esser stata verde e poi marrone.
Sbirciò l'ultima con gli occhi all'insù come a volerci pensare un pò e vedendo il cielo sopra di se disse:
- Ho deciso: sarò azzurra!
E con immenso sforzo strinse gli occhi sino a sentir pulsare le tempie e quando volse di nuovo lo sguardo al cielo, quello era diventato marrone.
- Ma non è possibile! Non ha funzionato! Tutto là fuori è cambiato tranne me.
Niente di più errato, perché benché la foglia continuasse a cadere, lo stava facendo verso l'alto allontanandosi a testa in giù dalla bruna madre terra.
Azzurra e leggera, se ne andava verso l'alto che per affinità cromatica il cielo la richiamava a sé.
Cadde per giorni trasportata dal vento, senza sapere bene dove andasse, non poteva deciderlo lei sino a che il soffio dell'aria la spostava come voleva.
- E allora io voglio essere ancora più presuntuosa e imparerò dal vento a soffiare.
E spingi spingi gonfiando le guance, la nostra foglia apprese a cambiar direzione, approfittandosene subito per soffiare in capriole, risucchi e planate.
- Oh che bello essere presuntuosi.
Ma quanto volò? Direi per tanto, perché se la terra finisce tra le radici dell'albero, sul suo cappello c'è troppo spazio: il cielo è sempre un passo davanti all'occhio.
Cadere per così tanto tempo ti fa pensare fino a farti rimanere solo, perché quando anche l'ultima parola prende il volo dal tuo cervello, non resta altro.
Adesso non ho più parole, non ho più soffi, non ho più colori: sono alla fine del cielo.
C'è un castagno verde alla fine del cielo, con più di cento foglie azzurre sui suoi rami, una per ogni anno di quel rincitrullito, una più presuntuosa dell'altra.

sabato 21 gennaio 2012

Il palcoscenico - (carte estratte: 11 20 14 - tiraggio di Roberto P.)



In platea il buio, il palco è illuminato, e mentre io son qui a suonare il clavicembalo, mi viene da pensare: ma il pubblico e lì davvero?
Lo so è un pensiero sciocco, così lo caccio indietro e le mie dita scorrono sicure sui tasti, e non li guardo. Ormai conosco bene la tastiera, non leggo lo spartito, ce l'ho già tutto in testa.
Guardo nella bocca di mia moglie. Apri bene mentre canti! Ma oltre l'ugola non riesco ad andare, lì finisce la luce e cominciano le viscere.
Nel buio non un sussurro, un mormorio, un colpo di tosse, niente.
Il pubblico non c'è, però è lì e suono bene, poiché e lì.
Ancora qualche giro è avremo finito, torneran le luci in tutto il teatro e arriverà puntuale l'applauso.
Ed è così che accade, chiudo il concerto dopo l'acuto della mia dama.
Un successo, tutto questo è una magia! Tornan vive le persone, si alzano ed applaudono, le vedo e le sento. Guardo mia moglie e mi sorride, poi ci sporgiamo per l'inchino.
Una, due e tre volte. Grazie.
Tutto adesso è pieno di luce, così anche voi mi vedete. Perché mi vedete vero?
Guardate la mia mano che si solleva. Vi saluto, mi tocco i capelli, vedete che bel colore? I miei vestiti. Questa stoffa è del colore dei miei occhi. Lo avevate notato?
Certo, è impossibile che non mi vediate, poiché adesso è tutto illuminato.

venerdì 6 gennaio 2012

La guerra di Ferrobambù e Roccaimburrato - (carte estratte: 0 19 14 - tiraggio di Mauro B.)



Ferrobambù e Roccaimburrato eran borghi edificati su due colline dirimpetto, ed ogni santo giorno si radevano al suolo l'un l'altro. Salvo ovviamente nei festivi.
Era specialità di entrambi di esser così in arme con le catapulte del vicino, che nessuno di quelli voleva cederne il primato al dirimpettaio e da questo ne conseguiva il fatto che tra un colpo e un altro si rimaneva senza muri, case, chiese, capanne, pozzi e caciottine.
Così ogni domenica ci si riuniva per ricostruir dal basso tutti gli edifici, e i due borghi alla sera eran di nuovo in piedi pronti per crollar di nuovo.
In guerra ci si adatta a far economia, ed era perciò vantaggio e buona norma in quel giorno di ricostruzione, tener da parte i pezzi più grossi rimasti tra le macerie, per avere nuovi colpi da caricar sui legni in tensione del giorno dopo.
Perché quei due borghi si combattevano, nessuno più ormai lo sapeva e se ve la devo dire proprio tutta, io più che gradire un primato per chi rompe meglio l'altro avrei preferito un palio per il borgo dal peggio nome.
Ferrobambù crollava sotto i colpi di Roccaimburrato, che a sua volta veniva giù poco dopo per reazione dei Ferrobambuesi che non volevano esser da meno rispetto ai Roccaimburravioli.
Un giorno in città arrivò un costruttore, che era in viaggio diretto al borgo di Semedisemediseme dove avrebbe dovuto salvare una donna non ancora nata, tenuta prigioniera da un leone dalla camiciola troppo stretta. Ma quella poi è un altra questione e non voglio perdere il filo del discorso.
Dicevo! Arrivò tra Roccaimburrato e Ferrobambù questo geniale costruttore, pieno di belle idee, di felici intuizioni, con in tasca persino un ditale schiacciato, che gli sarebbe servito per salvare la donna mai nata, tenuta prigioniera dal leone con la camiciola troppo stretta; un ditale schiacciato è così strambo che nessuno mai si sarebbe inventato una simile soluzione. Che però adesso non vi voglio raccontare, perché per sentito dire, non è buona cosa perdersi in troppi giri quando si narra un'altra storia.
Partì da un lato un colpo fatto ad L che era mezza finestra, fischiando in aria tracciò una parabola fin dall'altra parte, colpì il campanile che andò a crollare sulla bottega del panettiere.
La riposta non tardò ed un intero caminetto fece il viaggio inverso, squarciando in due la statua nella piazza degli altri.
E così per tutto il giorno, mentre Roccaimburrato cedeva a valle sul costone destro e Ferrobambù invece si piegava sull'interno.
- Che spreco! - Pensò il costruttore.
Girò il cavallo in quella direzione, pronto a trovare un'astuta e definitiva soluzione.
Apprese così dai Roccaimburravioli e dai Ferrobambuesi che ogni domenica veniva il giorno di ricostruzione.
- Perfetto! Allora domenica sarà l'ultima volta che metterete una pietra sull'altra.
Entrambi i borghi in quella settimana, si accanirono più del solito e far la lotta, perché volevano proprio vedere cosa quello si sarebbe inventato, e giunto il sabato mattina trovarono una bella sorpresa: il costruttore era sparito da entrambe le colline e tutte le scarpe se ne erano andate via con lui.
- Bella roba quella! Non era mica una soluzione!
- Cosa ci vuole a caricare altri colpi anche senza le scarpe?
- Tanto non ci si spaventa, siamo gente che non ha case ogni settimana, quindi può far a meno pure delle suole.
Ve lo immaginate voi? Il costruttore pensava di salvare una donna non ancora nata, tenuta prigioniera da un leone dalla camiciola troppo stretta, usando un ditale schiacciato. Del tutto fuor di logica! Come dar credito ad un uomo del genere.
E fu proprio in quel preciso momento che arrivò la domenica.
Nel giorno della ricostruzione, tutti ritrovarono le scarpe dove le avevano lasciate la sera del venerdì, e guardando giù a valle, tra Roccaimburrato e Ferrobambù vi era il costruttore, che aveva accatastato così tanti mattoni da permetter di ricostruire due volte e tre quarti ogni borgo.
I Ferrobambuesi si accalcarono in tutta fretta per arrivare subito ai mattoni, poco dopo anche i Roccaimburravioli erano lì che sgomitavano per sentir la soluzione.
- Cari amici di questi due bei borghi. - Iniziò il costruttore a spiegare - prendete tutti i mattoni che volete per rimettere in piedi i vostri muri, case, chiese, capanne, pozzi e caciottine. Così che sia questa l'ultima volta che vi colpirete l'un l'altro, perché da oggi vi mancheranno tutte le vostre buone intenzioni.
Tutti si caricarono i mattoni, e cominciarono a riedificare i borghi. I mattoni erano raffinati, solidi e leggeri, e ce n'erano in abbondanza, così che chi volesse ampliar le proprie stanze potesse farlo, e a chi volesse metter su un altro mestiere gli fosse concesso.
Quella sera i due borghi erano di nuovo in piedi, splendidi più che mai, così il costruttore concluse il suo discorso.
- In questi mattoni, miei cari nuovi amici, ho messo qualcosa di speciale: nel centro di ognuno di essi è stata impressa l'orma del vostro piede, sia destro che sinistro.
Tutti si guardarono intorno non sapendo bene dove quello volesse andare a mettere il segno.
- Così che le fondamenta di questi due borghi, da oggi in poi saranno fatte delle vostra stesse fondamenta. E con questo, monto sul mio cavallo e vi saluto! Che devo andare a salvare una donna non ancora nata, tenuta prigioniera da un leone dalla camiciola troppo stretta, usando solo un ditale schiacciato.
I Roccaimburravioli tornati il lunedì alle catapulte, prepararono i colpi, ma a dire il vero poi, non è che il primo soldato pronto al lancio se la sentì di far partire l'ingranaggio, che se avesse colpito i suoi due mattoni finiti chissà dove di qua o di là, gli sarebbe sembrato di far torto a se stesso. Lo stesso, pensarono tutti i soldati Ferrobambuesi.
Così da quel giorno, nessuno lanciò più alcun colpo ad L o camino verso il borgo dirimpetto.
Perché diciamolo davvero, chi è che vuol metter mano pesante quando in gioco ci sono i propri piedi?

sabato 3 settembre 2011

I litiganti di Pietrabella - (carte estratte: 14 15 6 - tiraggio di Simone V.)



Se lui diceva sinistra, lei diceva destra e dove l'uno contava solo i numeri dispari, l'altro prediligeva i pari.
Così non si poteva più andare avanti, perché anche se Pietrabella era solo un piccolo borgo edificato ai margini della valle, meritava di sicuro qualcosa di meglio che due padroni in costante disaccordo.
La signora del borgo era bella, pareva quasi un angelo. I suoi pensieri erano delicati e per ogni singolo abitante avrebbe fatto qualsiasi cosa: dal dare monete d'oro a piene mani, a evitar per tutti di aver la schiena a pezzi per il troppo lavoro nei campi.
Il signore del borgo, che era il di lei marito, pareva invece non aver cuore alcuno, e chiamarlo diavolaccio era uso comune per gli abitanti di Pietrabella.
Quegli di dar oro a piene mani o sollevar da fatica la gente, proprio non ne aveva concezione e se poteva calcare la mano per aver miglior raccolto, non si faceva di certo troppo scrupolo.
E nel palazzo principale del borgo era tutto il tempo battaglia, e senza tregua potevi sentire sia di giorno che di notte, la fracassano canzone dei cocci rotti che si rincorreva da una stanza all'altra.
L'intera economia del borgo ruotava attorno ai cocci rotti, che fuori dal palazzo si poteva scorgere la fila dei carri dei mercanti di ceramica, dipanarsi neanche fosse un serpente fin giù alla base della valle.
Tirarsi piatti in testa l'un l'altro era ormai l'unico punto in comune che avevano i due amanti.
Ma per fortuna che ogni forte contrasto può essere calmato con il suo contrario, e se la storia di quei due sinora si era fatta troppo amara, due gocce del miele più dolce di Pietrabella potevano diventare la soluzione.
Fu così che un fidato consigliere di entrambi, provò a mettere in atto ciò che la saggezza popolare mista al buon senso gli venne a suggerire.
Approfittando della breve pausa creata dall'avanzar tra un carro e l'altro, egli fece scivolare una goccia di miele sul fiore che la signora portava tra i capelli, e una goccia invece dritta sul naso del signore.
La canzone dei cocci rotti riprese di li a poco, ma il miele cominciò a fare il suo gioco, e un'ape per ciascuno si posò sul vischioso elemento.
Il signore per vedere bene l'ape che gli si era posata sul naso, incrociò a tal punto gli occhi tra di loro, da non veder più null'altro che l'insetto che zampettava sulla sua protuberanza.
E altrettanto fece la signora, che levati gli occhi al cielo per scrutare il fiore che le impreziosiva la fronte, distolse lo sguardo da quella marea di ceramiche.
- Ho un'ape che mi cammina addosso.
Disse lui.
- Anch'io e chissà per quanto tempo lì ci vorrà stazionare.
Replicò lei tutta assorta e concentrata.
I due così presi dall'insetto, non si riconobbero più e cominciarono a conversare di quando entrambi erano sposati; ma adesso che il rispettivo compagno era sparito, si sentivano davvero soli.
Il signore cominciò a fare una corte spietata alla bella signora, che sembrava così simile a lui perché condivideva quel problema lì dell'ape, e la signora tutta emozionata per le attenzioni di un così valoroso pretendente, di volta in volta cedeva un pò di più le sue difese.
Finì così che si sposarono, perché finalmente avevan trovato l'anima gemella e a Pietrabella tutti furon da quel momento contenti perché al palazzo, la canzone dei cocci rotti aveva finalmente trovato un degno epilogo.
Zan zan!

domenica 16 gennaio 2011

Lucrezia che gli piangeva la testa - (carte estratte: 2 10 14)



Si, ma allora io mi chiedo: cosa fareste voi se al posto dei capelli aveste una sorgente d'acqua?
Che a volte non ci si pensa, ma son problemi.
Ovvio non dovreste lavarvi i capelli, ma avreste sempre tutti i vestiti bagnati.
Sarebbe quasi come se ogni lacrima che avete pianto, vi scivolasse costante giù dal cuoio capelluto, che ormai di capelluto avrebbe ben poco.
A Lucrezia piangeva la testa: costantemente inzuppata da capo a piedi, non era di sicuro la più amata del paese.
Le amiche le camminavano sempre a qualche passo di distanza, soprattutto la domenica con il vestito buono.
Eh! lo so. La situazione così non era mica tanto sostenibile, che il vecchio padre di Lucrezia si rompeva il capo per venirne fuori.
La madre della giovane, poverina, era morta affogata quando la bimba era venuta al mondo: le si ruppero le acque al nono mese, che pareva avessero aperto tutte le dige d'Olanda.
Poi però un giorno ti arriva un venditore trico traco in città, con tanto di carro pieno zeppo di rimedi e vedendo così Lucrezia, ci trova li per li la soluzione.
Prende tra le millecentoventi cianfrusaglie, un bell'ombrello senza manico, che nelle sue abili mani diventa da oggetto inutile a vera e propria soluzione; ci basta fare un buco al centro e glielo piazza in testa al rovescio, manco fosse un cappello rivolto.
Così da li a poco, l'acqua lo riempie come un imbuto, e sbordata poi dai lati quella in eccesso, ecco a voi che non ti si bagnano più i vestiti.
Oh... ooh... ooooh... clamore e stupore di tutto il parentado, amicado, un po' anche vescovado, se ci fosse un mezzo ministro di Dio da quelle parti.
Ora Lucrezia pareva un innaffiatoio che gettava zampilli tutti intorno, però con i vestiti asciutti che è un buon passo avanti.
Il padre della ragazza, pagato il venditore, potè finalmente abbracciare la figlia senza inzupparsi i piedi.
Certo pareva di stare alla finestra in una giornata di pioggia, quando ficchi il naso appiccicato al vetro e rimani all'asciutto nonostante le gocce ti sfiorino il volto, ma tutto sommato era una situazione accettabile.
Adesso forse avrebbe potuto trovar marito, che non fosse per sicuro un marinaio.
Però come sempre accade, ogni situazione buona e nuova poco dopo diventa quotidiana, e così da bel sorriso il suo viso si ripiegò con gli angoli della bocca verso il basso.
Ma dico io, che poi lo diceva anche Lucrezia, ma perchè poi tutta quest'acqua qua?
Ma se fossero monete non sarebbe stato meglio?
Poi arrivò al villaggio una vecchia mendicante.
La mendicante mendica, è il suo lavoro.
Si sveglia la mattina presto e mendica un po', magari al mercato, poi fa una pausa perchè è un lavoro duro.
Rimendica il pomeriggio, che è una persona seria e di parola, non è che il contadino ara la mattina poi domani magari no: ci si mette d'impegno.
Comunque, mentre si era acquietata un po' perchè eravamo quasi all'ora del pranzo, si dice tra se e se: “Oggi cosa potrei mangiare? Pollo? Patate? Qualche cavolo bollito? No! meglio stare leggeri che poi nel pomeriggio mi tocca tornare a mendicare.”
Tira fuori il suo bel bicchiere di legno che tiene in tasca e lo riempie sino al bordo dalla fontana: che poi era Lucrezia che si era appoggiata li vicino col cappello imbuto in testa.
Butta l'acqua tutta giù in un sorso.
“Ma quest'acqua sa di fragole!”
Rimpingua il bicchiere e butta giù nel gargarozzo.
“Ma quest'acqua sa di mele cotte!”
“Ma quest'acqua sa di castagne zuccherate... porro... caucciù!”
“Che buona! Ma anche un po' che schifo!”
Nessuno aveva mai bevuto l'acqua di Lucrezia, che sapeva di mille centomila sapori, belli e brutti.
E la mendicante, che oltre a lavorare come mendicante, era anche un po' saggia, guardando Lucrezia la fontana, capì che quelli erano i sapori di tutti i suoi pensieri.
“Ma cosa ti lamenti cara ragazza, che fossero tutti come te, che le idee invece di tenersele dentro le facessero sgorgare da una fonte tanto cristallina.”
La gente si avvicinò mostrandosi curiosa.
La vecchia mendicante continuò: “Ringrazia quel cappello ad imbuto, che non ti fa bagnar i vestiti ma avvicina agli altri tutti questi sapori. Quelli belli e quelli brutti. Che ogni sapore lo devi lasciar sgorgare.”
E allora Lucrezia sul cappello ci mise prima cento tubi, poi seicento canalette, poi milleduecentosettantotto zampilli e continuando di quel passo, ci edificò una cattedrale.

giovedì 26 agosto 2010

Il trono della sovrana - (carte estratte: 15 14 3)



Seduta su un trono stava una sovrana.
Ogni mercoledì i sudditi le andavano a fare visita, chi per chiedere aiuto, chi per sentire una parola di conforto, chi per fare una riverenza, ma la maggior parte chiedeva udienza per ammirare il trono di legno d'acacia intagliato, sul quale era seduta.
Il seggio si diceva fosse stato inciso dai migliori falegnami del regno, centinaia di anni prima che lei vi si adagiasse, e nonostante fosse di un legno umile, il colore dorato delle fibre di acacia lo facevano sembrare d'oro.
Benchè riparato da un sottile tulle di color azzurro, si riuscivano a intravedere i sofisticati intagli che raffiguravano migliaia di piume, formare due balze alle spalle della sovrana.
La signora era molto amata, le sue parole erano sempre delicate e non aveva mai dato troppa importanza a questioni di etichetta, ma i suoi occhi mostravano un velo di afflizione.
Aveva un parrocchetto, che lasciava libero di volare per la stanza, il più delle volte le stava aggrappato all'avambraccio e lei con l'indice della mano sinistra di tanto in tanto gli lisciava le piume del capo.
A pensarci bene la sovrana, che pareva così candida, forse un qualche mistero lo celava: nessuno l'aveva mai vista alzarsi dal trono.
I maligni sostenevano che non volesse privarsi del pregio del suo piedistallo; altri dicevano che sotto la lunga veste che le copriva le gambe fosse priva degli arti inferiori, strappati a morsi da due serpi in amore; qualcun altro credendoci un pò più fermamente, diceva che la testa dei potenti pesa il doppio di quella di un contadino.
A forza di sentire tutti questi pareri uscire piano tra i denti di chi faceva visita alla sovrana il mercoledì, una guardia decise che avrebbe svelato una volta per tutte il segreto della signora.
Aspettò la fine della giornata, quando la gente usciva dal salone e le porte venivano chiuse alle spalle dell'ultima guardia, per nascondersi dietro ad una colonna e osservare.
Solo pochi minuti dopo che il pesante portone si chiuse, la sovrana si alzò ed il tulle azzurro scivolò verso terra, portandosi con se le certezze della guardia di voler svelare il mistero.
Le piume intagliate nel trono si distesero e due possenti ali si sgranchirono per esser state ferme tutta la giornata, oltre i tre scalini non vi era più nessun trono, ma solo la signora che raccoglieva a se le ali sul quale era stata seduta tutto il tempo.
La guardia per lo stupore lasciò cadere a terra la lancia che aveva faticosamente retto ogni mercoledì, lo schiocco lo rivelò agli occhi della signora.
I loro sguardi si incrociarono per un istante, gli occhi increduli della guardia incontrarono quelli tristi della signora, che in un frullo d'ali spicco il volo e lasciò il salone da una volta aperta.
Nessuno la vide mai più.
I maligni sostenevano che fosse una strega dagli occhi gialli; altri dicevano che fosse un angelo caduto in terra; qualcun altro credendoci un pò più fermamente, diceva che le ali dei potenti volano più lontano di quelle di un contadino.
Ma solo una cosa fu certa, il parrocchetto non trovò mai più un altro avambraccio sul quale posarsi.