martedì 18 dicembre 2012

Le regole della guerra - (carte estratte: 10 11 7 - tiraggio di Jacopo L.)



Era l'orso che gli aveva strappato via le mani, le teneva strette tra le fauci, ritto in piedi mentre lui ormai quasi privo di sensi, faceva fatica a riconoscerne la sagoma.
Oltre al suo sangue, se ne andava via anche il giorno.
- Stai tornando alla tua grotta?
Fu il suo ultimo pensiero prima di perdere i sensi, e in quella grotta anche lui sarebbe andato per riprendersi le mani.

Tornare da una guerra non è mai come ce lo si aspetta, e Matugenus lo imparò presto sulla propria pelle.
Nessun guerriero era mai stato alla sua altezza, poiché tale era la destrezza che aveva nel polso, da far sembrare ogni arma la naturale estensione della sua gloria.
Spada, arco, mazza chiodata o lancia, si protendeva dal suo corpo per finire in quello dell'avversario, aprendosi la strada tra le carni verso il cuore del nemico.
Matugenus ora non aveva più le mani, e non perché le avesse perse in battaglia - quella a dire il vero non sarebbe stata una macchia troppo scura sul proprio orgoglio - ma perché un orso gliele aveva strappate via senza ragione.
Sulla via del ritorno da una guerra, un eroe può risvegliarsi barzelletta.

Non c'è onore se non si muore in battaglia, se non si è feriti da un'arma o se non è un nemico a strapparti via le carni, lo sapevano bene persino i bambini, che dopo "quell'incidente" non lesinavano sul donare a Matugenus una buona dose di pernacchie quotidiane.
Quello che una volta era un guerriero, ora si ritrovava a partire per riprendersi ciò che era suo di diritto, quelle mani che lo avrebbero fatto tornare unico tra gli unici.

L'inverno era spietato ed avanzando nella tormenta, Matugenus tenne ben salda l'idea che quello fosse un punto a suo vantaggio, avrebbe percorso quelle terre cercando in ogni grotta, staccando la testa ad ogni orso finché non avrebbe ritrovato ciò che gli era stato portato via senza onore.
Non avendo più le mani, cavalcò per miglia tenendo le redini strette tra i denti, scavando così sul suo volto un ghigno che spaventava tutti gli animali del bosco.
La voce si sparse tra le bestie quando i primi orsi caddero nel sonno. Le loro carni vennero strappate a morsi, i crani sfondati dagli stivali, scuoiati e smembrati, lasciati a pezzi senza possibilità di venir fuori dal torpore del letargo.
Matugenus ad ogni caverna, si portò via qualche pezzo d'orso, legandoselo addosso, usando i piedi dove non riusciva a fare un nodo con le dita; tutti avrebbero dovuto temerlo, così come era stato tra gli uomini.
Le regole della guerra ora si sarebbero estese al regno animale.
Con le pelli si fece pellicce, con le zanne pugnali che usava per ferire, le ossa frantumate potevano forare, facendo sperimentare nuovi dolori a chi lo aveva privato del suo onore.
Il guerriero passò un intero inverno a portare in ogni antro il terrore, finché non giunse a primavera, dall'orso che con altrettanta violenza gli aveva strappato le carni.

Matugenus sapeva bene che quella sarebbe stata la sfida più difficile da portare a termine, quell'orso ormai era sveglio, pronto a ricambiare tutta quella violenza con altrettanta.
Il guerriero era consapevole che il dolore che aveva fatto conoscere agli altri orsi, lo avrebbe reso un avversario ancora più detestato da quest'ultimo, aveva di nuovo la possibilità di vincere con onore, stando di fronte ad un nemico che ora finalmente lo odiava.

- Cosa vuoi da me uomo?
Gli disse l'orso appena Matugenus scese da cavallo.
- Sono venuto qui per riprendermi ciò che è mio.
Dalle pellicce alzò i moncherini che tese verso il possente nemico che aveva di fronte, ai suoi avambracci lacci in pelle ben stretti borchiati da zanne d'orso.
- Rivoglio indietro le mie mani!
L'orso scoppiò in una grossa risata, fino a ruzzolare per terra.
La rabbia si impadronì di Matugenus, pronto a riprendersi con ogni mezzo ciò che gli apparteneva.
- Allora hai proprio sbagliato tutto uomo! Le mani non le devi chiedere ad un orso, ma ad un altro essere umano.
Matugenus rimase senza fiato, l'orso continuò a spiegare.
- Hai ucciso molti miei fratelli, ma quello che hai ottenuto sono pelli, zanne e ossa. Puoi uccidermi se vuoi, ma anche in me troverai solo questo: purtroppo niente mani.
E dicendo così alzò le zampe anteriori per farle vedere bene a Matugenus.
- Se vuoi riprenderti quello che pensi sia tuo, uccidi un altro uomo, su quello di sicuro le potrai trovare.

Così a Matugenus fu chiaro, che le mani non gliele aveva portate via l'orso, ma le sciocche regole degli esseri umani.

venerdì 7 dicembre 2012

La moneta sulla fronte - (carte estratte: 8 1 14 - tiraggio di Francesca L.)



Nessuno aveva scampo di fronte al giudice.
L'uomo aveva escogitato uno stratagemma per poter condannare con assoluta certezza ogni colpevole, in aula seduto in alto sul suo seggio, portava appoggiata alla fronte una moneta d'oro.
Potrà sembrarvi ridicolo, ma di sicuro non lo era per nessuno degli accusati, che ad ogni Toc! del martelletto, finivano dietro alle sbarre, chi per furto, omicidio, poco rispetto o solo desiderio.
La moneta sulla fronte del giudice era il suo terzo occhio, quello che riusciva a vedere più a fondo degli altri due.
Nessun imputato era in grado di distogliere lo sguardo dalla moneta, da quando entravano in aula quel disco d'oro catturava la loro attenzione; gli occhi fissi sulla fronte del giudice diventavano un'ammissione di colpa, per lui chi desiderava l'oro era capace di qualsiasi crimine.
Ad ogni sguardo insistito, un colpo di martello assicurava l'imputato alla giustizia.
Quanti colpevoli si erano avvicendati di fronte al terzo occhio del giudice.
Poi un giorno in tribunale, ci venne portato un macellaio fiero dei propri crimini.
Questi, sfacciato con le scarpe ancora grondanti sangue, si era macchiato di orribili crudeltà, scuoiando, sfilettando e disossando tutti coloro i quali avevano osato posare con troppa insistenza gli occhi su Angelica, sua moglie.
Lei era bella, gli altri tutti morti.
Ogni passo del macellaio verso il banco degli imputati, era accompagnato dal suono molle di quelle calzature inzuppate, il sangue formava piccole pozze come se l'uomo avesse ai piedi spugne; la carne era il suo cammino.
Il macellaio si fermò di fronte al giudice, che dall'alto banco colse con la base dell'occhio il rosso che si espandeva. Piegò lo sguardo attratto da quelle pozze, cercando però di non piegare la testa per non ammettere la propria eccitazione.
Era troppo in alto sul suo seggio per riuscire a vedere davvero le scarpe dell'accusato, così mentre quello cominciò a fissare la moneta d'oro, il magistrato si mise a fissarne le calzature cedendo all'inclinare la propria testa, in quel momento furono in equilibrio.
La moneta perse la presa e cadde dalla fronte del giudice colpendo il banco con un sonoro Toc!
Non fu così il martelletto a sancire la condanna, ma la moneta.
Il macellaio fu dichiarato innocente e il giudice perse il proprio mestiere.

sabato 24 novembre 2012

Maddalena incinta nella schiena - (carte estratte: 9 2 16 - tiraggio di Mara A.)



Lo strano caso di Maddalena, fu forse uno degli eventi più significativi che colse il paese di Monabella, senza però che alcuno mai se ne rendesse conto.
Esistono a volte storie così ben celate, che si trovano a toglier ricchezza dove invece potrebbero darne.
Maddalena rimase incinta ma nella schiena, dopo aver conosciuto il giovane Rolando. Lui come seconda cosa che fece, l'abbandonò, immaginando che quell'insana gravidanza lo avrebbe messo in cattiva luce.
Seppur preferendo una classica posizione "missionaria", Rolando si allontanò da lei al solo pensiero che a Monabella, si potesse dire che quel figlio fosse storto come il diavolo, l'unico che a dir di tutti, poteva fregiarsi di poggiare il proprio bastone da tergo e forse metter incinta dove non si doveva.
Quale meraviglia fu la prima volta invece, che Maddalena si trovò un bozzo nella schiena. Nonostante tutto già l'amava, quel piccolo pomo proibito alla base della colonna vertebrale.
Madre.
Finalmente anche lei avrebbe potuto fregiarsi di quella carica e non le importava di certo se quel figliuolo dalla schiena le sarebbe venuto fuori.
Mentre che la pancia… oh perbacco! volevo dire… la schiena le cresceva, nei nove mesi dovette trovare modi inconsueti per viver in quella condizione. Una gravidanza è pur sempre una gravidanza, fatta di nausee, voglie e dolori alla schiena.
Lei pero' li aveva sulla pancia, perché invece di far forza sui lombari, per controbilanciare il pancione, eran gli addominali ad esser tesi per tenersi eretta. Per il resto tutto straordinariamente uguale e insensato.
E la domenica alla messa, quanto ridere!
Non poteva di sicuro sedersi sulla panca, rischiando di schiacciar quel pomo che ormai s'era fatto cocomero, così le era venuto in mente che poteva esser più interessante stare inginocchiata davanti al santo, piuttosto che all'altare: tutti la consideravano la più devota.
Cosa in parte vera, se la devozione si pesasse in amore verso una nuova vita.
Nove mesi così, tenendo nascosto quel frutto, senza preoccuparsi di far capire agli altri che ciò che è differente, non è altro che la massima espressione della natura creativa.
Nacque così la creaturina, bella e sana come nessun altra.
Fu allora che la gente cominciò a raccontare quella storia, poiché è ciò che viene messo alla luce del sole ad attirare l'occhio nelle zone d'ombra.
E da "madre" Maddalena divenne "donna abbandonata poverina".
La voce in città fu che quel figlio era nato dentro un mistero.
Ed era vera, ma non in quel senso. Chi mai lo avrebbe capito.
La straordinaria storia della gravidanza di Maddalena non divenne mai una storia, si fermò ad esser solo "chiacchiera di paese", che si spense pure troppo presto.

giovedì 1 novembre 2012

Horror vacui - (carte estratte: 15 0 14 - tiraggio di Andrea S.)



- Tra un mese esatto, lei perderà la memoria. E' una malattia rara, colpisce una percentuale minima della popolazione, ma ci si può convivere benissimo.

Non era un pensiero rassicurante.

- Alcuni tengono un diario e probabilmente sarà la prima cosa che le verrà in mente di fare prima di cadere nel vuoto. Le consiglio di evitarlo: chi soffre di un disturbo come il suo, tende a legarsi a ricordi che non gli appartengono più. Sò che è difficile accettarlo, ma la consideri una seconda opportunità per ricominciare da capo.

Il dottor Schumann, mi congedò con un abbraccio sincero per la prima volta.
Quel gesto non lo faceva da psichiatra, tanto che prima di stringermi si tolse gli occhiali.
Poi mi scostò tenendomi per le spalle e guardandomi da sotto le folte sopracciglia disse:
- La prossima volta che ci incontreremo, lei non si ricorderà di me, ed è un bene, poiché non avrà più bisogno di nessuna seduta psichiatrica. La sua malattia è l'unica cura che funzioni davvero.

Quel giorno stesso cominciai a scrivere un diario.

Horror vacui

Clara ripose le camicie nella cassettiera. Tendeva a piegarle sempre nello stesso modo, così che non vi rimanesse quell'antipatica piega centrale: bastava chiuderle a libro, non come avevano sempre fatto le altre governanti.
Le altre.
Nessuna fino a lei, era mai riuscita a resistere così tanto a casa Maier, perché il "signore" aveva una strana malattia o forse era meglio dire "aveva avuto". Ora stava bene, ma proprio quella da tre anni era la sua più grande infermità.
Gustaf Maier aveva perso la memoria e da quel momento aveva fatto di tutto per recuperarla, non aveva mai accettato che un certo morbo si fosse preso il diritto di svelargli chi fosse veramente.
L'unica cosa che ricordava della sua vita precedente era che in pochi minuti tutto il suo ego era stato spazzato via; poi subito dopo, un altro Gustaf Maier lo aveva fissato incredulo dallo specchio.
Da quel giorno cominciò a tenere un diario, sul quale annotava ossessivamente, tutte le azioni ed i pensieri che compiva nella giornata.
Quello era il motivo per cui tutte erano andate via.
Nessuno era rimasto con Gustaf, forse nessuno c'era mai stato, poiché in quella casa tre anni prima, davanti allo specchio ci si era ritrovato da solo.
La sua tenuta era in campagna e seppur chiunque giù in paese era riuscito a dargli un qualche riflesso della sua vita precedente, nessuno di quei racconti per sentito dire, erano bastati a ricostruirne l'intera memoria.
Erano solo riflessi.
"Un solitario" lo avevano definito, ricco non si sa bene il perché (tanto da destare nei più, sospetti ed invidie), neanche il dottore lo aveva mai visitato.
A lui questo non bastava.

A Clara invece non sembrava affatto così, in un certo senso lo considerava un filantropo: in quel diario c'era anche lei, tutte le sue mansioni, le parole, le azioni.
Al diario del signor Maier era ormai affidata anche la memoria di Clara.

Poi un giorno, la governante trovò un altro diario.

Accadde un po' per caso che la memoria tornò a galla all'improvviso, rimettendo in ordine dei vecchi libri nello scantinato.
In quelle pagine c'era ogni cosa successa fino al momento in cui arrivò per Gustaf il vuoto.
La sua prima reazione istintiva fu quella di correre dal signor Maier con la scoperta in mano, ma subito dopo Clara si sentì gelosa della "sua" memoria.
Quel secondo diario avrebbe potuto spazzare via in un istante, quello che lei ora aveva di più caro: il Gustaf che conosceva.
Portò sotto la gonna il diario fino nella sua stanza e si premurò di chiuderlo a doppia mandata nel baule, andando ogni sera a scoprire qualcosa di nuovo sull'altro Gustaf.

La vita di Gustaf Maier, fino al momento in cui non venne spazzata via, era una vita felice.
Un uomo dalle tante aspirazioni, un poeta appassionato della vita, che aveva senza alcun dubbio saputo amare.
Decisamente molto lontano dai racconti dei compaesani che lo avevano conosciuto poco, ma estremamente più vicino a quello che Clara aveva sempre desiderato.
Il signor Maier la rendeva felice con il suo diario, le dava tutta l'attenzione che pensava di meritarsi: lei per lui era davvero importante, così tanto che ogni azione veniva registrata su quello.
Certo, tutto quell'interesse nei confronti di Clara era veicolato dall'urgenza di non scomparire una seconda volta, ma per lei era una passione autentica, un legame così forte alla vita, da andare al di là di ogni giustificazione razionale.
Invece al contrario Gustaf Maier aveva amato davvero, ma un'altra donna, di cui non aveva mai scritto il nome.
Sull'altro diario la chiamava semplicemente "la mia sposa".
Clara cominciò così a riscrivere il secondo diario, per aggiustare il Signor Maier.

A Gustaf, Clara era piaciuta subito.
Di governanti ne aveva avuto tante negli ultimi tre anni, ma tutte lo avevano guardato come un pazzo.
In realtà lui non si sentiva un folle, pensava solo di essere guarito nel modo sbagliato, o per lo meno in un modo che non avrebbe voluto.
Forse pensandoci meglio, Clara gli ricordava qualcuno: se tutte le altre proprio non lo avevano soddisfatto, doveva essere perché nella sua vita precedente non c'era mai stato spazio per persone come quelle.
Invece quella giovane governante era perfetta.
Non faceva troppe domande, teneva tutto in ordine e piegava le camicie in un modo tutto suo.
Lui non le avrebbe mai piegate così e questa cosa lo sorprendeva.
Se mai avesse avuto, per abitudine, qualche dubbio nel tenere Clara a servizio, gli fu chiaro che fosse la persona giusta, il giorno in cui lei sorrise nel vedere il proprio nome sulle pagine del suo diario.
Per Gustaf quel diario era più di un semplice libro di memorie: era la memoria stessa, quella vera perché dell'altra aveva imparato a diffidare.
Gli sarebbe piaciuto poterne dire il perché, ma non se lo ricordava.
Da quando Clara era entrata nella sua vita, molte cose erano migliorate, tanto che quel diario, sempre di più stava diventando il diario di Clara invece del suo.
Che cosa bizzarra è la memoria, pensiamo che sia affar solo nostro ma a pensarci meglio è l'insieme delle azioni degli altri.

Di giorno Gustaf scriveva di sé e di Clara, mentre di notte rileggeva.
Era piacevole e rassicurante poter ritrovare ciò che era successo ieri o qualche mese prima.
Poi gli venne in mente che se avesse voluto ricordare ogni cosa, avrebbe dovuto scrivere che in quel momento contemporaneamente stava rileggendo, che adesso era ieri, venendo inghiottito così in un assurdo incastro di matrioske che lo fissavano.
Gli sembrò sciocco e in quel momento di debolezza, sorprese se stesso a pensare a cosa avesse Clara sotto la gonna.
Ne immaginò le cosce e in mezzo a quelle un diario segreto che una volta tanto avrebbe voluto leggere e non scrivere.
Stava guarendo, e questa volta come voleva lui.
Quella notte fecero l'amore per la prima volta.

Da quel momento lui non scrisse più alcun diario e cominciò a chiamarla "la mia sposa".

Tre mesi dopo quella notte, Gustaf Maier rimettendo in ordine tra i vecchi libri in cantina, trovò un altro diario, che risaliva al quando aveva ancora la sua prima memoria.

- Tra un mese esatto, lei perderà la memoria. E' una malattia rara, colpisce una percentuale minima della popolazione, ma ci si può convivere benissimo.

Cominciò a leggere.

Tra tutti i ricordi che vorrei rimanessero con me, questa frase è l'unica che vorrei dimenticare.
Il dottor Schumann ha cercato di curarmi per anni: mi disgusta la depressione.
Non è mai riuscito a guarirmi, ma dice che sarà un morbo a curare definitivamente la mia tristezza.
Ha detto che dopo il vuoto potrò ricominciare a vivere, scegliendo chi vorrò veramente essere.
Io lo so già chi sono ed è per questo che spero di potermelo un giorno raccontare, allora sarò davvero felice.
Sono un uomo solo, che vive lontano dal paese, in una tenuta mia da sempre, non ho mai amato davvero perché non lo volevo fare.
Perché dover portare anche lei nel vuoto?
Non voglio che "la mia sposa" soffra vedendomi triste e poi allegro e poi ancora triste.
Dopo che il dottor Schumann mi ha detto di non scrivere un diario, per rabbia gli ho portato via il suo o quello di un altro, non lo so.
E' stato dopo aver letto quello, che ho deciso di scrivere il mio.
Prima dello scadere del mese, quando vedrò ormai il vuoto nel cortile che si starà avvicinando, li metterò entrambi in cantina, tra i vecchi libri che non rileggo più.
Dopo essere sparito, scriverò un altro diario.

Clara in vestaglia in cima alle scale che portavano alla cantina, lo richiamò alla realtà.
- Gustaf cos'hai che ti preoccupa tanto?
Lui la guardò, chiuse il diario e cominciò a risalire le scale. Si incontrarono a metà strada.
- Qui ci sono io, o per lo meno credo di esserci, non voglio saperlo.
Le passò il diario.
- Adesso che ho te, so chi è Gustaf Maier e questa memoria non sono sicuro sia la mia. Il diario parla di un altro diario, ci sono troppi Gustaf Maier in questa cantina.
Poi Gustaf la superò per tornare in superficie.

Due diari, uno vero ed uno falso: quale dei due Clara aveva falsificato?
Doveva saperlo!
Quale dei due aveva sposato?

La sposa tornò nella stanza da letto, prese anche l'altro diario, quello che aveva riscritto, e il terzo che Gustaf non aveva più voluto continuare.
Si tolse la vestaglia e mise un vestito. Lo studio del dottor Schumann distava tre ore di treno.

L'appartamento in cui il medico esercitava, era all'incrocio tra due strade, in pieno centro.
Clara camminava svelta sul marciapiede, questa volta i diari non erano nascosti sotto alla gonna, ma li teneva stretti incrociando le braccia; se un qualche rapinatore in un vicolo buio le avesse sparato, sarebbero stati quelli a salvarla, invece di una più classica bibbia.
Salì in fretta le scale, passò la nuova segretaria ed entrò nella stanza dove Schumann riceveva i pazienti.
Di vederla entrare all'improvviso non ne fu contenta la signora in abito giallo distesa sul lettino.
Clara scaricò i libri sulla scrivania del dottore.
- Qual'è quello autentico?
Lui la guardò senza capire come mai lei fosse lì.
- Clara?
La donna in giallo strinse la borsetta e si fece rigida, il dottore la guardò, poi si alzò ed alzò l'indice verso la donna dicendole:
- Signora Palmer, se ci vuole scusare...
Strinse la mano attorno al braccio di Clara e spostandola di peso la portò fuori, chiuse la porta.
- Sei forse impazzita? Piombi qui dopo tutti questi anni, mi aggredisci e spaventi i miei pazienti.
- Qual'è quello autentico?
- Ma di che diavolo stai parlando?
- Il diario di Gustaf Maier! Mio marito! Qual'è il diario autentico?
Schumann (mentre la segretaria li guardava senza sapere bene cosa stesse succedendo) continuava a non capire, ma si ricordò di Gustaf Maier.
Era stato suo paziente tre anni prima, quando Clara era ancora la sua segretaria, poi Maier contrasse quello strano morbo che dava un mese di tempo prima di cancellare completamente la memoria.
- Clara… Gustaf è tuo marito? Vi siete conosciuti qui in studio.
Ora era Clara a non ricordare, di pazzi ne aveva visti tanti passare in quel posto - tutti uguali - era per quello che aveva voluto cambiare mestiere.
- Oh bella questa! Te ne vai via senza preavviso, perché non ne puoi più dei folli, e ti fai assumere a tempo pieno da uno di loro.
- Forse Gustaf era pazzo! Ma il morbo l'ha guarito. A lui interessava solo salvarsi scrivendo di noi.
Schumann sembrava divertito da quella storia, poi gli tornò in mente.
- Il diario che pensavo di avere perso! Ma certo! Ecco a cosa ti stai riferendo… si mi ricordo bene… allora ce lo aveva Maier!
Lo psichiatra scoppiò a ridere.
Aprì la porta dello stanza e Clara rimase indietro, mentre Schumann continuava a ridere si accostò alla libreria.
La donna sul lettino era ancora nella stessa posa in cui l'avevano lasciata, si limitava a seguire quella scena ruotando solo gli occhi.
Poi la sposa entrò, vedendo che lo psichiatra stava tirando giù dalla libreria troppi diari, andandoli ad ammucchiare sopra a quei tre che Clara aveva scaricato lì poco prima.
- Eccoli! Sono tutti autentici! Tutti scritti dalla stessa persona! Il tuo Gustaf deve aver preso quello che non riuscivo più a trovare.
Clara non riusciva a distogliere lo sguardo da tutti quei diari, che ormai avevano completamente fagocitato i tre che aveva portato lei.
- Sei venuta qui per scoprire chi è veramente Gustaf Maier? beh! mi dispiace ma non posso esserti d'aiuto nel senso che intendi tu. Ma una cosa è certa: posso dirti chi è Vincent, andando per esclusione troverai Gustaf.
A Clara per un attimo tornò in mente Vincent e nonostante si sforzasse di ricordare tra tutti i pazienti chi fosse stato Gustaf, non ci riusciva.
Anche Vincent contrasse il morbo, ma la sua malattia divenne cronica ed ogni mese si ripeteva.
Quell'uomo non faceva in tempo a finire un diario, che tutto ricominciava da capo, ne scrisse tanti e tutti differenti, tutti contraddittori.
Lui e Gustaf non si incrociarono mai, perchè quando contrasse il morbo, Vincent era già ammalato da anni ed internato in manicomio per esser guarito troppe volte.
- Non posso dirti nulla di Maier, veniva per curare la sua depressione, chissà quante mezze verità mi avrà raccontato su quel lettino.
La donna in giallo annuì.
Clara senza dire una parola, cominciò a cercare tra tutti i diari quello in cui si parlava di lei.
Poi quando lo trovò se ne andò via.
A dire il vero non ricordava più quale dei diari aveva modificato, se quello trovato la prima volta in cantina o quello che la sera Gustaf rileggeva.
Non se lo ricordava più.
Salì sul treno e tre ore dopo era di nuovo a casa.
Tre mesi dopo il dottor Schumann andò a trovare gli sposi, ma Gustaf Maier non riconobbe lo psichiatra.

sabato 27 ottobre 2012

Com'è distante il mare - (carte estratte: 7 1 0 - tiraggio di Arianna R.)



Armando aveva sentito parlare così tanto del mare, che seppur non lo avesse mai visto, decise di volerlo navigare.
Passò giorni a chiedersi come avrebbe potuto fare, lui contadino da una vita, ad attraversare quell'immensa distesa d'acqua molto più vasta - da quello che gli avevano raccontato - di tutti i suoi campi, di quelli del vicino Samuele e della tenuta del vecchio Clodoveo messi insieme.

Andare al di là del proprio occhio non è di sicuro un'impresa facile, così cercò di ingegnarsi nell'unico modo che conosceva: mettere le proprie mani al servizio delle proprie idee.
Quando gli era servito un aratro, lo aveva messo insieme con pezzi di fortuna. Questa volta non sarebbe stato tanto diverso, così dopo aver ascoltato per bene i racconti di chi il mare e le navi le aveva viste davvero, decise di mettere in piedi un vascello con quello che aveva.
Cominciò a trasformare ciò che trovava in giro, in assi per lo scafo, timone, polena, scorrimano, scale, pomi, barili e cambuse, vele, tele, corde, intrecci, stoppe, coppe e troppe (le idee che aveva in testa).

Passarono mesi prima che alla nave non mancasse più niente, pronta per il varo se ne stava in mezzo al campo delle cipolle.
Era una nave modesta, che non avrebbe potuto ospitare più di un marinaio a bordo, ma ad Armando quella bastava.
Chi l'aveva detto che per passare al di là del mare servisse una ciurma?
Chi l'aveva sostenuto che una nave dovesse esser lunga, larga ed alta il giusto?
La nave di Armando ad Armando bastava.

Un giorno, giunse nei pressi della casa del contadino un marinaio, che ad un certo punto della sua vita aveva voluto fare all'inverso di Armando: navigare la terra ferma.
Il marinaio ormai da tempo se ne andava in giro per i campi, mettendo in pratica ciò che aveva imparato tra le onde: lasciare che l'istinto fosse la sua unica bussola.
Così quando vide la nave nel campo di cipolle, si accostò allo steccato e rimase colpito da come quella era stata architettata.
Cominciò allora a fare un certo ragionamento.
- Sono pronto a partire per il mare.
La voce del contadino alle sue spalle lo fece trasalire.
Si girò e disse di rimando.
- Direi quasi pronto… manca ancora una cosa.
Armando gli si avvicinò interessato, lui che ormai aveva chiuso i bauli pensando di poter finalmente partire, non pensava di dover mettere ancora mano alla sua creatura.
- Che dite marinaio? Sono stato attento ad ogni minimo dettaglio: ci sono le assi per lo scafo, il timone, la polena, gli scorrimano, le scale, i pomi, i barili e le cambuse, le vele, le tele, le corde, gli intrecci, le stoppe, le coppe e mi sa che ormai di cose ce ne sono fin troppe.
Il marinaio sorrise e face segno con l'indice verso l'alto.
- Manca la bandiera!

Che sciocco a non averci pensato prima, aveva proprio a portata di mano una bella tovaglia che poteva fare al caso suo.
Ma mentre si apprestava a stendere quella in alto sul pennone, il marinaio lo fermò.
- La bandiera è una cosa seria. E' più che un pezzo di stoffa: racconta da dove la vostra barca parte per andare dove volete arrivare.
Armando lassù appeso si fermò senza annodarla, mentre il marinaio gli faceva una proposta da basso.
- Contadino, posso procurarvi io la miglior bandiera per questa vostra impresa, sempre che voi vi fidiate delle promesse di un marinaio.
- Ma certo che mi fido, ogni singolo pezzo di questa nave è lì perché l'ho sentito nominare nei racconti di qualcuno, io il mare non l'ho mai visto e voi sapete il fatto vostro. Sarà bene accetto il vostro aiuto.
- Allora lasciate passare ancora questa notte, domani mattina avrete la vostra bandiera in mezzo al campo di cipolle, così che potrete finalmente navigare.
Il contadino fece cenno di si con la testa ed i due si separarono.
Passò così ancora una notte.

- Oggi è un giorno straordinario! Sono pronto a prendere il largo.

Armando uscì di casa - che ormai erano quattro assi in croce, dopo che aveva utilizzato tutto quello che aveva per costruire la nave - e si precipitò nel campo di cipolle con il cuore in gola, ma ciò che vide non gli sembrò proprio la soluzione al suo problema: al centro del campo c'era un fazzoletto, ma della sua piccola nave neanche l'ombra.


Lo riconobbe subito, avendolo notato il giorno prima al collo del marinaio.
- Sporco ladro vigliacco! Mi avete portato via la nave e lasciato solo un fazzoletto per asciugarmi le lacrime!
Armando era arrabbiato, serrava i pugni colpendo quel quadratino di stoffa che gli era valso interi mesi di lavoro.
Trattenne a forza le lacrime per non darla vinta al marinaio.
Strano che tra tutte le cose che si era fatto raccontare da chi veniva da lontano, non avesse mai sentito l'espressione: promesse da marinaio.
- Questo adesso ve lo farò ingoiare!
Si cacciò il fazzoletto in tasca e partì per andare verso il porto.
- Se volete prendere il largo con la mia nave, lo dovrete fare passando sul mio cadavere.
Corse come spinto dal vento, corse così tanto senza sapere neanche dove andare: il mare era ancora tanto lontano.
Passò tutti i suoi campi, quelli del vicino Samuele e della tenuta del vecchio Clodoveo, scoprì così che al di là di questi ce n'erano tanti altri che lo separavano dal porto, così tanti che cominciò a chiedersi come avrebbe fatto a raggiungerli con quella nave che aveva tenuto ormeggiata fino al giorno prima nel suo campo di cipolle.

Poi alla fine ecco il mare!
Quanta acqua in quello, che si perdeva oltre l'occhio, che si agitava, andava e veniva, che non ci potevi camminare sopra, non potevi avere equilibrio, non valeva la pena di farselo raccontare.
Il mare non può essere descritto tanto è grande.
Non ci sono parole abbastanza lunghe o abbastanza profonde per renderne l'idea.

Armando chiese a tutti se qualcuno avesse visto la sua nave, ma ad ogni marinaio che descriveva il vascello si sentiva rispondere con delle grasse risate.
- Panche della mensa come travi per lo scafo?
- La ruota del carro come timone? Bella questa.
- Ahahahah non riesco a smettere di pensare al sestante fatto con le forchette… e all'aratro come polena!
Tutti quelli, invece di dirgli se e dove avessero visto la sua nave, di rimando lo avevano preso per un giullare che raccontava una storia davvero divertente: quella di un contadino che voleva navigare con la sua nave fatta di pezzi sparpagliati.
Così decise che se voleva trovare quel ladro che gli aveva fatto questo, era meglio stare zitto.
Non parlare della nave.
Far vedere solo quell'indizio che gli era rimasto in tasca.

Il fazzoletto del marinaio.

- Sai che quello sarebbe più appropriato portarlo al collo che stretto in mano? Sei in un porto marinaio, c'è una certa etichetta che ci contraddistingue.
Gli disse l'ennesimo uomo di mare, che vedendolo passare tra le barche a mostrare il fazzoletto si interessò alla sua causa.
- Voglio trovare l'uomo che mi ha rifilato quest'affare!
- Beh! E' un fazzoletto da marinaio, per cui lo dovrai cercare in mare. Arrotolalo così, poi mettilo intorno al collo… ecco bravo… facciamo un nodo bello stretto, ora sei pronto per navigare.

Armando si imbarcò sulla prima nave che stava salpando dal porto: direzione mare aperto!
Cominciò così a solcare tutti gli oceani, portando sempre con fierezza quel fazzoletto, quasi fosse una bandiera da voler a tutti mostrare.

sabato 6 ottobre 2012

L'albero degli impiccati - (carte estratte: 21 20 17 16 12 - tiraggio di Marina P. - Paolo L.P. - Adriana M. - Luca O. - Samuela C.)



PROLOGO. IL VIAGGIATORE

Giunto finalmente al limitar del villaggio, il Viaggiatore si fermò, poi si levò il cappello e si sedette su una pietra larga e bassa non sapendo più come procedere.
Riprese fiato per un attimo. Ne aveva fatta di strada per raggiungere quei luoghi, ancora un ultimo sforzo e avrebbe raggiunto l'albero degli impiccati sotto a cui cresceva rigogliosa la mandragora.
Che quelle strade fossero a lui sconosciute, lo si capiva da come si guardava intorno, poi si rimise in piedi ed entrò nel paese.
La mandragora che rende fertili, sarebbe stata prima o poi sua.


I. I 3 DESIDERI

- Che strada devo percorrere, buona donna, per raggiungere l'albero degli impiccati?

Il viaggiatore chiese interessato, ad una donna in evidente stato interessante.
Non che a lui ciò davvero interessasse - il fatto che quella fosse incinta intendo - concentrato com'era a raggiungere la sua meta: diventar lui stesso fertile. In qualsiasi caso le donne gravide gli avevano sempre dato un senso di sicurezza facendolo sentire a casa.

- Non vorrei sbagliare, gentile Viaggiatore, ma se voi proseguiste costeggiando ad est il torrente… il torrente… - Strinse un occhio. - No! quella è la strada per il cimitero…
La donna si guardava intorno, come se prima o poi dall'orizzonte, uno di quegli impiccati le potesse fare un cenno con la mano, indicandole la giusta via.
Fece entrambi gli occhi a fessura parandosi il sole con la mano tesa sulla fronte.
- No… era per di là. - Indicò con l'altra mano. - Si! in fondo! In fondo…
Poi aggiunse.
- Viaggiatore, la prego, so che di sicuro è sconveniente chiedere a voi che a me avete chiesto, ma vedete come mi vien da ragionare male… da quando sono con questo pancione, mi capita che son diversa… certo che se voi poteste aiutarmi in tre piccole questioni, credo proprio che la mia ragione potrebbe ritornare: potrei allora indicarvi di sicuro la via più comoda per raggiungere l'albero degli impiccati.

Ecco ci risiamo, quella aveva fatto tutto da sé, e da che il Viaggiatore aveva una via bella e sicura per andare a raccogliere la mandragora, l'aver chiesto alla persona sbagliata lo stava già portando fuori rotta.
- Maledette donne incinte! che da figlio mi viene come un senso di ricatto e non so dirgli subito di no. - Pensò il Viaggiatore che non poté fare a meno di farsi da solo discorsi in testa, di ritrovarsi ad ascoltare quali strambe richieste quella aveva da fargli, e prima che lui provasse a dire "si", "no", "forse" o "perché mai?", la donna stava già snocciolando i suoi tre desideri, manco il nostro fosse il genio della lampada.

- Vedete buon uomo come sono imprecise le mie idee, ma è la fame a farmi dire tale sciocchezze: se voi poteste trovarmi una buona mela da addentare, sono sicura che la memoria mi tornerebbe al primo morso.

Si, una mela come quella che morse il giorno in cui si trovò con quel fagotto appeso sul ventre, per un istinto - quello della madre - che arriva a volte per vie sorprendenti.

- Mia cara signora, son qui per questioni importanti, vi porterò la mela che chiedete, ma poi lasciatemi libero di chieder a qualcun altro.
- Non preoccupatevi mio caro, perché dopo aver mangiato, la via da raccontarvi mi sarà chiara. Certo che allora avrò sete, e dovrò chiedervi di portarmi da bere dell'acqua fresca.
La donna sembrava non cedere a quello che trovava un suo diritto: arrivare in fondo a tutti e tre i desideri, così proseguì.
- Pensate quanta strada risparmiereste se oltre alla mela mi portaste anche l'acqua, e con un solo tragitto già due ne avrete esauditi.

Il Viaggiatore non sapeva bene come, né perché, ma gli sembrava di aver preso almeno l'impegno di recuperare il frutto, tanto che fece per muoversi tosto, per togliersi questo peso e liberarsi dalle attenzioni di quella donna appiccicosa, ma lei lo riacchiappò per la manica: non aveva ancora detto quale fosse il suo terzo desiderio.
- Com'è siete gentile… spero proprio che il mio marmocchio sia tale e quale a voi una volta nato… come vi chiamate?
- Non ho nome. - Tagliò secco il Viaggiatore, sicuro di non dare un'ulteriore appiglio a quella ed essere così svincolato dalla terza richiesta.
- Ecco bravo, avete proprio ragione! Anche a me è successo così… - quella aveva una lingua che non perdonava, come una frusta - stavo proprio cercando anche il nome. Vi spiego meglio…
Il Viaggiatore si arrese ed ascoltò anche quella storia.

- L'altro giorno ho messo il nome del bambino sulla cassapanca che mi lasciò in dote la mia povera mamma, colpa mia! lo ammetto! a metterlo in un posto così cosa vuoi che ti possa accadere se non che poi lo vai a perdere. Ho rimesso a gambe all'aria tutta la stanza, ho guardato sotto il letto, sotto la stessa cassapanca, in tutti i cassetti uno per uno… ma niente! ho pensato alla fine che fosse stato portato via dal vento: la finestra era aperta.


II. E' TUTTO MIO CIO' CHE HO

Dopo che tutte quelle parole gli avevano scompigliato i pensieri ed i capelli, finalmente poté concentrarsi su quello che gli era stato chiesto.
Trovare una mela, portare dell'acqua e ultima ma più complessa e bizzarra di ogni richiesta che aveva mai sentito farsi in tutta la sua vita, recuperare il nome perduto.

L'assurdità di quell'ultima lo spinse a dubitare dell'integrità della donna, tutta la mente a posto non doveva avere, decise così di sbrigarsela al più presto e raggiunto il mercato recuperò una mela, tra le tante scelse la più piccola che poté trovare, pensando che così la donna gravida avrebbe fatto più in fretta a mangiarla e si sarebbe decisa prima a vuotare il sacco.
Certo, con tutta quella gente lì intorno avrebbe potuto chieder a chiunque dove fosse il suo tanto sospirato albero, ma certe cose è meglio non si sappiano troppo in giro, e come un ragazzino che ha le mani sporche di miele, era reticente a mostrare a chicchessia il proprio palmo.

L'albero degli impiccati per lui era una manna, perché sapeva bene ciò che solo lì vi poteva trovare.
La mandragora è una pianta miracolosa che nasce dallo sperma.
Ma quello sperma deve essere particolare: solo dalle gocce prodotte da un morto impiccato può nascere la pianta dalle mille virtù, che rende fertili anche coloro i quali non lo sono mai stati.
Certo, tutto quello che gli stava capitando non incoraggiava di sicuro il viaggiatore a proseguire il suo percorso verso la paternità, pensando che poi avrebbe dovuto fare i conti con tutti i capricci della sua consorte.
Era il pesante senso di responsabilità a muoverlo, il sapere di essere un tassello del tutto lo faceva sentire al tempo stesso vittima e carnefice di quella scelta, e mentre teneva in mano stretta quella mela, piccola come da quelle parti forse non se ne erano mai viste, gli venne in mente per un istante come già quella storia fosse stata raccontata ormai troppe volte in molti modi: perché se fu una mela ad incastrare Adamo, era una mela che in questo momento lo teneva così lontano dalla sua meta.
Decise allora di contravvenire all'accordo: avrebbe ricattato quella signora con quel piccolo frutto, se lei lo voleva gli avrebbe dovuto dire la strada per l'albero una volta per tutte.
Dell'acqua e del nome, quella ne avrebbe dovuto fare a meno.


III. CON I PIEDI PER TERRA

Quando la donna lo vide, cominciò a sbracciare da lontano e lui con fare deciso le si fece vicino, tirò fuori la mela e la tenne il più in alto possibile, come se lui stesso fosse un albero da cui doverla cogliere.

- Ora basta non ho intenzione di andare oltre con questa inutile farsa, o mi dite qual'è la strada che devo percorrere per giungere all'albero degli impiccati, o questa mela non troverà mai la strada verso il vostro stomaco.

E così dicendo si levò sulle punte per rendere ancora più difficile il coglierla. La donna cominciò a saltargli tutto intorno.

- Voi siete proprio un ragazzaccio, che mi dovete far saltare nelle mie condizioni.
Stranamente quella sembrava divertirsi e guardava il viaggiatore con tutto l'amore che solo una madre può aver negli occhi, come se nulla potesse scalfire la sicurezza di sapere che alla fine tutto sarebbe andato come doveva andare, sia che l'uomo le avesse posto la mela ad altezza normale, sia come in quel caso, che ci volesse mettere un po' più di pepe per aumentarne lo sforzo.

- Forza! fuori quello che voglio sapere...
Ed anche lui fece un salto, per alzare ancor di più la mela e la posta in gioco.
Fu proprio in quel preciso istante che una cicogna che passava da quelle parti a volo radente, trafisse come fosse una freccia quella piccolissima mela, lasciando entrambi i due senza un solo fiato.

Poco dopo la donna, facendosi una grossa risata indicò l'uccello che aveva raccolto il suo primo desiderio.
Ora era in cima alla torre delle prigioni.

L'animale si adagiò con calma nel proprio nido, con quella mela infilata nel becco, e ripiegandosi su se stesso sembrò mettersi fin troppo comodo.

- Ecco la giusta medicina alla vostra bella pensata!
Concluse la donna indicando la torre e continuando a farsi ancora tante sonore risate.
Il viaggiatore a dire il vero non riuscì ad arrabbiarsi se non con se stesso, in fondo se l'era proprio cercata questa situazione: gli sarebbe bastato recuperare una mela, un bicchiere d'acqua ed un nome improvvisato e se la sarebbe sbrogliata con molta meno sofferenza.
Ma a dire il vero si sa che se non ci sbatti il naso, non puoi sentir dolore.

- Va bene donna, vorrà dire che vi troverò un'altra mela, un bel bicchiere d'acqua e guarda caso sulla via del ritorno, scorgerò sotto qualche sasso il nome che vi siete lasciata sfuggire dalla finestra.
La donna lo guardò mentre si allontanava, poi da dietro gli disse:
- Un'altra mela? e perché non quella? da lassù sarebbe più facile poter scorgere all'orizzonte l'albero che così tanto volete trovare.
Il viaggiatore che già si stava dirigendo al mercato, dette un'occhiata a quell'alta costruzione, poi girò sui tacchi e sbuffando se ne andò verso le prigioni.


IV. LA TORRE
Beh! nessuno ha mai sostenuto che trovare ciò che si vuol davvero, sia cosa facile e senza contrattempi - gli venne da pensare al viaggiatore mentre era già a metà strada appeso sul versante della torre - e poi fatta questa, la Mandragora troverà davvero posto nelle mie tasche.

A guardarlo dal basso poteva sembrare un ragno male in arnese, perché la professione di camminare in verticale, proprio a quel viaggiatore non gli si addiceva.
Certo nelle prigioni non sarebbe, né avrebbe, voluto entrare e di nuovo quella più bizzarra gli sembrò l'idea più facile da realizzare: scalare la parete per cogliere l'uccello nel sonno, così da riportare definitivamente quel frutto a terra.

Era vero quello che aveva detto la donna, da lassù si dominava il panorama intero, ma a dirla tutta dell'albero degli impiccati non ne vedeva traccia; forse era dal lato opposto e deciso com'era ormai a recuperare quella mela, pensò che la cresta della torre che era poco oltre il nido di quell'animale sarebbe stato un ottimo punto d'osservazione.
Mancava davvero poco e cominciò a spingere con più vigore, risalendo dall'esterno quella prigione, fermandosi di tanto in tanto per assicurarsi che nessuno da basso lo indicasse con la punta dell'indice, destando magari i sospetti delle guardie che facevano la ronda.
Ancora poco perché ormai c'era quasi, la cicogna nemmeno se lo poteva immaginare che tra qualche istante, un viaggiatore le avrebbe fatto visita, liberandole il becco da quel per lei ingombrante attrezzo.

Così giunto finalmente alla lunghezza giusta di un braccio dal becco, il viaggiatore aprì la mano in un ultimo delicato sforzo e ancor prima che la potesse serrare intorno al frutto, sentì una mano che gli si serrò a sua volta attorno al polso.

- Eccolo qui il nostro secondo ladro, volevi farla franca te ed il tuo amico?
- Ma di che state parlando messere?
Cercò di chiedere il viaggiatore in quella stupida situazione, appeso ormai com'era alle cinque dita della guardia che dalla feritoia lì appresso lo aveva colto in flagranza di reato.
- Che il prigioniero avesse tutte le intenzioni di darsela a gambe ci era chiaro sin da subito, ma lo facevamo ben più furbo che avvalersi di uno strampalato complice fuor dalla finestra.

E così dicendo, la guardia tirò nell'oscura pancia della torre quell'inetto.


V. IL PRIGIONIERO

Lo buttarono in una cella spoglia e fredda, sguarnita di qualsivoglia cosa a parte un pagliericcio che gli doveva fungere da letto.
E furono così tante le lacrime che cominciò a versare, che gli venne da subito in mente di farle colare tutte sul palmo della sua mano per ficcarsele in tutta fretta in tasca: quella sarebbe stata l'acqua da portare alla donna, perché non ne poteva più di andar contro il volere dei tre desideri, che pareva proprio che ogni volta che continuava a rimanere aggrappato a quella storia, tutto dovesse andare nel peggiore dei modi.
La mela fece presto a cacciarsela anche quella in tasca, perché fortuna volle - e tanta altra gliene doveva servire per uscire da quella ingiusta situazione - che la cella in cui l'avevano sbattuto, dava proprio sul nido della cicogna.

- Hei tu! la finisci di piagnucolare? Non sei mica un lattante al primo malaffare…

La voce giunse dalla cella confinante: era quella dell'altro ladrone!
Il viaggiatore si avvicinò alle fredde sbarre, ma non poteva vederlo in viso, visto che le celle affiancate non permettevano ai due di osservarsi a vicenda.

- Sei tu quello che vuole fuggire?
Chiese il viaggiatore, sentendosi giustamente rispondere da una fragorosa risata.
- E chi non vorrebbe fuggire? Forse non era una domanda rivolta a me, caro il mio vicino di cella… forse tu stesso sei quello che brama di uscire da tutta questa situazione. L'ho già capito che questi non sono luoghi per te.
- Ti prego aiutami a venirne fuori!
- Bella questa! ti sei fatto catturare facendo credere a quelli che tu fossi un mio astuto complice venuto per liberarmi, mentre invece ora sono io che dovrei permettere la tua fuga?
Disse il ladro.

Beh! effettivamente era una situazione a gambe all'aria, tutta al rovescio e tutta sbagliata, ma doveva pur esserci un modo furbo per poter darsela a gambe.
- Io so come uscir di qui!
Disse all'improvviso il ladro ed il viaggiatore tese con molta attenzione l'orecchio al suo compagno di prigionia, aspettandosi una qualche sorprendente rivelazione, ma quello che il ladro gli disse, pareva tutto tranne che un buon piano.
- Vedi questo muro che ci separa, ha quattro mattoni che si possono sfilare.
Così dicendo il ladro li tirò via e sbucò con la testa nella cella del viaggiatore.
- Ora oltre a parlare a quattro occhi, basta che io venga di lì e tu di qui, per ottenere tutto ciò che vuoi.

Caro lettore, io che sono qui tranquillo e seduto fuori da questa situazione, non avrei accettato al primo istante quella proposta che sembrava tutto fuorché una buona via di fuga.
Che differenza poteva esserci a cambiar di stanza soltanto?
Ma la differenza c'era eccome perché quando il viaggiatore si trovò nell'altra cella e  se ne andò alle sbarre che davano sulla parete esterna, finalmente scorse da quella nuova posizione, il grande albero al quale venivano appesi tutti i criminali.

- Eccolo finalmente!

Tornò alle sbarre che davano sul corridoio, per confidare al ladro tutta la sua allegria nel saper che ora non gli serviva più trovare il nome, se fosse riuscito ad uscir da lì, poteva raggiungere l'albero senza dover tornare da quella pazza e dalle sue assurde voglie, che per lui ormai erano diventate una peggior prigione di quella in cui era incastrato adesso.
Da lì poteva calarsi se avesse avuto una corda abbastanza lunga, perché a differenza della parete che aveva scalato per far quel viaggio sino in cima alla torre, da quella parte era molto più liscia e non offriva appigli.

- Mi serve una corda abbastanza lunga per potermi calare giù da questa situazione.
Chiese il viaggiatore al misterioso ladro che stava ora in quella che prima era stata la sua di cella.
- Se è solo questo che ti basta, stai pur tranquillo che la corda te la procuro senza problema... per ringraziarti di aver permesso la mia fuga.

Il viaggiatore finalmente avrebbe ottenuto ciò che gli spettava, e cominciando dalla corda, la mandragora sarebbe stata finalmente ai suoi piedi.


VI. LA CORDA E' SEMPRE TROPPO CORTA PER FUGGIRE

Giunse così la mattina successiva ed i due che si erano scambiati di posto, si svegliarono all'unisono stiracchiandosi come alla specchio.

- Oggi ce ne andremo.
Disse il ladro, mentre il viaggiatore non toglieva gli occhi di dosso all'albero, da quella posizione poteva appuntarsi mentalmente il percorso tra l'intreccio di vie del paese, così da poter arrivare senza ulteriori intoppi alla sua meta.
Lo distolse da quelle osservazioni, il rumore pesante del chiavistello, la porta della cella si aprì e lui non fece neanche in tempo a girarsi che un sacco di iuta gli finì sulla testa a mo' di cappuccio, poi mani forti lo strinsero e lo sollevarono da terra, portandolo fuori dalla cella.
Così come aveva promesso il suo compagno di cella, si ritrovò sui polsi la corda che aveva chiesto, ma gli ci volle davvero poco per capire che quella era troppo corta per fuggire.
Le guardie erano venute per impiccarlo credendo fosse il ladro, e mentre lo portavano via lasciarono aperta la porta della cella dalla quale appena si calmarono le acque, il ladro con tutta calma poté sfilare i quattro mattoni, tornarsene nella sua vecchia cella e darsela a gambe dalla porta principale.

Il viaggiatore, con la mela e le lacrime in tasca, ripercorse mentalmente la via di fuga che aveva imparato a memoria e a dire il vero non fu per niente contento di realizzare che quegli energumeni la stavano percorrendo perfettamente come lui se l'era immaginata.
Per la prima volta si sentì completamente affranto di raggiungere senza grande sforzo il luogo dove sin dall'inizio avrebbe voluto essere, e se è vero che mai cosa aveva desiderato di più se non poter cogliere la mandragola, senti tutto di colpo che ne avrebbe questa volta fatto volentieri a meno.

- Lasciatemi! sono innocente! Avete sbagliato persona!
Continuava a gridare alle guardie, ma quelle non ci facevano neanche caso, perché fin troppe volte avevano sentito quelle parole da un prigioniero.
Del resto come ben aveva detto il ladro chi è che non vuol prima o poi fuggire.
- Posso provarlo, guardatemi in tasca, ho una mela e dell'acqua da dare ad una donna incinta che solo me sta ad aspettare.
Ma quelli non fecero caso a nessuna delle sue recriminazioni.
Per tutti la strada è la stessa, e da quell'anello ci se deve passare, non importa quanto ancora vuoi stare tranquillo, quanto ancora vuoi legarti ad una corda ben più lunga.

Sull'albero degli impiccati ci si trovò presto, lo fecero salire su una particolare forca, che aveva solo la base con botola al centro, il collo invece gli venne tirato dalla corda appeso ad un ramo.
Senza poter vedere più nulla, per il sacco che aveva in testa, cominciò a sentir con le orecchie la gente che gli si faceva tutta intorno, tra questi c'era anche la donna dei tre desideri, venuta sin sotto l'albero per ricevere dal viaggiatore ciò che le spettava: una mela, dell'acqua ed un nome.


VII. LA MELA

L'amore è un sentimento serio, che diventa allegro tra le lenzuola.
Entrambi lo sapevano bene.
Il loro amore era nato da poco, acerbo come una mela non ancora pronta a cascar dal ramo, e si ritrovarono a parlar di cosa potevano essere nove mesi nella vita di un genitore.
Ne parlarono per anni, non riuscendo mai a viverli.
In ognuno di quei discorsi mettevano tutte le ipotesi, tutte le congetture e i rimedi che riuscivano ad immaginarsi.
Perché quel bimbo tanto desiderato non arrivava? Dove era finito? Forse sperso come un seme nel torsolo, in quel viaggio lunghissimo stava ancora cercando la strada.
Fu allora che sentirono parlare per la prima volta della Mandragora, la pianta miracolosa che cresce ai piedi degli impiccati.
Quel viaggio poteva esser la loro salvezza, così quel bel ormai marito si avvio nelle profondità della moglie, dandole tutto ciò che aveva con sé: le cassapanche, le uovo, le lenzuola allegre e la Mandragora.
Di fronte a loro un lungo cammino si aprì, che dal di fuori portava al di dentro per poi ritornare a galla in un'altra forma.
Al primo morso, tutto cominciò.


VIII. L'ACQUA

- Non potete farmi questo! io non sono quel maledetto ladro traditore!

La gente quelle parole le aveva sentite ormai fin troppe volte, tanto che quasi divertita fremeva impaziente, aspettando con l'orecchio teso la melodia della corda tesa, che fa ballar tutti quelli che nell'ultimo soffio vitale, cominciano a danzare tra gli spasmi dati dal collo appeso.
- Chiedetelo alla donna che mi ha spedito a fare questo viaggio, a lei e a quei suoi stramaledetti tre desideri. La mela, controllate, ce l'ho qui in tasca! anche l'acqua! misericordia!
E tra le lacrime sotto al sacco e quelle in tasca, si insinuò presto lo scroscio di una pioggia torrenziale che inondò tutto il paese ed i suoi dintorni.
La donna incinta per il dolore si piegò e lei stessa dette il via alle sue proprie acque, che copiose cominciarono a rigarle le cosce, il bambino stava nascendo, tra gli strilli della folla che cominciò a chiamare forte la morte.


IX. IL NOME

- Astolfo! Astolfo! Astolfo!
In un infinita cantilena, dopo ben due errori compiuti dal nostro viaggiatore (la mela sbagliata e l'acqua fraintesa), tutti lo chiamarono con un nome non suo.
Astolfo era un ladro, forse un assassino, di sicuro un uomo dalla dubbia morale, che non esitava a buttar sulla forca un viaggiatore alle prime armi.
Non ci si può improvvisar viaggiatori, lo si deve essere per mestiere, con il tempo si acquisiscono le basi e via via tutte le tecniche che ti portano lontano.

Andata e ritorno sono la stessa cosa, due viaggi incrociati che possono passar dallo stesso centro o forse non sfiorarsi nemmeno.

Eccolo il nome! ora hai un nome!

Non è tuo perché te l'hanno dato… e per quanto il viaggiatore si ribellasse all'idea di doversi chiamare Astolfo, capiva via via che non c'era niente da fare, che l'appuntamento con la forca non poteva più esser rimandato.

- Quanto dolore nella mia pancia, tenetemi la mano che mi pare di avere un temporale nel corpo.
Disse la donna accasciandosi a terra. Le si fece tutto intorno un capannello, che fece voltare tutti quanti dalla vista dell'impiccato.
Le cosce aperte, la vagina un fiore, da cui si poteva scorgere un ciuffo di capelli che si facevan strada.
- Lo voglio chiamare Astolfo, questo sarà il suo nome che cucirò sulle lenzuola appoggiate sulla cassapanca, vicino alla finestra. Ma lenzuola pesanti per affrontare questo inverno, pesanti così che il vento non le possa portare via un'altra volta.

Poi la donna gridò e con enorme sforzo, mentre la botola si apriva facendoci passare in mezzo il viaggiatore, dall'altro lato Astolfo venne fuori.

E' nato!

I piedi appesi e ciondoloni, il bimbo venne sputato fuori da tutte quelle storie, da tutte quelle notti passate in piedi a raccontarsi i nove mesi che rendono felici i genitori.


EPILOGO. LA MANDRAGORA

Astolfo amava viaggiare, per troppo tempo era stato prigioniero nella torre.
Guardava ora il mondo come se fosse la sua prima volta, si fermò, poi si levò il cappello e si sedette su una pietra larga e bassa non sapendo più come procedere.
Tra sé e sé si disse - Chiederò a qualcuno che mi indichi la strada.

Fu in quel preciso istante che gli si avvicinò una donna che incuriosita domandò:
- Come vi chiamate messere?
Astolfo incontrò il suo sguardo.
- Sono un viaggiatore, a cui hanno dato uno dei tanti nomi possibili.
Poi si alzò da quella pietra larga e bassa, e seguendo una precisa traiettoria si avvicino agli occhi di quella splendida ragazza.
- Mia signora... volete aiutarmi a trovare un nuovo nome?

Poi i due si allontanarono insieme per andare a raccogliere ancora una volta la Mandragora.

sabato 22 settembre 2012

I tre discorsi - (carte estratte: 10 15 5 - tiraggio di Alice D.)



- Perdonami! Non è come sembra!

Quale peggior inizio se non quello di cospargersi il capo di cenere con un adagio fin troppo conosciuto?
Essere umile è una buona cosa, ma ad Alarico questa umiltà spicciola portò così tanti bei grattacapi, che probabilmente la prossima volta ci dovrà pensar bene a tener a freno la lingua.
Non che in un qualche modo ciò non se lo fosse cercato, poiché basta un piccolo tradimento per rendere ogni "perdonami" una lama a doppio taglio.
A lui che da sempre aveva detto di amar Giulietta - e vi dico invero che più e più volte glie lo aveva anche dimostrato - gli bastò un solo piccolo, lieve, pallido "quasi tradimento", per ritrovarsi ormai senza più bussola, annaspando in un ambiguo "perdonami" davanti agli occhi ormai folgoranti della sua consorte.
Che poi detto tra noi, tutto ciò forse non era davvero così grave come poteva sembrar da fuori: quel bacio traditore Alarico mica lo aveva dato, lo aveva ricevuto!
Ma quanto e difficile farlo capire ad una moglie?

Alarico come fosse stato di carta, era strappato da tutto quel rimorso, così per avere un consiglio fece visita ad un vecchio saggio di cui aveva sentito parlare dalla zia della cugina dell'amico del parente di qualcuno.
Con gran fiducia si presentò alla porta del vecchio.
Bussò sullo stipite perché la porta in quella catapecchia non c'era e poi entrò.
In che posto bizzarro era finito: una sola stanza con centinaia di cianfrusaglie ammassate in ogni dove, cataste di oggetti che nella penombra formavano una sorta di paesaggio.
Alarico viaggiando con gli occhi, percorse montagne di secchi, legni, spade e guanti, per poi passare alle colline di drappi e colabrodo, di libri e piume d'oca, giù fino ad arrivare alle pianure di tappeti, croci, bicchieri e mattoni rotti. In mezzo a tutto quel panorama, vi era un vecchio seduto davanti ad un piccolo fuoco acceso sul camino basso e quadrato, che si stava preparando una qualche brodaglia scura.
- Prego accomodati giovane... non aver paura.
Gli fece segno con la mano il saggio.
Alarico masticò un grazie e si appoggiò per terra, poi cominciò subito a buttar fuori le parole: aveva bisogno di trovar al più presto un rimedio alla sua condizione.
- Maestro! Vecchio! Saggio! mi aiuti! non so più cosa devo dire a Giulietta, che quella non vuol sentir più alcuna ragione, parola o quant'altro che mi esca dalla mascella!
Il saggio ascoltava.
- Son giorni e giorni che non vuol capire che quel bacio io non l'ho neanche mai lontanamente desiderato: c'è solo lei, mia moglie! nella mia zucca… qua dentro!
E si batteva il pugno sulla testa con tal vigore, come a voler calcare maggiormente la mano su quel concetto.
- Cosa devo dire a Giulietta per farle capire che ho solo lei nel mio cuore? che voglio esser perdonato? perché quello che ciò che ha visto non è quello che sembra…

Dopo tutto questo sfogo - devo dir la verità un po' sconclusionato poiché vittima dell'urgenza - il vecchio che per tutto il tempo aveva continuato a mescolare la sua brodaglia nera, si pronunciò.
- Semplice figliolo! in ogni discorso che si fa, ci deve sempre esser il vero, per cui tu di fronte alla tua bella Giulietta devi dirle: Perdonami! Non è come sembra!
- Ah bel saggio che siete! - disse di rimando Alarico. - Come se io finora non ci avessi provato, proprio quelle son le parole che le ho detto e ridetto: Perdonami! Non è come sembra!
Il saggio sorrise.
- Ben fatto! allora sei a metà del percorso.
Il vecchio si alzò in piedi e senza perder troppo tempo si tuffò nelle sue montagne di cose, tanto che Alarico da seduto a terra, ruzzolò sulla schiena per lo spavento, ma appena ritrovò l'equilibrio e si rimise in piedi, il vecchio riemerse tenendo nella mano, alta verso il cielo come fosse Excalibur, una spada forgiata bene.
- Ti serve una spada quando cerchi il perdono! - il saggio la porse al giovane, poi aggiunse - Ora vai! Fanne buon uso e dopo aver detto "Perdonami! Non è come sembra!" vedrai che si sistemerà tutto.

- Bella trovata questa! - continuò a pensare per tutto il tempo Alarico mentre faceva ritorno verso casa. - Quello è un saggio e non può mica sbagliare.
Così il ragazzo, con la testa che non gli faceva più male avendo le mani impegnate a regger la spada invece che a darsi pugni in testa, giunse sulla soglia di casa.
Giulietta appena lo vide da oltre la finestra, non perse tempo e gli si parò dinanzi. Alarico era pronto, levò in alto la spada e con tutta l'aria che aveva nei polmoni disse:
- Perdonami! Non è come sembra!

Giulietta - devo dir la verità - ebbe un minimo di esitazione e quando Alarico si fece sorridente pronto a ricevere da lei un forte abbraccio, si ritrovò con cinque dita color del fuoco sulla guancia.
- Sporco vile traditore! Dopo quello che hai combinato, vieni qui a dettar legge! Hai deciso di passare alle minacce dirette… cosa vuoi? Darmi altre ferite oltre a quelle già profonde che hai lasciato sul mio cuore?
Il giovane pareva una statua a cui al solo viso era concesso di cambiare forma, poiché dal sorriso passò in rassegna tutte quelle emozioni non gradite, di chi carico di buone intenzioni capisce all'improvviso di trovarsi nel punto più lontano rispetto alla propria meta (e non ha metà del percorso come quel vecchiaccio gli voleva far intendere).
Le parole di Giulietta man mano diventavano più indistinte, mentre Alarico si trovò a pensare che quel diavolo di saggio, lo aveva messo in una situazione ben più grave rispetto al suo punto di partenza.
Girò sui tacchi continuando a tener alta la spada, mentre pian piano gli insulti di Giulietta calavano d'intensità: non perché quella si fosse calmata, ma perché la distanza che via via li andava a separare, li tramutava in un brusio lontano fatto di "bla bla".

- Bene! la spada faccio che tenerla in alto per tutta la strada del ritorno, così che ciò mi serva da lunghissima rincorsa per quando la calerò sulla fronte di quel maledetto vecchio.
Il saggio lo vide arrivare da lontano e tutto allegro lo accolse a braccia aperte, perché era tanto curioso di saper la portata del successo che quella spada aveva dato al discorso di Alarico; ma meno male che fu svelto a levarsi di torno, appena capì che non era andata proprio tanto bene.

Quando i due esaurirono i colpi e le fughe, tornarono a sedersi intorno al fuoco a rimescolare la brodaglia.
- Ma non è possibile! - disse il saggio - questo metodo era di sicuro la giusta medicina al tuo malanno… fammi pensare… ho trovato!
E Alarico non fece in tempo a ritornare giù per terra come la prima volta, che il vecchio si era già tuffato in mezzo a tutti quegli oggetti.
Questa volta ne venne fuori con un bel bastone.
- Ah no! Questa volta non mi freghi vecchio, quel bastone non lo voglio proprio usare, mi immagino già qui sull'altra guancia il risultato.
Disse Alarico indicandosi quella ancora sana, mentre il vecchio presa la discesa dalla montagna di oggetti, si fece vicino al fuoco.
- Ma cosa hai capito sciocco! Questo va acceso!
Ed immerse la punta del bastone nelle braci, poi lo sollevò a mo' di torcia e lo porse ad Alarico.
- Vai vai! se la spada non ti è stata di aiuto, vedrai che questa torcia farà bene il suo mestiere, ma mi raccomando: usala come si deve e pronuncia solo parole sincere.
Il ragazzo ormai disperato per quello che gli era successo fece anche questa volta un atto di fede, fidandosi nuovamente del vecchio.

Certo che quella cosa pareva alquanto bizzarra: come avrebbe potuto una torcia aiutarlo a dare un valore differente ad un "Perdonami! Non è come sembra"?
Per tutta la strada del ritorno continuò a ripetersi quella formula, così per trovare un po' di coraggio a ripresentarsi all'uscio di Giulietta: più si cantava in testa quella tiritera, più quelle poche parole gli sembravano innocue e vere.
Questa volta non poteva fallire.

Ah! Giulietta appena lo vide arrivar dritto dal vialetto - con quella torcia in mano tenuta alta come se la volesse far notare meglio - con tutta calma si mise gli scarponi più pesanti che aveva e lo raggiunse sull'uscio.
Ed ecco che la medesima opera venne messa in scena già pronta a divenir tragedia.
- Perdonami! Non è come sembra!
Alarico con la torcia bella tesa davanti al naso di Giulietta, così che lei la potesse vedere bene, le accennò un sorriso con un occhio semi aperto, poiché un po' se lo aspettava che la ragazza potesse essere fatta di polvere pirica.
- Misero cialtrone! Sei venuto qui per bruciare la casa che è stata finora il nostro nido! Non hai alcun ritegno a dir parole false come quelle.
E mentre diceva questo, Alarico strinse entrambi gli occhi trovandosi a ricever quel bel calcione pronto da tempo, proprio in mezzo alle cosce.
- E' una cosa buona aver sempre da parte, per certe occasioni, un paio di buoni scarponi pesanti. - Pensò Giulietta soddisfatta.
Alarico piegato, tornò così dal vecchio, badando bene di non spegner quel fuoco che gli sarebbe servito per mettere alla graticola il sempre più presunto saggio.

Entrambi con i vestiti fumanti per il fuoco appena spento, tornarono davanti al camino.
- Per te ci vuol qualcosa di molto più incisivo.
Continuò il vecchio, mentre mescolava all'infinito la brodaglia scura.
- Qualcosa che ti aiuti davvero a far comprendere il tuo discorso al cuore di Giulietta.
E saltò per la terza volta tra gli oggetti.

Alarico ormai il copione lo conosceva, e ripetendosi la parte questa volta a voce alta, trascinò per tutto il percorso verso casa un enorme scranno papale.
Questa volta non poteva rischiare visto che su quello ti ci puoi solo sedere, che non può dar adito a nessun fraintendimento né tantomeno rivoltartisi contro come se fosse un'arma.
Così arrivato come sempre alla soglia, con Giulietta che lo aspettava già lì soppesando la robustezza di un enorme mattarello, il ragazzo le fece il gesto di aspettar qualche istante per dargli almeno il tempo di riprender fiato.
Poi si piazzò seduto sullo scranno e deglutì con foga, sperando che almeno quella volta qualche livido gli sarebbe stato risparmiato.
Poi disse per l'ennesima volta - Perdonami! Non è come sembra!

Il mattarello lo centrò in piena fronte, prima che Giulietta lo investisse di parole.
- Squallido farabutto! Ti presenti qui come fossi un papa, come se le tue parole fossero la legge divina. Ringrazia solo che di mattarello ne possiedo solo uno… perché altrimenti faresti la fine di un raviolo spiaccicato a suon di rimbalzi!

Era interessante constatare come a volte la zia della cugina dell'amico del parente di qualcuno, avesse abbondantemente sopravvalutato l'efficacia del consiglio di un saggio, e stolto lui che era diventato l'ultimo anello di questa catena di creduloni.
Questa volta lo scranno indietro non se lo poteva riportare per alzarlo in testa al vecchio, troppa strada da fare, troppo pesante quel blocco di legno, ma una cosa era certa: quel tizio non avrebbe avuto il tempo di proporgli una quarta soluzione.
Tre discorsi fatti erano più che sufficienti per capire che quello fosse un impostore bell'e buono.

Così Alarico tornò dal vecchio e quello, che capì l'umore del ragazzo già dal suo profilo all'orizzonte, lo accolse dicendogli.
- Ma non è possibile! figliuolo tu hai sbagliato proprio tutto! hai detto esattamente le parole?
- Vecchio rincitrullito vieni qui che questa storia te la voglio raccontare proprio bene, non mi serve né una spada, né un bastone, né uno scranno da darti in testa: mi bastan queste due mani per sciorinarti io questa volta una "saggia" lezione di vita.
E giù a correre intorno alla catapecchia uno dietro all'altro, che a forza di girare in tondo non si capiva più chi fosse l'assalito e l'assalitore.

Quando finalmente, stanchi morti i due tornarono intorno al fuoco, Alarico continuò.
- Sciocco io a darti retta! cosa pensavi che avrei potuto ottenere? era chiaro sin da subito che non è con la forza che si può avere il perdono, né tantomeno con la minaccia di un rogo o con il far finta di esser superiore alle umane questioni.
Il vecchio scoppiò a ridere, e rideva tanto che Alarico preso alla sprovvista da quella reazione, non si sentì neanche offeso.
- Mio caro ragazzo, ma tu eri in errore sin dal principio, non è per queste ragioni che io ti ho dato quei tre oggetti per fare tre discorsi uguali ma diversi. Le tue parole son sempre state sincere, ed è già buona cosa, ma quello di cui avevi bisogno era aver di fronte qualcuno disposto ad ascoltarti.
Al ragazzo quel discorso non fu chiaro neanche in quel momento ed il vecchio proseguì.
- Tu mio caro, la conoscevi già la verità su quel bacio e non avevi bisogno di imporla. Quello che può darci la possibilità di esser davvero considerati sinceri, è dare all'altro gli strumenti che gli consentano di trovarsi nella giusta posizione per poter ascoltare: quando tieni davvero a quello che vuoi dire, dona a chi ti ascolta la possibilità di difendersi da idee che non condivide dandogli una spada, poi dagli la possibilità di vedere meglio nelle tue zone d'ombra regalandogli una torcia, e infine dagli la possibilità di perdonare dalla giusta posizione le tue azioni... solo allora ti troverai alla fine del cammino per ottenere il vero perdono.

venerdì 7 settembre 2012

Tutte quelle stelle che mi stavano a guardare - (carte estratte: 17 7 10 - tiraggio di Laura F.)



Lisetta si svegliò in piena notte sotto ad un lenzuolo traforato di stelle.
Ancora con il sonno negli occhi si mise a guardare tutte quelle: così lontane e luminose le costellazioni si portavano dietro tutto ciò che fino a quel momento si era detto di loro.
L'orsa, Andromeda e Cassiopea si fecero rimirare mentre Ercole combatteva come sempre.
Lisetta che aveva la testa veloce, passava col pensiero dall'una all'altra, tra eroi, fiere e miti, ma poi immantinente tutto cominciò a cambiare.
Perbacco!

Se c'è qualcosa di sicuro al mondo dev'esser proprio il cielo, che ai navigatori e agli uomini liberi ha dato sempre una direzione; ma questa notte, prima l'una e poi l'altra le stelle cominciarono a spegnarsi; non tutte badate bene, solo alcune all'improvviso divennero nere senza dar più luce, così che dove prima Lisetta vedeva il grande carro, ora ne scorgeva a malapena una ruota storta.
Che tranello si stava ordendo al suo intelletto?
Qual demonio cornuto si divertiva alle sue spalle?
Che se da sempre era stato l'uomo a rimirar le stelle, quella notte al contrario parevan tutte quelle a guardar Lisetta, la quale confusa per lo strano accadimento credette di sentirle ridere mentre si divertivano a starla a scrutare.

Poi intanto che la ragazza era ancora in bilico tra un "perché mai" e un "com'è possibile" tutte le stelle le improvvisarono un tiro ancor più mancino cominciando a spostarsi.
- Oh mamma mia! questo è meglio che non vada in giro a raccontarlo…
Pensò Lisetta quando si rese conto di non riconoscere più alcuna costellazione.

Eh si! perché la ragazza sdraiata a pancia in su in mezzo al campo, svegliatasi in piena notte e sorpresasi a guardar da quella posizione il cielo, cominciò davvero a non venirne più a capo.
Gli astri si spostavano, alcuni più rapidi, altri più lenti, come se il buon Dio avesse deciso all'improvviso di volerli rimescolare, per toglier anche quelle poche certezze a noi miseri esseri umani.

Lisetta sotto al buio, se avesse potuto vedersi nello specchio si sarebbe ritrovata bianca come un cencio, ma poiché in quel momento non aveva né specchio né luce in sè, si limitò a rimanere immobile immaginandosi il suo colore e a veder sino a che punto le costellazioni si sarebbero prese gioco di lei.

A dire il vero miei cari, non dovette aspettar molto, perché preceduto da un leggero picchiettio come di becco, la volta celeste, o per lo meno quella che ne rimaneva, cominciò a calarsi su di lei: tutte quelle stelle si raggrumarono in un sol punto, crollando poi all'unisono addosso alla ragazza che cacciò uno strillo acuto.

Immaginate voi cosa si può provare a vedersi arrivare in capo tutta la notte e gli astri insieme, e finito l'acuto prolungato scattò in piedi, andando ad incontrare il lenzuolo traforato proprio a metà strada tra il prato ed il cielo, finendo così per sbucare con la testa nella luce del mattino.
Poco più in là un passerotto col suo "cip cip" le dette il buongiorno.

Non si era certo trattato di alcun sogno, ma era tutto vero e verissimo se lo si vuol vedere bene, perché la notte prima, quando Lisetta andò a dormire a cielo aperto, si preparò un riparo sotto al suo lenzuolo nero, che tenuto su da quattro legni e qualche corda le fece da tenda tutta notte.
Sotto a quella coltre non vide stelle, ma solo con la luce del mattino le riuscì di veder qualcosa mentre il sole che nasceva faceva filtrare la sua luce tra le trame della stoffa e del destino, dando a Lisetta l'illusione di essere ancora nei territori dell'oscuro.

Quello che vide fu un cielo stellato dove di stelle non ce n'erano ed un passerotto quella mattina si sostituì al vero.
Qualche cacchetta spense le prime stelle colmandone i piccoli buchi sulla stoffa da dove filtrava la luce, qualche passettino spostò le costellazioni dando nuovi angoli ai raggi che filtravano, ed infine il beccar qua e là in cerca di cibo fece crollar tutta la volta celeste, dando un gran dono a Lisetta: una divertente storiella che le insegnò il senso del guardare meglio.

giovedì 30 agosto 2012

Il vestito di Cornelia - (carte estratte: 0 2 6 - tiraggio di Cristina L.)



Chi ha mai tenuto in considerazione la miglior parola che possa cingere il proprio seno?
O quella che si adatta meglio ad un braccio, un polpaccio o alla pancia?
Sono pensieri bizzarri che non ci si fa caso, poiché ogni cosa che non ci è accaduta parrebbe destinata al non esistere... ed invece c'è.
Tutto se lo si guarda bene è bizzarro, e quello che accadde a Cornelia vi voglio di sicuro raccontare.

La nostra bella paesana, in una calda estate, scese al fiume per trovar del buon sollievo, tanto che lì tolti tutti i suoi panni e disposti vicino ad un bel libro che recava con sé, si immerse nelle acque a farsi un bagno.
Chi ben conosce certe storie, sa da sé che c'era un pazzo che già in passato avea creato scompiglio per questioni di indumenti e fiumi, e neanche a farselo dire due volte rubò i vestiti alla povera Cornelia, lasciandola fresca e ignara di ciò che le stava accadendo alle spalle.
Benché sia interessante ciò che poi accadde al pazzo, vestito con quegli indumenti femminili, dovrà in questa storia rimanere un mistero, poiché fu lui e questo evento ad esser la scintilla che portarono Cornelia a riconsiderar se stessa.

Uscita dal fiume, la ragazza ci mise poco a capire il dramma in cui suo malgrado si era andata a cacciare, perché senza vestiti in paese non ci poteva proprio tornare.
- Cosa potrebbero dire di me quelle malelingue, se con le grazie fuori mi vedessero fuor di grazia?

Quante volte le parole degli altri risultan essere i confini delle nostre azioni, tanto che come tante belle figurine stiamo attenti a non andar oltre una "a" o una "s" o qualsivoglia lettera che mette un punto alle nostre azioni.
- Devo in qualche modo poter rimediare, per lo meno per riuscir ad arrivare a casa e metterci una pezza.

Quel che le venne in mente in quell'istante di sicuro rivelò il suo spirito intraprendente e appena si rese conto che il pazzo, tutto gli avea tolto tranne quel solo libro, decise di vestirsi con le sue pagine.
Ad un pazzo mica serve un libro, poiché le parole così ordinate quello mai potrà comprendere, così Cornelia fece quel che non si augura mai nessun autore come fine per il proprio testo: lo aprì per strapparne ad una ad una tutte le pagine.
La pelle ancora bagnata, fu una perfetta base per far aderire quei fogli, tanto che uno sull'altro intrecciati per bene, tutti quei capitoli le fecero da seconda pelle.

Tra un prick ed un frack, i fruscii e gli sfregamenti di carta accompagnarono Cornelia sino al paese, in quel candido vestito color del foglio con tante parole, con frasi e punti che le facevano da rifiniture.
Il seno di Cornelia così bello e generoso fu cinto dalla parola "uovo", il braccio fu un "monastero", in vita tenne "il matto", sulle gambe uscirono "piume d'oca", poi "voce e canto" sui polsi.

Barba e Rufus si son sposati.
Sette uova per fare una frittata.
Parlar con l'oca, perdere la voce e rispondere alle domande delle monache.

Cornelia tornò in paese passando attraverso gli occhi di tutti. I suoi confini cominciarono così a stringersi, poiché tutte le parole che ora le cingevano il corpo, ridefinirono le parti della ragazza.
La ragazza per tutti perse il seno prima ancora di perdere il senno, tanto che i suoi compaesani, guardandole il petto lessero due uova.
Era diventata come un atlante medico vivente, con tutte quelle paroline a corredo delle figure.
Più la gente la guardava, più il sole però asciugava quella carta e tutte le parole che si raggrinzivano, fino a che cominciò persino a far fatica a camminare.
Cornelia via via fu un corpo ancora pulsante dentro ad una statua di cartapesta, rigida, fissa e immobile, fatta di parole che la ridefinivano.
Pian piano anche il senno fece spazio ai soli vocaboli letti da tutti e Cornelia dentro a quelli cominciò a pensar altro di sé.
-  Le mie uova sono dure, non le riesco più a toccare e queste bende mi fan prudere il monastero e le oche… tutte e due le oche.

La gente scorreva il dito su Cornelia, vedendo solo le frasi che si erano abituati a leggere, seguendo la logica sconclusionata senza un ordine preciso e la carta stringeva così tanto che pian piano il respiro della ragazza si fece strozzato.
Maledetti libri!
Maledette parole e pensieri!
Maledetti tutti che un po' per volta vi siete mangiati Cornelia, e quando qualcuno pronunciava a voce alta quelle frasi, la carta si stringeva prima.

Poi verso sera giunse al paese il matto, che gridando e sbracciando veniva giù per la via facendoli scappare tutti.
- Ahi ahua auu uau uaiiuuu…
- Stategli alla larga! quello è il matto contagioso, non fatevi toccare!
Così chi a destra e chi a sinistra gli fecero spazio.
Ad un pazzo mica serve un libro, poiché le parole così ordinate quello mai potrà comprendere, e con le mani sporche e lorde dell'albume di tutte le storie che aveva fino a quel momento vissuto, fece a pezzi quella prigione di buone intenzioni, con tutta la rabbia che aveva in corpo.

Cornelia gridò forte e respirò a pieni polmoni, come fa un pargolo sculacciato per la prima volta dalla levatrice; per terra caddero mille uova che si frantumarono, monache e mattoni, le oche si rincorsero per tutto il paese lasciandosi dietro nuvole di piume color della carta.
Barbe, alberi, acqua di fiume; sonagli, inchiostri e bicchieri vuoti, vomitati dalle pagine strappate come dagli armadi delle signore.
- CORNELIA!
Fu l'unica voce.

Lei spalancò gli occhi a veder lì in mezzo, tra tutte quelle cose che le erano schizzate fuori, il pazzo con indosso i suoi vestiti, come fosse un'altra sé ma con la barba e le mani lorde.
Non più libri per Cornelia al fiume, ma solo una piuma d'oca e un po' d'inchiostro.
La piuma era l'unica cosa che le era rimasta appiccicata addosso, storta su una gamba, e da quel giorno la ragazza usò proprio quella per definire i suoi confini, per tracciare sulla sua pelle tutte le parole che le veniva invero voglia di scrivere.

sabato 25 agosto 2012

L'altalena del marinaio - (carte estratte: 21 10 8 - tiraggio di Simone C.)



Se io fossi un vero scrittore, vi narrerei di come le assi del vascello gridavano piegandosi, vi terrorizzerei parlandovi del mare buio che aggrediva il nostro nero veliero, vi inchioderei alle panche per evitarvi il destino crudele di chi viene inghiottito in mare aperto dai venti della tempesta; ma poiché io sono un qualsivoglia mozzo, vi racconterò invece cosa ci stava a fare un ragazzo solo, sull'albero maestro, in bilico tra i vortici.
Quello era come me un mozzo (ma tutto intero) che ogni cosa aveva a cuore, perché la marineria era la sua più gran passione.
Non gli importava di doversi spaccar la schiena a pulire i ponti, né tantomeno si tirava indietro quando si doveva montar la guardia tutta notte.
Il mare è luogo misterioso e pieno di pericoli, sotto la cui superficie si raccolgono creature, morte e storie.

Ogni notte il vascello solcava la pece, nel cuore dei Caraibi per conquistar tesori, e il mozzo se ne stava aggrappato all'albero maestro, senza che alcuna corda lo reggesse in quella scomoda posizione; del resto cosa può valere l'ultimo dei valorosi? Un ragazzo che per tanta magrezza le sue cosce insieme potevano entrare in competizione con la sola gamba di legno del capitano.
Quel capitano che con un solo occhio, lo spediva a faticare in ogni dove.
La ciurma era formata di maledetti tagliagole, uomini che di mare ne avevano persino l'odore, che come barracuda si muovevano anche sulla terra ferma, non fermandosi di fronte a niente, pagando tutti con la sola moneta che sapevano contare: il pretendere.
Tutti forti e possenti, tanto che la loro nave era la più temuta: come fosse invisibile, perché il terrore che induceva era così profondo che che anche chi l'avesse vista sulla propria rotta avrebbe fatto finta di non esser attaccato e più di ogni altra cosa, avrebbe fatto finta di non esser mai morto sotto i colpi delle sciabole, convincendosi anche nel momento dell'ultimo respiro, di essere ancora lì in mare aperto, tra le onde quiete.
Non vi è più morto di chi non vuol morire!

Il mozzo era l'unica virgola in mezzo a tutti quei punti fermi.
Magro come un chiodo, senza forza e malmesso, l'unico che aveva davvero l'onere di tenere bene a mente che tra tutti quei terribili era l'unico che poteva morire.
Ma un giorno si scatenò la tempesta.
Arrivò di notte all'improvviso, come un ospite inatteso, cogliendo nell'ultimo istante della veglia sia la ciurma che il capitano.
Io vi ho già raccontato di quanto fossero solidi quegli uomini, di quanto pesante fosse il valore della leggenda che li circondava; tanto che quella, che era la tempesta peggiore di sempre, per loro fu solo una delicata ninna nanna.
Il vento sibilava, spostando l'asse del veliero da babordo a tribordo, come se fossero in un enorme culla a dondolo, così soave che il sonno li raccolse tutti, facendoli cadere addormentati.
Per un bimbo è sufficiente la delicata mano di una madre, che dondolando piano da un lato all'altro il suo bambino, lo lascia un poco tra le braccia di Morfeo; ma qui trattandosi di indicibili e spietati tagliagole, fu questa peggior tempesta ad esser per loro soporifera.

Anche l'uomo più forte nel sonno muore, stroncato da quel dondolio che lo porta così vicino al bordo della nave da farlo rotolare in mare; e come tante botti, tutti quelli, continuavano a rotolare da babordo a tribordo addormentati.
Il mozzo, così debole da esser come noi, che di fronte ad una tempesta non ci addormentiamo ma tremiamo, da quella posizione aggrappato alla cima dell'albero maestro, vedeva i marinai persi tra i dondolii e in un estremo gesto disperato, per salvarli tutti dal mare aperto, si mise in piedi sul pennone sfidando il vento.
Tira e spingi mozzo, come un equilibrista in mezzo alla tempesta, cominciò a controbilanciare da solo col suo misero peso tutta la nave, che ad ogni piegamento ad est, faceva corrispondere un suo tendere il collo ad ovest, per riportare tutti quei corpi addormentati al centro del veliero, lontano dai bordi.
Coma il contrappeso di una lunga bilancia tra la chiglia ed il suo corpo, compì l'impresa più eroica che quegli uomini avrebbero mai potuto vedere.

Ma per loro fu come un sogno nel dormiveglia, lavato via presto dagli occhi la mattina successiva, quando ormai il mare calmo aveva dimenticato la pece e la tempesta.
- Mozzo! cosa fai ancora lì aggrappato al palo? Scendi presto che un nuovo giorno è pronto a raccontar di noi solo, una nuova storia.

E quello, gracile, scese scivolando giù per il legno stringendo le cosce, con tutta la consapevolezza di chi in quella leggenda non aveva messo un punto ma solo una piccola virgola,

giovedì 16 agosto 2012

La minchia del parroco - (carte estratte: 5 21 13 - tiraggio di Alessandro S.)



Quando Don Angelo chiudeva gli occhi danzava.
Danzava allegro, compiendo ampi circoli senza l'abito talare, nudo, libero e fresco; a volte apriva un solo occhio per vedere un po' di fedeli e un po' di danza.
La musica lo aveva da sempre ispirato, tanto che nel punto più alto della sua predica domenicale, con slancio cercava sempre parole nuove per intonare qualche canzone; ed era ormai pratica comune tra i fedeli, seguire le melodie di Don Angelo, senza troppo preoccuparsi di regger in mano alcun librello.
Ma un grosso problema per il parroco venne a galla, il giorno che lui stesso si rese conto di aver “la minchia” in bocca.
Ora non vorrei che da ciò voi intendeste male, perché non si trattava affatto di cosa blasfema: “la minchia” di cui io parlo non è di sicuro ciò che ora voi state pensando, ma bensì la sola parola.
Si perché un giorno, di punto in bianco, senza sapere neppure da dove quella fosse giunta, Don Angelo si ritrovò a dir soltanto: - La minchia!
Come se quella avesse sostituito tutte le sue parole.
Oh Diavolo di un destino birbante!
Così se un fedele si mostrava devoto al padre, cercando una qualche sorta di assoluzione, rischiava di sentirsi dire “la minchia!” dopo aver vuotato il sacco davanti al suo confessore.
Che tragedia!
Don Angelo benché fosse pastore del signore, abituato ad aver confidenza con questioni “da pescatore”, a quel punto non seppe più che pesci prendere e rispondeva solo con un sorriso ed il gesto della croce, dispensando a destra e a manca più benedizioni di quante non ne fossero necessarie.
Ma nella sua testa, la risposta ad ogni domanda continuò a rimanere insistente “la minchia!”.
Potrei scriverlo di continuo: la minchia, la minchia, la minchia...
Più di cento o mille volte non basterebbe purtroppo a  farvi capire, quanto fosse il disagio del pover'uomo.
Ripercorrendo all'inverso il momento in cui si era ritrovato a ripetere per la prima volta quel mezzo mantra ed anatema, si accorse che accadde al terzo giro di danza della domenica precedente.
Lì con gli occhi chiusi, nel bel mezzo della predica ai fedeli, mentre ballava nudo nella testa per trovare parole sincere, si immaginò di far tre belle piroette ed alla terza si volse verso tutto l'imbarazzo che aveva in mezzo alle gambe: la minchia!
Se quando immagini qualcosa tieni gli occhi ben stretti, quella fantasia rimane tua per sempre, ma ad aprir anche solo di poco mezzo occhio piccolino, ogni tua idea si affaccia al mondo.
In quel preciso istante, con un occhio chiuso nell'estasi fantastica e l'altro mezzo aperto per ritrovare il concreto dei fedeli che ascoltavano la messa; quell'immagine fin troppo forte e che fa a pugni con la santità del Cristo, saltò fuori dall'occhio semiaperto per aggrapparsi alla bocca di Don Angelo.
“La minchia!” come conclusione della funzione, benché potesse esser piena di poesia, fu prontamente ingoiata dal prete per non deludere i suoi fedeli.
Ma da quel preciso istante lei cominciò a farsi strada dallo stomaco alla gola, fino a prendere dimora stabile sulla lingua del sant'uomo.
“La minchia” per un uomo di chiesa è un grave problema, che non poteva ancor per troppo tempo stazionare lì senza uno scopo ben preciso e anche se virtuosamente Don Angelo era uscito da quell'impiccio per tutta la settimana, alla predica della domenica, il popolo di Dio avrebbe voluto sentir da lui sante parole.
Giunse così il giorno benedetto e com l'abito talare indosso il prete fece il suo ingresso di fronte ai fedeli.
Sforzandosi così di nulla immaginare, tenendo gli occhi ben aperti per non doversi ritrovar nuovamente troppo libero a danzare; Don Angelo decise che fosse giunto il momento tanto atteso della predica: così cominciò com'era suo solito a cantare.
- Laaaaaa… Laaaaaa... Laaaaaaaa... Miiiiiiiiiinnnn... chiiiiiiiiiii... aaaaaaaaa...
e tutti in coro giù a cantar ancor più forte.
- Laaaaaaa… Miiiiiiiii... nnnnnnn... chiiiiiiiii... aaaaaaaa...
e poi ancora con più vigore, sino a far vibrare per suono pieno i vetri ornati della chiesa.
Così forte che noi tutti, presi dal canto non si bada alle singole strofe, rapiti dalla melodia che armonizza con lo spirito.
Tanto più grande è qualcosa, che si fa fatica a distinguerla, poiché gli occhi son troppo piccoli per trattenerla nel suo insieme.
Così da quel giorno, per Don Angelo e i suoi fedeli “la minchia” divenne della chiesa la più bella canzone.

sabato 28 luglio 2012

Il pagliaccio che non c'era - (carte estratte: 10 12 0 - tiraggio di Nicoletta C.)



Per ogni trapezista, pieno e vuoto fanno la differenza, soprattutto in un numero di abilità senza rete.
Firmino morì per questo, e mentre il suo sangue si confondeva con la terra rossa della pista, poco più in alto sulla pedana di lancio, il pagliaccio guardava suo fratello verso il basso.
Non sapeva che anche lui sarebbe morto quella stessa notte.
Nerina invece, avrebbe fatto sparire il circo due giorni dopo.


I

IL FUNERALE

La morte al circo, risulta più curiosa che nella vita degli altri esseri umani, per la forma bizzarra delle bare.
Immaginate cosa voglia dire seppellire l'uomo più alto del mondo, la donna barbuta con tutti quei chili di troppo, un nano o le gemelle siamesi. Un abile beccamorto non può esimersi dal venire incontro alle esigenze più insolite, ma fortunatamente questo funerale sembrava essere molto più usuale nella forma.
Due bare regolari, affiancate con poco spazio vuoto tra l'una e l'altra, e se non fosse stato per le persone intorno, nessuno avrebbe notato la differenza tra un normale funerale e questo.

Non era morto l'uomo più alto del mondo o le gemelle siamesi che si scorgevano tra gli altri, tutti vestiti di nero e con le lacrime agli occhi; non era morto il nano, che non lo si scorgeva proprio, non era morta la domatrice di leoni, né tantomeno l'uomo lupo, né il direttore.
Erano morti Firmino il trapezista e suo fratello il pagliaccio: alti normali, leggeri quel tanto che bastava per poter volare, giovani e forti.
Un altra cosa che dovete sapere, è che al circo il funerale lo si lascia celebrare al direttore, poiché non serve un parroco che mostri la giusta direzione per andare in cielo, a chi ha passato un'intera vita a volare.

- Poche sono le parole che vorrei spendere in questa occasione. - disse il direttore. - Firmino era amato da tutti, e seppur nel suo nome portasse il seme della pietra che non la si smuove, egli ha saputo levarci i cuori con la sua maestria. Non doveva finire così.

Poi prosegui.
- Firmino è morto per colpa di un pagliaccio traditore, che pare una bestemmia ricordar che fosse il suo amato fratello.

Si, perché dovete sapere che sull'altro trapezio a raccoglier Firmino, il pagliaccio questa volta non c'era, lasciando per un'ultima volta il vuoto sotto alle mani del fratello.
Sembrava tutto tranquillo fino a quel momento, poi quando il pagliaccio doveva saltare sul secondo trapezio per reggere il fratello, qualcosa andò come nessuno avrebbe mai potuto immaginare.
Il pagliaccio rimase immobile sulla sua piattaforma, condannando a morte il fratello.
Per ogni trapezista, pieno e vuoto fanno la differenza, soprattutto in un numero di abilità senza rete.

- Da oggi non ci saranno più pagliacci nel nostro circo, perché non avremo più bisogno di ridere, e perché Firmino non sia dimenticato.

Tutti i mestieranti della compagnia si strinsero tra loro intorno a quelle parole, spalla a spalla come a voler chiudere tutti i vuoti, per fare in modo che non ci fosse aria tra di loro che li potesse far cadere nel dolore.
Ma scostando la testa dalla bara del pagliaccio, mentre posava un fiore sul legno di Firmino, Nerina vide in opposta direzione, che per un attimo, un attimo solo, tra il nano e la domatrice di leoni si era creato un vuoto, largo abbastanza da poterci far stare un uomo ritto in piedi.


II

IL PAGLIACCIO CHE NON C'ERA

Nerina nel suo carro, ripose il coltello tra gli altri normali, dopo averlo pulito dal sangue del pagliaccio: quanto lo aveva amato.
Poi si mise il costume: le prove per lo spettacolo della sera stavano per cominciare. Si affrettò non prestando particolare attenzione al modo di intrecciarsi i capelli, ed uscì per raggiungere il grande tendone

- Questo è il luogo di tutte le meraviglie, tenuto insieme da corde, pali e cuciture, un'opera così ingegnosa da esser essa stessa la più grande attrazione. Eppure nessuno se la ricorda, perché pochi la sanno guardare davvero. Quando il circo non è in città, tutti si ricordano solo di me: il pagliaccio.

Nerina lo guardava ammirata, lo amava tantissimo anche se era la sposa di Firmino, il fratello del pagliaccio.

- In ogni città questa tenda la montiamo e smontiamo. Dove non c'era nulla, ora c'è qualcosa e dove prima c'era, poi non c'è più. E' questa la meraviglia del circo. Anche tu per esempio Nerina, non ci sarebbe meraviglia nel vederti se prima non ci fosse la stessa meraviglia nel non vederti.

Nerina scacciò via questo ricordo, non ne aveva bisogno, soprattutto adesso che stava per cominciare la prova del suo numero: il contorsionismo nella scatola.
Al centro della pista c'era una scatola così piccola che nessuno avrebbe mai detto che dentro poteva raggomitolarcisi un'intera persona, ma prima una gamba, poi l'altra, passando per tutto il resto del corpo sino a far sparire la mano che si portava dietro il coperchio, Nerina sosteneva ogni sera il contrario.
Dentro alla scatola non si poteva respirare, i polmoni compressi sino allo sfinimento, stretti nella morsa della gabbia toracica non rendevano possibile un solo fiato, e tutto quel silenzio prima di tornare fuori era così vuoto per Nerina che la faceva sentire bene, le sembrava di volare in un non luogo senza confini.
Ma appena riemergeva, il boato della folla piena di meraviglia, la accoglieva come aria fresca, e i polmoni si rilassavano.
Alle prove però, quel boato non c'era.
Poco più in là, dove la tenda era tenuta aperta da un nodo, entrò il pagliaccio che non c'era, che sfruttando quel vuoto venne a chiedere di poter lavorare nel circo.


III

27 SEDIE

Il pagliaccio che non c'era, si era preparato bene per quell'occasione: vestito di tutto punto, come vuole il mestiere, si era portato da dove veniva, la sua valigina con gli attrezzi per fare i suoi numeri.
Quando vide risalire dalla scatola Nerina, rimase folgorato dalla sua bellezza, ma essendo un pagliaccio inciampò almeno sei volte prima di poter arrivare fin dove era posizionata la scatola, e a quel punto ormai era troppo tardi, la ragazza era già andata via.

Rimase lì per qualche istante. Non era venuto al circo per perdere tempo in questo modo, quindi si ricompose, prese la sua valigina e andò nel vuoto davanti al direttore, per fargli vedere di cosa fosse capace.
Prese tre palline che non c'erano e cominciò a farle roteare, proprio davanti al naso dell'uomo, che non sembrava prestargli troppa attenzione.
Il pagliaccio che non c'era, interpretò questa reazione come il massimo dello stupore. Eh si! probabilmente quell'uomo era rimasto davvero senza fiato vedendo la maestria con cui faceva volare quelle tre palline e ad ogni giro che ne perdeva una a terra, si abbassava per recuperarla, iniziando ogni volta il suo numero da capo.

Lo so che è difficile, ma provate ad immaginare il pagliaccio che non c'era.
Potrei dirvi che aveva i capelli a punta, le scarpe larghe, il trucco spesso in viso, ma non lo so, perché non c'era.
Il pagliaccio che non c'era si muoveva nei vuoti, in ogni luogo in cui tu ti aspetteresti di vedere in un circo un pagliaccio, ma dalla morte di Firmino in quel luogo di pagliaccio non ce n'era. Così aveva pensato che potesse essere per lui un'ottima opportunità di lavoro.
Per un pagliaccio che non c'era, trovare lavoro in un circo dove i pagliacci ci sono, era davvero un dramma, perché non vi trovava vuoti da riempire.
Ma la grande idea gli era venuta il giorno del funerale, quando il direttore aveva detto che lì di pagliacci non ce ne sarebbero mai più stati: era perfetto!
L'unica ad aver visto quel giorno il vuoto tra il nano e la domatrice, era stata Nerina, che lo aveva emozionato così tanto che lui aveva fatto un passo indietro per timidezza, e in quell'istante il vuoto si era colmato lasciandolo in disparte.

Comunque, il direttore di fronte al numero del pagliaccio che non c'era, non espresse alcun giudizio, non disse un bel niente perché non lo vide mai, e anzi se ne andò via lasciando un bel po' di spazio a quello: allora era stato assunto! avrebbe cominciato ad esibirsi la sera stessa!

Quando non ci fu più nessuno sotto al tendone, perché le prove erano finite, il pagliaccio che non c'era si sentì a casa. Che spettacolo! intorno a lui tutto quel vuoto da riempire con la sua non presenza.
Una campanella annunciava a tutti che il cuoco del circo era pronto a servire la cena, bisognava essere in forze per affrontare la serata, così il pagliaccio che non c'era usci in tutta fretta dalla tenda aperta e si diresse nel cortile sul retro, dove tra tutti i carri in cerchio, si era imbandita la grande tavolata.

Fortunatamente avevano pensato a lui, anche se erano tutti già seduti pronti a mangiare, gli avevano lasciato una sedia vuota: quella di Firmino, che tanto ormai non ne aveva più bisogno.
Quella sera c'erano ventisei sedie tutte intorno alla tavola imbandita, anche se fino al giorno prima erano state ventisette: a quella del pagliaccio assassino era stato dato fuoco.


IV

IL TRAPEZISTA

Quella sera c'era grande fermento tra il pubblico, perché dopo la morte di Firmino, la gente si chiedeva se ci sarebbe stato comunque il numero del trapezio.
Sembrava che non si aspettasse altro, tanto che anche ai numeri più incredibili la gente rispondeva con scarso entusiasmo.
Il pagliaccio che non c'era aspettava con ansia che arrivasse il suo momento, continuava a provare e riprovare negli spazi vuoti dietro alle quinte, a far volare le 3 palline con maestria e grazia, ma quelle continuavano a scappargli di mano una per volta: che inetto.
La piccola scatola era posizionata al centro della pista e Nerina si avvicinò. Calò il silenzio.
- Quella era l'amante del pagliaccio…
Una voce appena percebile.

Nerina aprì la scatola e vi infilò un piede, poi il secondo
- Quel maledetto ha lasciato cadere il fratello per lei…

Incrociò le gambe, e cominciò a scendere verso il nero della scatola, sparendo pian piano nel nulla.
- Firmino l'amava…

Poi il coperchio si chiuse e lei trattenne il fiato.

Il pagliaccio che non c'era, perse contemporaneamente tutte e 3 le sue palline, mentre guardava Nerina che non c'era più, era sparita nel vuoto della scatola, ed era bellissima.
Dentro nessun suono, nessun respiro e nessuno spazio, compressa nel niente, il pagliaccio che non c'era capì che era il suo momento e raggiunto il centro della pista, cominciò il suo numero con le tre palline.
Se lei gli era affianco, lui non poteva sbagliare.
Un, due, tre, perse la prima, ma la recuperò prima che cadesse a terra.
Un, due, una seconda.

- Non riemerge…

Andò avanti, un, due, tre, quattro… inciampò ma non cadde.

- Nessun respiro, nessun rumore, nessuno spazio…
- Non riemerge…

Poi la scatola si riaprì, dentro era nera, sembrava vuota e il pagliaccio la guardò, finché lei non riemerse e la folla scoppiò nel più fragoroso applauso di sempre.
Al pagliaccio che non c'è, caddero proprio all'ultimo giro tutte e tre le sue palline, e mentre lui si inchinò per riprenderle, Nerina si inchinò per accogliere l'applauso.
Rimasero in quella posizione speculare per un attimo.

Poi la gente stupita, guardò verso l'alto, perché era iniziato il numero del trapezio.


V

E' ORA DI TAGLIARE LA CORDA

Lassù, appeso al trapezio vi era il nano, che aveva preso il posto di Firmino nel momento stesso in cui la terra aveva ricoperto la bara del trapezista.
La bara era stata calata con le corde avanzate dal telone, che erano spesse e robusto, tanto da poter sorreggere tutto il peso di quell'addio.
L'altra, quella che nessuno osava neanche nominare, era stata invece fatta cascare nella fossa, come a volersi vendicare fuori tempo.
Ci sono alcune ferite che esistono ancora prima che la lama vi affondi dentro, sono le ferite a custodia.

Il pagliaccio ne aveva una, proprio tra la quarta e la quinta costola, all'altezza del cuore.
Nessun dubbio che fosse una ferita a custodia.
Si accorse di averla il pomeriggio prima della morte di Firmino, mentre dalla cima della collina, si era fermato con Nerina a guardare il tendone del circo.
Anche se sapeva di essere il pagliaccio, a volte avrebbe voluto essere il tendone, non essere così popolare tra la gente, potendosi permettere di esserci o non esserci, sperando a volte di non dover essere così importante.

- Un pagliaccio è sempre al centro dell'attenzione, un pagliaccio non può permettersi di non esserci.
Nerina a volte trovava certi suoi discorsi un po' sciocchi, ma anche lei era un po' sciocca, del resto si era innamorata del fratello di Firmino.

- E se io non ci fossi più? - Gli disse Nerina. - Non staresti male?
Il pagliaccio non rispose, fece solo un mezzo sorriso.
- Se tu non ci fossi più… forse dovrei trovare il coraggio di tagliare la corda per averti tutta per me.

A Nerina non fu chiaro cosa volesse dire il pagliaccio, poi i due cominciarono a ridiscendere la collina, c'erano le prove al trapezio.
Firmino stava controllando le corde.


VI

TUTTO QUELLO CHE SAPEVO, ORA NON LO SO PIU', OVVERO L'IMPORTANZA DEL VUOTO

Il nano, si stava dimostrando un funambolo virtuoso, tutti lo seguivano con stupore: come poteva un uomo così piccolo riuscire a fare salti tanto ampi?
Come se l'altezza fosse una questione importante, ma a ben vedere è il tempo il vero segreto di un trapezista.
Sapere dove è l'altro trapezio, conoscere ciò che è pieno e ciò che è vuoto in un certo lasso di tempo, può salvargli la vita.
Il pagliaccio che non c'era, ancora con l'amaro in bocca per non essere riuscito a completare il suo numero con le tre palline, era affascinato da quei movimenti, ma da lì a poco ad attrarre la sua attenzione fu la pedana di lancio opposta: era vuota.

Forse era quello il suo momento, del resto la situazione era chiara, da un lato c'era un trapezista che non lo era affatto e dalla parte opposta un trapezio vuoto.

Raggiunse così in tutta fretta la pedana, e quando il trapezio vuoto fu di ritorno vi saltò sopra aggrappandosi alla bell'e meglio.
I due erano l'uno di fronte all'altro, ad ogni andata e ritorno, ad ogni movimento sempre più sfasati, perché il tempo che non è materiale sentiva il vuoto del pagliaccio che non vi era appeso, e ad ogni oscillazione la distanza tra i due impercettibilmente si allungava.
Poi il salto.

Il nano volò verso il trapezio vuoto, che ormai era troppo distante per la sua minima altezza.

E per un attimo, ma solo per un attimo, Nerina come il giorno del funerale, vide quello spazio vuoto tra il nano e il trapezio, uno spazio giusto per poterci far stare una persona in piedi.

- Non ce la fa!
Gridò la folla, ma il pagliaccio che non c'era, con uno sforzo enorme afferrò il nano per le mani.

- Non lasciarmi cadere, sotto di me c'è solo il vuoto.
Gli disse il nano.

Da sotto la gente si alzò in piedi ed esplose in un fragoroso applauso, e cominciarono a cantare, a battere i piedi, mentre il nano oscillava nel vuoto con le mani a un metro e mezzo dal trapezio.

Poi qualcosa cadde e colpì il suolo.
Le tre palline del pagliaccio erano scivolate ancora una volta a terra.
Neanche questa volta aveva completato il numero.

- Firmino mi manchi.
Nerina si inginocchiò e sentì in sé tutto il vuoto, non era bastato riempire una ferita a custodia per sentirsi meglio.


EPILOGO

- Pagliaccio che non ci sei… sei proprio negato!
Si disse tra sé e sé il pagliaccio che non c'era, mentre faceva i bagagli per andarsene via.
- Doveva essere la tua grande serata! Dovevi strabiliare il pubblico e invece niente… Gli applausi non son mai stati per te, ma per tutti gli altri.
Chiuse la valigina dopo averci infilato dentro le tre palline.
- Non sei neanche riuscito a conquistare Nerina.

Che strano è il senso di vuoto che può provare un pagliaccio che non c'è.

Poi andò via.
Voltandosi un'ultima volta in direzione del circo.
- Ho proprio sbagliato carriera.

Nerina seguì quel vuoto che passava tra i saltimbanco, le gemelle siamesi, la domatrice, il direttore ed il nano.
Poi quando il vuoto si richiuse capì che ora il pagliaccio che non c'era, non c'era più.
Si alzò ed andò nella sua carrozza, prese tra tutti i coltelli normali quello che era stato sporco di sangue e poi tornò al tendone.
Ne guardò la struttura, le cuciture e tutte quelle corde, poi ne scelse una e la tagliò di netto.
Il tendone si afflosciò su tutti loro, proprio nel bel mezzo delle prove.

- In ogni città questa tenda la montiamo e smontiamo. Dove non c'era nulla, ora c'è qualcosa e dove prima c'era, poi non c'è più. E' questa la meraviglia del circo.

E così da sotto il tendone, trattenendo il fiato come se fosse nella scatola, Nerina regalò a tutti un circo che non c'era.