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giovedì 30 agosto 2012

Il vestito di Cornelia - (carte estratte: 0 2 6 - tiraggio di Cristina L.)



Chi ha mai tenuto in considerazione la miglior parola che possa cingere il proprio seno?
O quella che si adatta meglio ad un braccio, un polpaccio o alla pancia?
Sono pensieri bizzarri che non ci si fa caso, poiché ogni cosa che non ci è accaduta parrebbe destinata al non esistere... ed invece c'è.
Tutto se lo si guarda bene è bizzarro, e quello che accadde a Cornelia vi voglio di sicuro raccontare.

La nostra bella paesana, in una calda estate, scese al fiume per trovar del buon sollievo, tanto che lì tolti tutti i suoi panni e disposti vicino ad un bel libro che recava con sé, si immerse nelle acque a farsi un bagno.
Chi ben conosce certe storie, sa da sé che c'era un pazzo che già in passato avea creato scompiglio per questioni di indumenti e fiumi, e neanche a farselo dire due volte rubò i vestiti alla povera Cornelia, lasciandola fresca e ignara di ciò che le stava accadendo alle spalle.
Benché sia interessante ciò che poi accadde al pazzo, vestito con quegli indumenti femminili, dovrà in questa storia rimanere un mistero, poiché fu lui e questo evento ad esser la scintilla che portarono Cornelia a riconsiderar se stessa.

Uscita dal fiume, la ragazza ci mise poco a capire il dramma in cui suo malgrado si era andata a cacciare, perché senza vestiti in paese non ci poteva proprio tornare.
- Cosa potrebbero dire di me quelle malelingue, se con le grazie fuori mi vedessero fuor di grazia?

Quante volte le parole degli altri risultan essere i confini delle nostre azioni, tanto che come tante belle figurine stiamo attenti a non andar oltre una "a" o una "s" o qualsivoglia lettera che mette un punto alle nostre azioni.
- Devo in qualche modo poter rimediare, per lo meno per riuscir ad arrivare a casa e metterci una pezza.

Quel che le venne in mente in quell'istante di sicuro rivelò il suo spirito intraprendente e appena si rese conto che il pazzo, tutto gli avea tolto tranne quel solo libro, decise di vestirsi con le sue pagine.
Ad un pazzo mica serve un libro, poiché le parole così ordinate quello mai potrà comprendere, così Cornelia fece quel che non si augura mai nessun autore come fine per il proprio testo: lo aprì per strapparne ad una ad una tutte le pagine.
La pelle ancora bagnata, fu una perfetta base per far aderire quei fogli, tanto che uno sull'altro intrecciati per bene, tutti quei capitoli le fecero da seconda pelle.

Tra un prick ed un frack, i fruscii e gli sfregamenti di carta accompagnarono Cornelia sino al paese, in quel candido vestito color del foglio con tante parole, con frasi e punti che le facevano da rifiniture.
Il seno di Cornelia così bello e generoso fu cinto dalla parola "uovo", il braccio fu un "monastero", in vita tenne "il matto", sulle gambe uscirono "piume d'oca", poi "voce e canto" sui polsi.

Barba e Rufus si son sposati.
Sette uova per fare una frittata.
Parlar con l'oca, perdere la voce e rispondere alle domande delle monache.

Cornelia tornò in paese passando attraverso gli occhi di tutti. I suoi confini cominciarono così a stringersi, poiché tutte le parole che ora le cingevano il corpo, ridefinirono le parti della ragazza.
La ragazza per tutti perse il seno prima ancora di perdere il senno, tanto che i suoi compaesani, guardandole il petto lessero due uova.
Era diventata come un atlante medico vivente, con tutte quelle paroline a corredo delle figure.
Più la gente la guardava, più il sole però asciugava quella carta e tutte le parole che si raggrinzivano, fino a che cominciò persino a far fatica a camminare.
Cornelia via via fu un corpo ancora pulsante dentro ad una statua di cartapesta, rigida, fissa e immobile, fatta di parole che la ridefinivano.
Pian piano anche il senno fece spazio ai soli vocaboli letti da tutti e Cornelia dentro a quelli cominciò a pensar altro di sé.
-  Le mie uova sono dure, non le riesco più a toccare e queste bende mi fan prudere il monastero e le oche… tutte e due le oche.

La gente scorreva il dito su Cornelia, vedendo solo le frasi che si erano abituati a leggere, seguendo la logica sconclusionata senza un ordine preciso e la carta stringeva così tanto che pian piano il respiro della ragazza si fece strozzato.
Maledetti libri!
Maledette parole e pensieri!
Maledetti tutti che un po' per volta vi siete mangiati Cornelia, e quando qualcuno pronunciava a voce alta quelle frasi, la carta si stringeva prima.

Poi verso sera giunse al paese il matto, che gridando e sbracciando veniva giù per la via facendoli scappare tutti.
- Ahi ahua auu uau uaiiuuu…
- Stategli alla larga! quello è il matto contagioso, non fatevi toccare!
Così chi a destra e chi a sinistra gli fecero spazio.
Ad un pazzo mica serve un libro, poiché le parole così ordinate quello mai potrà comprendere, e con le mani sporche e lorde dell'albume di tutte le storie che aveva fino a quel momento vissuto, fece a pezzi quella prigione di buone intenzioni, con tutta la rabbia che aveva in corpo.

Cornelia gridò forte e respirò a pieni polmoni, come fa un pargolo sculacciato per la prima volta dalla levatrice; per terra caddero mille uova che si frantumarono, monache e mattoni, le oche si rincorsero per tutto il paese lasciandosi dietro nuvole di piume color della carta.
Barbe, alberi, acqua di fiume; sonagli, inchiostri e bicchieri vuoti, vomitati dalle pagine strappate come dagli armadi delle signore.
- CORNELIA!
Fu l'unica voce.

Lei spalancò gli occhi a veder lì in mezzo, tra tutte quelle cose che le erano schizzate fuori, il pazzo con indosso i suoi vestiti, come fosse un'altra sé ma con la barba e le mani lorde.
Non più libri per Cornelia al fiume, ma solo una piuma d'oca e un po' d'inchiostro.
La piuma era l'unica cosa che le era rimasta appiccicata addosso, storta su una gamba, e da quel giorno la ragazza usò proprio quella per definire i suoi confini, per tracciare sulla sua pelle tutte le parole che le veniva invero voglia di scrivere.

domenica 1 luglio 2012

Le domande del figlio del prete - (carte estratte: 12 5 6 - tiraggio di Giulia B.)



Gli eventi di questa storia, che altrimenti sarebbero stati molto differenti, cambiarono all'improvviso il giorno in cui il figlio del falegname fece una domanda a suo padre falegname:
- Padre ma voi amate più me, che sono il figlio del falegname o i legni su cui guadagna il pane quello stesso falegname?
La questione che posta così potrà sembrar banale, scatenò una serie di circostanze dalle quali fu difficile riuscirne ad uscire: ogni domanda esige la sua risposta, ed ogni risposta necessita la sua ricerca.
Dovendo andare ad acquistar chiodi per il suo mestiere, il falegname partì per il villaggio riservandosi di dar quella sera stessa una risposta al figlio, ed essendo scrupoloso preferì prendersi del tempo per capire se amasse di più i suoi legni che quell'unico figliolo che gli era rimasto.

Per tutto il tragitto continuò - come ognuno di noi fa con le proprie domande - a rimasticar le parole del figlio, che suonavan tanto inaspettate per un padre che non avrebbe mai voluto dover mettersi a fare paragoni, tra ciò che è il proprio futuro e ciò che quel futuro lo rendeva possibile. Poiché l'artigiano quasi tutti e troppi figli aveva perso a causa della carestia del grano, quell'ultimo che gli era rimasto lo portava come fosse un gioiello nel cuore, e sui legni ci passava il giorno per non dover far mai mancare a quello il companatico sulla tavola.
Per quanto inaspettata possa essere una domanda, la risposta nella nostra società pare sia buona cosa non darla in modo troppo affrettato, che se si dà l'idea di dar giusta importanza ad una questione, si rende ancor più nobile e vera la replica alle orecchie di chi ti ascolta.

- Ma è mai possibile, che mi si chieda se il falegname ami più il figlio del falegname, che i legni del falegname?
E quella se la ripeteva cento volte in testa con la smania di colui il quale deve andare a verificare, tanto che giunto al paese, cominciò a chieder a destra e a manca la medesima questione.
Gli rispose bene a suo modo di pensare il fabbro, mentre egli comprava i chiodi dalla moglie.
- Questione semplice da districare - cominciò l'uomo mentre batteva sull'incudine -  Come può il falegname amare più i legni del falegname, che il figlio che gli chiede se il falegname ami legni o il figlio stesso del falegname?
- E' quello che sostengo anch'io, mio buon amico, torno indietro e glie lo dico io, che come può il falegname amare i legni del falegname del figlio del falegname?
Il fabbro disse:
- Esatto! Il falegname non può amare più i legni del figlio del falegname che i proprio legni: è giusto che ogni buon cristiano ami i legni suoi - continuò il fabbro. - Per fare un caso, saresti in errore a venir qui ad amare il mio cancello, che io che son fabbro non amo i tuoi legni… e figuriamoci i legni del figlio del falegname.

Il falegname pensò che fosse una risposta sensata, poiché non aveva mai pensato neanche per un sol istante di amare il cancello del fabbro: a qual pro inoltre lo avrebbe dovuto fare?
Vagando per il paese prima di rimettersi in cammino verso casa, continuò a pensare a ciò che aveva detto il fabbro, e più pensava che non amava nessun cancello, più per contrapposizione vedeva intorno a sé quanto bello ed utile fosse stato il proprio legno nella società.
Molte di quelle case avevan dentro la sua mano: chi aveva avuto una finestra, chi una porta, chi si era fatto fare uno steccato, chi un mobile, un tavolo o le ruote del carro.
Quanti legni suoi in quel paese: quasi come fossero tanti suoi altri figli.

Benché convinto di aver trovato una buona risposta da dare al proprio figlio, vide la Rosina affacciata ad una delle finestre che egli stesso aveva messo insieme, e volle avere anche da lei un'opinione.
- Rosina! ma secondo te: è giusto che il falegname ami più i cancelli del fabbro che i legni del figlio del falegname?
E tutto questo lo faceva abbracciato alla staccionata della casa (l'amava molto la sua opera).

La Rosina, un po' stranita da quella situazione, cercò di dare una risposta al falegname, che nel mentre si strusciava di vero amore ai legni che per le vie eran sparsi.
- Falegname, la risposta alla tua domanda è presto detta, più che ferro ami il legno di cui i tuoi figli son fatti - alludendo a ciò che l'uomo in quello stesso momento abbracciava. - Dopo tutte quelle morti di carestia, non par vero neanche a te di trovarti con tanta prole.
- Grazie Rosina! Ora è tutto chiaro: il falegname ama i legni del falegname e non i cancelli del figlio del fabbro! Devo tornar subito alla mia casetta per dirlo a tutti i legni che reggono i cancelli dei fabbri. Ma prima me ne vado dal prete che mi voglio confessare. Ho pensato a cose brutte per essere padre, che a certe domande non si deve cercare una risposta, ma la si deve solo dare.
La Rosina di corsa se ne rientrò in casa, perché quello che aveva visto lo doveva subito andare a raccontare: il falegname oltre ad amare i legni con trasporto, aveva peccato tanto che gli era necessario andarsi a confessare!

Le donne cominciarono a parlare, e alla fine la verità venne a galla.
I fedeli a dirla tutta, una cosa così non la potevano accettare.
Eh si! perché quello stesso giorno, fu chiaro che il falegname peccatore andò dal prete per poterlo ricattare, e nel buio della sacrestia, di figli amati si sarebbero di sicuro ritrovati a parlare: e cosa aveva detto il falegname?
Se non sbaglio la domanda era: Ma il prete ama più il proprio figlio dei legni che reggono il cancello del figlio del fabbro, glie la farò pagare?

Per la santa misericordia! il prete nonostante i voti aveva un figlio, e tutti cominciarono davvero a mormorare, tanto che vedendo quello parlar con il falegname capirono subito come erano andate le cose: dovevano salvare il figlio del curato, rapito da quell'immorale.
Seguendo il falegname sino a casa videro che in effetti un bimbo gli venne ad aprir la porta.
- Sembra il figlio del falegname.
- Ma non eran tutti morti i figli del falegname?
- Chetati Bertrando! Facci sentire!
E zitti zitti, da lontano, si misero ad ascoltare.
- Caro bimbo nonostante non sia ancora giunta sera, ora è chiara la risposta alla domanda che mi volevi domandare: io che sono falegname non amo i cancelli del prete, che coi legni del figlio, farebbe cancelli più solidi di quelli del padre del fabbro.
- Ma allora mi ama mio padre?
- Solo il prete lo sa!
E i contadini:
- Visto che è il figlio del prete!
Gli furono addosso prima che il bimbo potesse replicare, sacco in testa con due belle bastonate e figlio del prete salvato dal rapimento.

Il curato a questo punto venne accusato di peccato mortale e immorale, ma a qualcuno venne in mente che sono in due che quel peccato lo avrebbero dovuto scontare: si accusò così la perpetua che al prete aveva svolto il servizio del dargli un figlio.
Quella in tutta questa confusione si difese sostenendo che poiché l'infante aveva ben cinque anni, all'epoca del concepimento lei non era in quei luoghi, avrebbero quindi dovuto chieder bene a quell'altra ex perpetua di confessare: la Rosina!

La corda non si fece troppo attendere, e la Rosina finì anch'ella gambe all'aria nella piazza del paese, insieme a quel prete blasfemo ed al rapitor ricattator falegname.
Giunse così la sera che eran tutti pronti ad accendere un bel fuoco sotto a quei tre polli, e me lo ricordo proprio bene, come se quell'istante si fosse congelato, che il figlio del curato in quel momento fece la domanda che non era riuscito prima a fare al padre.
- Ma cos'è che il prete sa che mio padre non può sapere?

Il fabbro disse: - Ah non lo so! Io so che amo i miei cancelli.
- E' vero! - dissero tutti
- Io amo Bertrando!
Disse la Rosina a testa in giù, e Bertrando cominciò a fare i salti di gioia.
- Io amo tutti i miei figliuoli, quelli morti per la carestia e quello vivo che fa domande strane!
Disse il falegname, ancora appeso a testa in giù.
Fu il momento del prete, che non capiva bene cosa fosse successo e perché si trovasse in quella situazione.
La piazza si guardò tra sé e sé, aspettando.
- Per l'appunto: ma cos'è che il prete sa che non può sapere?

L'uomo di Dio non disse nulla: probabilmente perché eran più le domande che in quel momento si voleva fare, che le risposte che poteva sostenere.

Slegarono tutti e tre, che mica li potevano bruciare senza una buona risposta ad una buona domanda.

La Rosina fini tra le braccia del Bertrando, il falegname tra quelle del figlio, e il prete non finì tra le braccia di nessuno, ma tra gli sguardi di coloro i quali aspettavano una risposta.
E nessuno fu messo più al rogo. Non perché fossero stati perdonati, ma la questione veniva solo rimandata al giorno in cui il curato si fosse deciso a dare una risposta convincente a chi da lui andava, per porre quella sola e singola domanda:
- Cos'è che uno sa che non può sapere?

sabato 23 giugno 2012

Il vascello del Maccaferri - (carte estratte: 10 0 6)



Oltre la piazza, poco dopo le prime due case, c'era un enorme vascello poggiato sui sampietrini, e tutta intorno l'Emilia.
Ve lo dico signori, che pareva proprio strano vederlo in quella posizione, senza un dove che si potesse navigare, né un perché a cui poter attraccare, lì tra le case piantato tra un'àncora e un ancòra… veleggiava immobile quella nave.
Tale fu la mia curiosità nel vedere quell'intrico pesante di legni, corde e vele che cominciai a chieder a chi passava, che ci facesse lì quella.
- Mio buon cantastorie, una cosa così non dovete averla vista mai in tanti anni di carriera: una barca senza il mare.
Mi disse una pienotta rezdora, che tra una risatina e l'altra con l'amica lì vicino aggiunse:
- Il vascello del Maccaferri qui c'è sempre stato, l'ha costruito l'Emilia un pezzo dopo l'altro.
Oibò si stava già svelando il mistero, non mi restava altro da fare che trovare questa signora Emilia, così aggiunsi:
- Ma l'Emilia quella che dà da bere all'osteria, che è sì bella e generosa? O se non ricordo male c'è l'Emilia quella con la treccia… quella che va alla messa senza dirlo al marito… o le sorelle! buone quelle! sempre a fare scherzi: l'Emilia e l'Emiliana la più piccina…
E senza rispondermi quelle due se ne andarono, ridendo e parlottando tra loro, come fanno le donne che si reggono l'una al braccio dell'altra.
Poi si fermarono e una si volse verso di me, dicendomi da lontano:
- L'Emilia messere… - fece un cenno con la mano puntando dietro le mie spalle. - Quella che abita sulla collina: andateci a farle visita, le piace chiacchierare…
E se ne andarono ridendo ancora.

Il vascello del Maccaferri, pensai tra me e me, ma sto Maccaferri sarà il marito dell'Emilia?
Io però questa matassa la volevo sbrogliare amici miei, che vedo già che siete più svegli di me intuendo dove quelle mi avevano indirizzato; ma così come il goloso non può esimersi dall'aver le dita unte, io questa curiosità me la volevo cavare ad ogni costo, e dopo un'ora buona di cammino nell'afa dell'estate giunsi in cima alla collina.
Ridete, ridete pure di questo stolto cantastorie, che io lo feci meno quando realizzai che lassù non c'era l'ombra né di una casa, né di un Emilia, né tanto meno una di quelle sotto cui poter trovar riparo.

Bello scherzo! mi avevano tirato quelle due disgraziate, che non mi stupirei se si fossero chiamate entrambe Emilia.
Da lassù però lo devo dire, il vascello del Maccaferri era maestoso da toglierti il fiato. L'albero maestro svettava oltre i tetti delle case, e tra le finestre di una di quelle intravedevo la polena; e anche se in estate in questi luoghi non si muove foglia, attraverso l'aere che il calore distorce, pareva che le vele si muovessero gonfie.
Il grano nei pressi del paese dondolava piano come le onde, ma nonostante tutto il vascello restava immobile.

Alla fine far tanti passi forse aveva dato i suoi frutti, che se anche non avevo trovato la casa dell'Emilia, un pezzo smangiucchiato di una storia a casa me lo potevo pur portare.

- Dio bono! guarda oggi come naviga lontano il vascello del Maccaferri!
Ci rimasi quasi secco per lo spavento, perché quella non era mica la mia voce né il mio intelletto, e voltandomi di appena una mezza capriola vidi al mio fianco un vecchio pastore, arrivato da non so bene dove e con tanto di mucche al seguito.
- Ieri era solo agli ormeggi, valli a capire tu sti marinai… un giorno a gozzovigliare e il giorno dopo pare che abbiano il diavolo alle calcagna.
Continuando a tener lo sguardo fisso sul vascello lo salutò con la mano, mentre io mi riprendevo dal batticuore. Recuperai il fiato in tempo per chiedergli:
- Chi ha costruito un vascello senza intorno il mare?
- L'ha costruito l'Emilia, un pezzo dopo l'altro.
E con la strana sensazione di recitare un preciso copione chiesi per la seconda volta:
- Ma l'Emilia quella che dà da bere all'osteria, che è sì bella e generosa? O se non ricordo male c'è l'Emilia quella con la treccia… quella che va alla messa senza dirlo al marito… o le sorelle! buone quelle! sempre a fare scherzi: l'Emilia e l'Emiliana la più piccina… di sicuro non quella che vive su questa collina.
Il pastore rise - Tutte quante! ah! ah! ah! l'Elvira li spedisce tutti qui i forestieri. Ecco! allora ti presento l'Emilia...
E fece un giro per abbracciare l'orizzonte, poi aggiunse:
- E' lei che ha costruito il vascello.
- E il Maccaferri? - chiesi io.
- Il Maccaferri c'ha messo solo i chiodi.

Avete mai avuto a che fare con un emiliano?
E' solido, lavoratore e dà tutto per scontato, ma per fortuna è generoso e così cominciò a raccontarmi di come fu messo insieme il vascello.

- La vedi quella punta figliolo? L'albero maestro… una volta da queste parti passò il circo e un fulmine incendiò il tendone. E quella volta che al Codeluppi gli si schiantarono tutte le botti d'aceto? Quante risate. Era così infuriato che le buttò tutte fuori, senza vedere dove andavano a finire.
Il Nanni ci accatastava le sue stoffe di scarto in quella piazza, e le sorelle Donati? A forza di tirar la sfoglia spaccarono più mattarelli di quelli che non tiravano dietro ai loro mariti.
L'Emilia non è di nessuno, senza simbolo e senza bandiera, ma un po' di tutti i popoli che su di essa ci son passati: tante culture sono come tante cose, una sopra all'altra messe così… a casaccio.
E più quegli strati si appoggiavano uno sull'altro e più prendevano la forma di una nave fuor dal mare.
Nessuno scambiò posto ad un solo pezzo. Per anni ed anni si ammassarono, finché un giorno il Maccaferri, che faceva il falegname ed era abituato ad aggiustar le cose, decise di unire tutte quelle idee mettendoci solo i chiodi, e per quanto paresse strano che una cosa così potesse navigare, il primo giorno che si alzò il vento… prese il largo, e tutti noi con lei.

Poi il pastore, mi diede una pesante pacca sulla spalla, che fu più chiara di mille parole.
Mi voltai e tornai a guardare il vascello del Maccaferri, che adesso non mi pareva più immobile.

giovedì 5 aprile 2012

Dov'è il mercato di Forlimpolipoli? - (carte estratte: 0 6 15 - tiraggio di Guy)



Io mi son sempre chiesto dove si trovi Forlimpopoli, perché con un nome così curioso mi pare, che chissà quante sono le storie che potrebbe raccontare.
Al centro di Forlimpopoli c'era la piazza del mercato, e sulla bancarella di Guidetto c'era molta frutta, tra tutta quella c'era una mela bella rossa e lucida, con il picciolo che puntava verso occidente in direzione della torre dell'orologio.
Sull'altro lato della piazza c'era Martino, che aveva legato alla cintura un bel saccoccio e in quello c'erano quindici monete.
Nella piazza c'era tanta gente, tante bancarelle, tanti mercanti, ma tra tutti quelli Martino voleva andare dritto da Guidetto e fu così che un passo dopo l'altro si mosse per far presto in linea retta verso quella direzione.
Impresa non facile, poiché tra tutta quella gente qualche deviazione uno la deve pur tenere in considerazione, e non volendo farsi portar via la mela da un altro intraprendente avventore, cercò di andar tosto al punto fregandosene di fare il tragitto più breve, ma passando veloce tra i mutevoli corridoi di gente.
Dopo aver fatto quindi tutto il giro della piazza in ogni dove, giunse Martino da Guidetto prendendo sicuro la mela sulla pila di frutta nella bancarella del mercato di Forlimpopoli, ma quando fu il momento di pagare, si accorse che tra tutte quelle cose che c'erano, proprio la più importante non c'era più: il saccoccio con le monete era sparito!
Or visto che quella mela a tutti i costi la voleva masticare senza lasciarla ad alcuno, decise che per non perdere altro tempo a ripercorrere tutto quel tragitto all'inverso, sarebbe stato più saggio fare spazio nella piazza per poter meglio cercare da quella posizione.
Fu così che gridò a tutti di portare ogni cosa sul lato occidentale, sgombrando quello orientale.
La piazza ubbidì e lui poté ben guardare dove non c'era più nessuno. Cercò in ogni dove con lo sguardo, tra ogni mattonella della mezza piazza sgombra, ma non trovò nulla. Allora gridò a tutti di portare ogni cosa sul lato orientale, sgombrando quello occidentale, ma neanche lì scorse niente.
Strano caso questo, le monete non si riuscivano a trovare, e di nuovo tutti ad occidente li fece spostare, poi tutti ad oriente e di nuovo ad occidente. Andò avanti così per tutta la giornata finché il buio impedì per quel giorno di trovare ciò che aveva perso.
Ma il punto fermo rimane sempre quello: benché tu sappia dove si trovi Forlimpopoli, dove c'era la piazza del mercato, dov'era la bancarella di Guidetto dove c'era molta frutta, e tra tutta quella dove c'era una mela bella rossa e lucida con il picciolo che puntava verso occidente in direzione della torre dell'orologio, quando cerchi qualcosa ti conviene guardare ovunque tranne che dove c'è vuoto.

mercoledì 21 marzo 2012

Il bracciale del domatore - (carte estratte: 11 6 21)






La storia che oggi vi voglio raccontare è sporca e puzzolente, e a dire il vero cambia di molto in base al verso per cui la si prende.

C'era un domatore di leoni che era prossimo al matrimonio, per la sua bella teneva da parte come dono un prezioso braccialetto in oro senza ricami né pietre preziose, ma liscio e puro così come lui pensava sempre al loro amore.
Visto che tra saltimbanchi, giocolieri e trapezisti non ci si può fidare, per evitare che qualcuno gli portasse via quel bel regalo, lo tenne per parecchi mesi sotto al polsino della sua camiciola, indossandolo sul braccio sinistro che va diretto al cuore.
Neanche a farlo apposta, nel giorno prima delle nozze, il numero con il leone andò storto e quando tra quelle fauci ci infilò la mano per dar prova di coraggio, la fiera si ingoiò il braccial senza ferirlo.
Oh sventurato domatore che lì per lì neanche ci fece caso, così preoccupato che qualcun altro si portasse via il suo bracciale, da non veder che quello era finito nella pancia del leone dal tocco gentile.
Così quando giunse il momento di far sfoggio del suo "valore", al proprio polso trovò solo un bracciale d'aria e niente.
Perdindirindina il prezioso se l'era pappato il leone, e per facilitarne l'espulsione gli diede da mangiar doppia razione di carne condita con tanto, ma tanto, olio.
Niente da fare. Perché il nostro domatore non mise in considerazione un fatto: che far uscire un buco da un altro buco, non è cosa banale.
Eh si! perché se ingoio una moneta, il cibo ingerito la spinge in fondo verso il buco, ma se ingoio un bracciale che altro non è che un secondo buco, il cibo non spinge ma gli passa nel mezzo.
Ora questo spiega perché questa mia storia è sporca e puzzolente, ma sopratutto l'importanza del verso in cui una questione la si prende.
Dov'era il bracciale tra quelle viscere? Più vicino alla bocca o più al culo?
Perché una decisione andava ben presa se si voleva con mano salvare il proprio amore, nel giorno prima che l'anello trovasse posto, su una tra le cinque dita della propria mano.

giovedì 22 settembre 2011

Le maledettissime sette frecce - (carte estratte: 6 3 4 - tiraggio di Leandro B.)



Che cosa c'è di più perfetto se non l'amore, che crea equilibrio speciale tra occhio e cuore.
La incocco lì così come rima facile con quasi sbaglio, manco fosse la settima freccia di cupido.
Si, perché quello che voi forse non sapete è che al dio per eccellenza del sentimento sacro, poco gliene cale di dove va a finire quella punta in eccesso. Che mica si diverte a tirare, egli se ne vuole solo sbarazzare per mantenere l'equilibrio del suo numero: sei.
E si sa che dopo aver ricevuto in dono sul sedere uno di quegli spilli, a noi del razionale più nulla importa.
Mentre il povero Cupido ne fa questione grave perché di frecce nella faretra se ne ritrova sempre sette, tanto che ogni volta ne esce pazzo volendone possedere solo sei.
Sei è un numero bello, un doppio 3 che si guarda in viso. Assorto appunto come due amanti che si completan per sguardo, dove occhio verso occhio crea profondissima coscienza.
- Maledette ancora sette! Che di quella freccia in eccesso me ne ero appena liberato.
Ma niente da fare, e più sulla terra sbucan amanti e più a quello gli viene la bocca storta per disappunto.
Scaglia e amanti, lancia e amanti, getta e amanti…
Incocca infine un'altra settima per levarsela di mezzo. Poi le riconta tutte quante, ma sono ancora sette!
- Sette, sempre sette e solo sette! Questo amore mi trafigge sol la bile!
Sta quello tutto il giorno a gridare, cercando nuove natiche maldestramente da centrare.
Ma forse il trucco per davvero è da scovare altrove, che se chiedi ad un innamorato "tre per tre?" lui non ti risponderà di certo "nove".

sabato 3 settembre 2011

I litiganti di Pietrabella - (carte estratte: 14 15 6 - tiraggio di Simone V.)



Se lui diceva sinistra, lei diceva destra e dove l'uno contava solo i numeri dispari, l'altro prediligeva i pari.
Così non si poteva più andare avanti, perché anche se Pietrabella era solo un piccolo borgo edificato ai margini della valle, meritava di sicuro qualcosa di meglio che due padroni in costante disaccordo.
La signora del borgo era bella, pareva quasi un angelo. I suoi pensieri erano delicati e per ogni singolo abitante avrebbe fatto qualsiasi cosa: dal dare monete d'oro a piene mani, a evitar per tutti di aver la schiena a pezzi per il troppo lavoro nei campi.
Il signore del borgo, che era il di lei marito, pareva invece non aver cuore alcuno, e chiamarlo diavolaccio era uso comune per gli abitanti di Pietrabella.
Quegli di dar oro a piene mani o sollevar da fatica la gente, proprio non ne aveva concezione e se poteva calcare la mano per aver miglior raccolto, non si faceva di certo troppo scrupolo.
E nel palazzo principale del borgo era tutto il tempo battaglia, e senza tregua potevi sentire sia di giorno che di notte, la fracassano canzone dei cocci rotti che si rincorreva da una stanza all'altra.
L'intera economia del borgo ruotava attorno ai cocci rotti, che fuori dal palazzo si poteva scorgere la fila dei carri dei mercanti di ceramica, dipanarsi neanche fosse un serpente fin giù alla base della valle.
Tirarsi piatti in testa l'un l'altro era ormai l'unico punto in comune che avevano i due amanti.
Ma per fortuna che ogni forte contrasto può essere calmato con il suo contrario, e se la storia di quei due sinora si era fatta troppo amara, due gocce del miele più dolce di Pietrabella potevano diventare la soluzione.
Fu così che un fidato consigliere di entrambi, provò a mettere in atto ciò che la saggezza popolare mista al buon senso gli venne a suggerire.
Approfittando della breve pausa creata dall'avanzar tra un carro e l'altro, egli fece scivolare una goccia di miele sul fiore che la signora portava tra i capelli, e una goccia invece dritta sul naso del signore.
La canzone dei cocci rotti riprese di li a poco, ma il miele cominciò a fare il suo gioco, e un'ape per ciascuno si posò sul vischioso elemento.
Il signore per vedere bene l'ape che gli si era posata sul naso, incrociò a tal punto gli occhi tra di loro, da non veder più null'altro che l'insetto che zampettava sulla sua protuberanza.
E altrettanto fece la signora, che levati gli occhi al cielo per scrutare il fiore che le impreziosiva la fronte, distolse lo sguardo da quella marea di ceramiche.
- Ho un'ape che mi cammina addosso.
Disse lui.
- Anch'io e chissà per quanto tempo lì ci vorrà stazionare.
Replicò lei tutta assorta e concentrata.
I due così presi dall'insetto, non si riconobbero più e cominciarono a conversare di quando entrambi erano sposati; ma adesso che il rispettivo compagno era sparito, si sentivano davvero soli.
Il signore cominciò a fare una corte spietata alla bella signora, che sembrava così simile a lui perché condivideva quel problema lì dell'ape, e la signora tutta emozionata per le attenzioni di un così valoroso pretendente, di volta in volta cedeva un pò di più le sue difese.
Finì così che si sposarono, perché finalmente avevan trovato l'anima gemella e a Pietrabella tutti furon da quel momento contenti perché al palazzo, la canzone dei cocci rotti aveva finalmente trovato un degno epilogo.
Zan zan!

giovedì 28 luglio 2011

L'innamorato volante - (carte estratte: 6 8 0)



Si sa che quando ci si innamora, per le farfalle che nascon nello stomaco, ci si ritrova a camminare a qualche metro dal suolo.
Guido questa cosa pareva l'avesse presa proprio in parola, e quella volta che si trovava in piazza a dichiararsi di fronte alla sua bella, scivolò via dal buco del collo della camicia manco fosse un'anguilla, ritrovandosi nudo a volar almeno quattro metri sopra le persone.
I vestiti rimasero ritti sul posto come se ancora dentro vi ci fosse stato un corpo, e Claretta che era la sua bella, si fece tutta rossa per la vergogna di trovarsi lì di fronte a quei vestiti nudi di Guido.
Al povero giovane che se ne stava in volo là sopra, non gli serviva a niente sbracciarsi per farsi notare, che tutte le persone erano così scandalizzate dai suoi vestiti privi di corpo, che non si degnavano di alzare i loro nasi in quella direzione.
- Ma guarda che sconceria! Presentarsi in questo modo in piazza! E quella povera ragazza, la vuol far morire di vergogna?
Dicevano qua e là tutti quanti.
I vestiti si guardarono intorno imbarazzati, anche perchè quella situazione non l'avevano mai vissuta da svegli; qualche volta l'avevano sognata, ma mai avrebbero pensato…
Ma dicevo, i vestiti nudi in quel modo, per la vergogna proprio lì non volevano stare, così cominciarono a scappare tutt'intorno per la piazza cercando una via d'uscita da quella situazione e il povero Guido in volo non poteva far altro che seguirli come se fosse un palloncino leggero attaccato per un filo invisibile ai suoi indumenti impudichi.
Claretta lì per lì svenne, e Guido che nudo come un verme dall'alto la vide cadere, cominciò a maledire quei vestiti zozzoni, che bellamente si erano messi in testa di crear scompiglio tra la gente.
- Ma che maleducazione!
Arrivarono le guardie e raccattati i fuggitivi, ci misero un pò a capire come infilare le manette agli abiti, che non avevano nè polsi nè mani su cui far presa.
Guido se ne stava lì a mezzaria, a dire il vero, lui avrebbe voluto tornare indietro da Claretta, ma era costretto a seguire un'altra strada perchè i vestiti finirono presto in tribunale.
Con gran sorpresa il giudice, che era una bella signora, si ritrovò davanti i vestiti di Guido e li riconobbe.
Ella qualche tempo prima aveva spasimato per quell'uomo, e di certo non aveva mai accettato di buon grado il fatto che egli pendesse per quell'altra, così si fregò le mani pronta a sfruttar quell'occasione ed esordì:
- Quale motivo vi ha spinti ad uscir di casa stamane senza un corpo? Non avete un minimo di pudore?
I vestiti non poterono replicare, perchè non avevano nè testa nè bocca, e lo stesso Guido da quattro metri sopra, si unì al coro di bestemmie della folla, che accusavan gli indumenti di aver fatto svenire un'anima pura come quella di Claretta.
Il giudice che di fatto sa come rigirar le cose, non fu clemente, e oltre ad accusare quel paio di calzoni, camicia e scarpette rosse, di atto impuro alla luce del sole, gli venne la bella idea di dire che era stato tentato omicidio:
- Perchè mettendo in mostra tutte le vostre vergogne, avete attentato al cuore della povera Claretta portandola presso alla morte.
Ma in cuor suo la donna se la rise di gusto, pensando alla rivale stesa esanime in mezzo alla piazza, tra sterco di cavallo e piedi di villani.
Anche Guido svolazzante fece un bell'applauso: giustizia era fatta!
Ma pian piano, mentre le guardie cominciarono a scortare i vestiti verso la prigione, si rese conto che anche lui era legato ad essi, e la stessa condanna l'avrebbe dovuta subire anch'egli suo malgrado.
Lui che nonostante avesse il pimpirlino di fuori e se ne stava a mezz'aria, non si sentiva volgare come quelli la sotto: loro in galera ci dovevano finire, ma lui cosa aveva fatto per meritarsi questo?
Maledette farfalle dell'amore!
Tra il clangore delle grate della cella finirono tutte le belle speranze di quei vestiti allegri, e al piano di sopra ci fini Guido, perchè quattro metri di distanza erano troppi per star nella stessa cameretta.
Guido così tutto nudo, potè poggiare nuovamente i piedi al suolo, che era freddo ma almeno lo reggeva.
Nella cella con lui c'era un pazzo che non amava assolutamente prendere il tè senza zucchero.
Guido si arrotolò una coperta tutt'intorno, perchè a star nudo a svolazzare, un pò ti viene anche freddo.
Ogni mattina, quando le guardie portavano una certa brodaglia per colazione, era dura sentire tutte le bestemmie che quel folle gridava al loro indirizzo; il povero ragazzo non era abituato a tutta quella confusione e si ranicchiava sotto le lenzuola per fare in modo che gli schiamazzi sembrassero venire da lontano.
- Nel mio tè ci voglio lo zucchero! La vita amara non fa per me!
Il pazzo andava avanti per un pò, poi si quietava dicendo
- Anche oggi lo zucchero lo devo aggiungere da me, un cucchiaino e non di più.
E tutte le mattine quella tiritera.
- Anche oggi lo zucchero lo devo aggiungere da me, un cucchiaino e non di più.
Passarono quattordici lunghi anni, e quella mattina dopo almeno 10 minuti buoni di bestemmie e grida del pazzo, Guido decise di cacciare fuori la testa dalle coperte per dirgliene quattro per la prima volta, ma quello che si trovò davanti lo lasciò senza fiato.
Nel muro della cella vi era un foro grande così tanto che ci potevano passare tranquillamente due persone una al fianco dell'altra, e il buco dava direttamente sulla strada.
Senza parole si guardò intorno e vide il pazzo con un cucchiaino in mano, che raccoglieva dal muro della calce.
Il ragazzo si alzò dal letto, passò oltre il muro e fu libero.
Mentre si allontanava dalla prigione senti per un'ultima volta il folle scriteriato in lontananza urlare:
- Anche oggi lo zucchero lo devo aggiungere da me, un cucchiaino e non di più.

Qualche anno dopo, finita la condanna, i vestiti di Guido furono lasciati liberi, e Claretta che per tutto quel tempo li aveva aspettati non credendo mai alle gravi accuse del giudice, li riabbracciò non avendo più vergogna di loro.

domenica 10 luglio 2011

La peggior storia mai scritta - (carte estratte: 10 6 2)



C'era una volta un cantastorie senza talento, che girava di piazza in piazza per recitare tutte le avventure che nascevano dalla propria penna.
Ma un giorno si convinse che le sue storie, fossero le peggiori mai raccontate.
Beh! da un simile pensiero non può che non nascerne una crisi, e seppur la cosa che lo rendeva più felice fosse raccontare dei suoi mondi, decise di non scriverne mai più.

Depresso però, continuò a girare di piazza in piazza, fermandosi ad ascoltare tutti gli altri cantastorie che trovava di gran lunga superiori a sé.
Il nostro sempre più corrotto dall'invidia, ammattiva su quale fosse il segreto per comporre una buona storia, perché pareva proprio che la sua sola passione non fosse un ingrediente abbastanza importante.
Un giorno, dopo aver subito l'ennesima sconfitta morale, per aver sentito una delle più belle storie mai raccontate, quell'inetto, decise di forarsi entrambi i timpani delle orecchie con la punta della propria penna, per non dover mai più sentire racconti così soavi; ma mentre si mise in disparte in un vicolo buoi, pronto a compier quell'estremo sacrificio in tutta solitudine, la voce di una donna alle sue spalle lo fece trasalire.
- Ma che fai amico? La penna mica parla che te l'appoggi all'orecchio!
Gli disse una donna piccina sbucata da chissà dove.
- Ah! sono un uomo fallito! uno scrittore che a dire il vero non ha mai saputo scrivere… ed ora che l'ho capito, ho deciso di non sentire mai più alcuna storia.
Quella lo guardò scoppiando a ridere.
- Tu che hai un così gran talento hai deciso di farla finita? Son bravi tutti a scriver belle storielline; ma tu potresti davvero scrivere la peggior storia mai concepita se ti ci mettessi d'impegno.

La peggior storia mai scritta? Anche se sembrava folle poteva funzionare! Per lo meno avrebbe eccelso in qualcosa quel poveretto.
Così negli anni a venire ci si mise d'impegno, cercò di creare la più stupida combinazione, sperimentò sul privar di senso i propri versi, rese gli intrecci banali, creò personaggi sciapi, eroi sopra le righe e cattivi poco intriganti.
Ma si accorse che non bastò, così cominciò ad estrarre parole a caso, mettendole in fila e scrivendole in brutta calligrafia, così da non poterne più ritrovare neanche il senso una volta rilette.
E nonostante tutto fallì miseramente, ci passo anni a fare prove blasfeme, standoci tutta la vita ad inseguire il sogno di scrivere la peggior storia mai concepita; ma purtroppo, ironia della sorte, al cantastorie e al suo pubblico, tutte quelle storie continuavano a sembrar fin troppo belle.

lunedì 6 settembre 2010

Nella torre di guardia - (carte estratte: 16 11 6)



Ai confini orientali del regno, sorgeva un faro di guardia costruito sui bordi della scogliera.
Il torrione di marmo bianco, era l'occhio di chi voleva raggiungere la terraferma e la luminosa voce che allertava la città in caso d'attacco.
Un solo riflesso verso la torre gemella al centro della città e un intero esercito sarebbe stato pronto a difenderne i cancelli.
Nel ventre del faro viveva una coppia di giovani sposi, perchè dai padri dei padri dei padri, era tradizione che a vegliare ci fosse qualcuno mosso da sincero amore.
Una notte senza luna, un manipolo di briganti si riunì intorno al pinnacolo per mettere in atto un sabotaggio, permettendo così al nemico di avanzare dal mare nero come la pece.
Le canaglie ebbero da subito la meglio, perchè con un sol colpo ben assestato mandarono in frantumi lo spesso vetro della lanterna scoperchiandone il tetto e mentre cominciava a piovere, le oscure navi dal mare mantennero la rotta.
Ridotti così al buio, i giovani amanti imbracciarono gli archi per rispondere ai malfattori.
Senza il baleno del faro non potevano avvertire la città, ma avrebbero venduto cara la loro pelle per evitare la sciagura.
La pioggia batteva martellante e sigillati com'erano dentro alla struttura per evitare di essere uccisi, videro ben presto dai piani bassi l'acqua che si faceva strada sino alla cima.
Maledetti gli dei! era come stare in una bottiglia con un imbuto per cappello.
Ai briganti venne un'idea che gli parve divertente, i fuochi per segnalare la loro presenza alle navi oscure, li avrebbero appiccati alla base della torre, così che le fiamme protette dalle tettoie avrebbero attecchito.
E poi l'idea di trasformare quella torre in un enorme calderone, era una tentazione troppo gustosa da farsi sfuggire.
Sulla cima della torre i due amanti si prepararono ad incoccar le frecce, ma per entrambi era la prima volta e maldestri come erano si amputarono a vicenda ognuno un braccio, l'uno il destro e l'altra il sinistro.
In quella situazione non vi era più speranza, e loro che così cara avrebbero voluto vendere la pelle, si ritrovarono fuori dalla questione senza neanche aver incoccato la seconda freccia.
Il fuoco aveva cominciato a prendere bene e tutta l'acqua che avanzava all'interno del faro si era fatta così calda, che i due rischiavano di far la fine delle patate lesse.
I due amanti si volsero l'un l'altra e decisero in uno sguardo di compiere quella che probabilmente sarebbe stata la loro ultima impresa.
Un solo braccio a testa cinse il compagno diventando un unico intreccio, si lanciarono allora proprio al centro della torre.
Nuotarono sempre più nel profondo con il bollore che gli lessava le carni, ma loro dritti nel cratere uterino, dove il nero li inghiottiva, non si persero d'animo.
Persero dapprima la pelle, poi i muscoli e le vene, infine solo la struttura raggiunse la maniglia.
Il pinnacolo si svuoto all'improvviso, quando giraron la chiave della porta principale, con le acque che sciabordavano in ogni dove.
Dei briganti non ne rimase neanche uno, spazzati via tra le sterpaglie e i legni arsi accatastati intorno al faro, finiron tutti dritti in mare ad accogliere le navi oscure, che senza un fuoco luminoso andaron fracassate tra gli scogli.
E sulla soglia, degli sposi rimase ben poca cosa, soltanto due pani d'oro ai piedi della scala di marmo bianco.