Cent vingt et un (121) è un progetto personale di Davide Ragona, che unisce l'arte della lettura dei tarocchi al mondo della narrazione popolare. Per dirla in modo semplice e diretto, questo blog tratta di favole e tarocchi. Le novelle raccolte tra queste pagine, sono vere e proprie letture fatte a persone che si sono prestate ad estrarre 3 carte dal mazzo.
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venerdì 24 maggio 2013
Mia mamma mi aveva disegnato male - (carte estratte: 21 11 20 - tiraggio di Anna P.)
- Una donna non può avere il dono di riprodurre su carta, né tanto meno può esser maestra nell'arte dell'affresco.
Grosso modo eran queste le parole che venivan fuori dalla bocca del maestro, quando con mio padre a cena si tratteneva più del solito.
Non credo fosse il vino a farlo arrivare a certe conclusioni, quanto piuttosto una sorta di invidia verso mia madre, lei che era incinta di me, era l'evidenza del saper riprodurre; cosa alquanto difficile da apprendere per un maschio.
Così il maestro, per sostenere la sua tesi, le mise di fronte sulla tavola ancora imbandita, una pergamena bianca e sventolandole sul naso una piuma d'oca, la sfidò a disegnarmi come mi immaginava che sarei stata una volta venuta al mondo.
Va da sé che mia madre, che non aveva mai armeggiato con l'inchiostro, mi disegnò male.
Sette mesi dopo nacqui proprio disegnata male.
La mia infanzia non la dimenticherò mai, perché fu la tipica giovinezza che può vivere uno scarabocchio.
Non dovrebbe essere troppo difficile per voi immaginare come fossi fatta: due linee nere che si piegavano ad elle per gambe, un triangolo come busto che arrivava oltre le braccia, oltre le quattro o cinque dita - a seconda della mano che stavate osservando - e si univa al collo sottile, poi sopra c'era un cerchio grande, forse troppo, e un intreccio di giravolte di cotone nero, quello era il mio scarabocchio di capelli.
I bimbi non son di certo gentili e bastava che mi distraessi un solo istante per ritrovarmi con due virgole ricurve sotto al naso.
Non ho mai gradito portare i baffi, nonostante molti di quei monelli sostenessero che mi stavano proprio bene.
Mia madre si sentiva in colpa per avermi disegnata male e cominciò ad impratichirsi con le tinte fatte d'uovo, con i pennelli di crine e le tele.
Studiò ogni tipo di tecnica, pensava che ciò avrebbe reso più facile per me superare il fatto di essere un groviglio.
Per un po' funzionò anche, la vedevo lasciare il colore sul bianco e sviluppai un certo occhio per quel mestiere.
E' difficile vivere come uno scarabocchio quando vivi al tempo delle cattedrali, tra affreschi che lasciano spazio a far intravedere solo tratti morbidi e rotondi.
Cominciai pertanto anche io ad affrescare le chiese, ed era strano vederlo fare ad un intreccio di linee. Immagino quanto fosse bizzarro per un duca o un papa, vedere una matassa d'inchiostro che poneva santi, nuvole rotonde e colombe sullo stucco fresco.
Ma fu così che divenni grande.
Ogni pennellata descriveva un mondo coerente, concreto, profondo in ogni verso, ma sentivo che qualcosa mancava in tutto questo, sentivo che tutto quello che stavo mettendo sul muro mi era distante: non erano i miei disegni.
Mi venne in mente un giorno mentre mi osservavo allo specchio, cercando di immaginarmi con i tratti di un'affresco, di ripensare alla mia adolescenza.
Quei giorni mi avevano lasciato due cerchi in più.
Sopra al triangolo che avevo come corpo.
Quelli mia mamma non li aveva disegnati, perché mi aveva immaginata piccola e il concetto di seno su di me le era probabilmente ancora estraneo.
I due cerchi me li fece la natura, non mia madre.
E' strano pensare, nonostante quel bizzarro scherzo del destino, a quanto sia coerente la natura.
Io che ero uno scarabocchio ebbi in dono non due seni ma due bei cerchietti.
Devo dire la verità, fui contenta di quei rotondi essenziali, facevo davvero tanta fatica ad immaginarmi differente.
Pensate voi quale abominio sarei stata, tutta scarabocchio, a dover portar due seni veri.
Questo mi rincuorò, e per la prima volta cominciai a riconsiderare la mia coerenza.
Pian piano finì il tempo di vedere il mondo affrescato, compresi che la struttura di ogni forma è puro scarabocchio.
Avrei dovuto ricominciare da lì, accartocciando tutti gli studi fatti, tutte le notti perse con la schiena sulle travi a dipingere soffitti per far tacere il ricordo delle parole del maestro.
- Una donna non può avere il dono di riprodurre su carta, né tanto meno può esser maestra nell'arte dell'affresco.
Forse aveva ragione.
Senza confini certi, uno scarabocchio non è materia da stare immobile appesa al muro.
domenica 6 gennaio 2013
Le insignificanti avventure di Giovanna Cappotto - (carte estratte: 20 21 11 - tiraggio di Lavinia G.)
- Io da grande voglio essere un dottore!
Di rimando un altro bambino rispose.
- Io invece sarò un cuoco e con il mio coltello infilzerò chi mi pare e piace! Così poi tu li puoi curare.
- Ma che cavolo vuol dire? - Chiese un terzo bambino, per poi proseguire. - Il cuoco mica infilza le persone, io allora sarò un attore che viaggerà per tutto il mondo, così potrò raccontare nei teatri quanto sono scemi i miei amici! Ahahahah.
Poi tutti si voltarono verso Giovanna, mancava solo lei nel gioco del "da grande sarò".
La bimba non ci pensò troppo su e disse a gran voce.
- Io sarò un cappotto!
Quel giorno la vita di Giovanna prese una piega estremamente prevedibile come accade solo a chi ha idee che gli altri non comprendono, tanto che la piccola stralunata che voleva diventare un cappotto, divenne sul momento la prima canzonatura di Diego il bimbo attore, che cominciò a cantilenare "Giovanna Cappotto, con occhi da cerbiatta, esprime desideri, proprio da bimba matta".
Marco il bimbo cuoco, la punzecchio con un rametto.
- Io qui non vedo stoffa da cappotto, ma solo delle magre braccine, una testa e due codini.
Ogni parte del corpo che citava, il cuoco la cerchiava nei contorni col rametto, come in quei disegni che si vedono dal macellaio, dove la mucca o il maiale hanno il corpo diviso da linee tratteggiate.
- Gambe, piedi, spalle… ma! Che dire! Non vedo asole e bottoni.
- Su dai andiamo, è una femmina! Cosa vuoi che capisca?
Con questa arringa l'avvocato scaldò definitivamente gli animi dei tre maschietti, che se ne andarono verso casa ridendo della povera Giovanna, che rimase lì da sola; l'unica che a dire il vero non era ancora diventata quello che voleva diventare.
Probabilmente è davvero facile far qualsiasi mestiere, perché basta seguire la via che già in tanti hanno percorso. Tutto si impara, tutto può essere spiegato, appreso o cucito addosso, tutto tranne voler diventare un cappotto, il che presuppone un certo tipo di allenamento che nessuno ti può di sicuro insegnare, si deve procedere per tentativi.
Poi ci sono le malelingue, che magari non approvano quel tuo bislacco desiderio.
Ma da quel giorno Giovanna cominciò ad intraprendere il difficile cammino di essere un cappotto, senza farlo notare troppo a chi le stava intorno.
I primi timidi tentativi furono quelli che avrebbe potuto improvvisare chiunque, come il nascondersi nell'armadio per una notte intera, ciondolarsi sullo schienale di una sedia, e più difficile tra tutti, cogliere di sorpresa un adulto lanciandosi sulle sue spalle.
Qualcuno aveva pazienza e lo prendeva per un gioco, altri la cacciavano in malo modo, come se quelli fossero solo i capricci di una bimba.
Non sarebbe stato facile diventare un cappotto senza destare troppi sospetti.
Un cappotto tiene caldo quando fa freddo! Per cui bisognava familiarizzare con certe temperature; in inverno Giovanna se ne stava piazzata su un qualche marciapiede, giocando alla campana vicino ad un incrocio, così da poter trovare una bella corrente ancor più fredda che la spingesse più in alto ad ogni saltello.
D'estate la questione si faceva ben diversa. Nonostante la sua incrollabile volontà, sua mamma l'avrebbe spinta di sicuro fuori in giardino, se l'avesse vista starsene per un intera stagione chiusa nel ripostiglio.
- Ma che fai, non sei mica un calzino vecchio!
Così per farla franca si ingegnò anche lì per passare inosservata.
Chi mai avrebbe sospettato di una bimba che mangiava in continuazione gelato o che si lanciava nell'acqua fredda di una qualche fontana?
Imparò a tenere a bada il freddo.
Giorno dopo giorno l'allenamento diede i suoi frutti e senza dover dispensare troppe spiegazioni in giro, Giovanna ormai grande divenne finalmente un cappotto, il giorno che incontrò "Leone il barbone".
Quel disperato se la portò via ai primi freddi, la incontrò che sventolava appesa ad un cancello. Lassù c'era finita mentre stava facendo uno dei suoi soliti allenamenti da cappotto, ma quel giorno il vento era così forte, che era volata via, trascinata per un paio di isolati prima di aggrovigliarsi su quelle creste.
Leone incredulo davanti alla fortuna che gli era capitata, se la caricò sulle spalle e lei subito si accoccolò lì intrecciandogli le braccia intorno al collo, come si fa con le sciarpe.
- Ah! Che fortuna! Sembra nuovo, mai indossato.
Disse Leone mentre se la lisciava addosso per vedere come gli stava Giovanna.
Lei avrebbe voluto rispondergli, ringraziandolo per quella frase così carina, ma dove si era mai sentito dire che un cappotto potesse parlare?
Rimase in silenzio.
Essere il cappotto di Leone era uno spasso, andavano in giro tutto il giorno e non c'era da preoccuparsi troppo, lui sapeva fare un sacco di cose.
Sapeva dormire arrotolato nei giornali, sapeva che quando si bagnava gli conveniva asciugarsi nudo al sole, sapeva addirittura fare cerchi con il fiato quando in inverno c'era davvero tanto freddo.
Ma tutte queste cose, che per i più erano solo "tipiche occupazioni da barbone" per Giovanna erano ben altro.
Lei lo aveva capito. Leone non era un barbone, si stava allenando anche lui per diventare quello che voleva diventare davvero: fragrante tabacco.
L'uomo si dannava perché nonostante fossero anni che portava avanti i suoi allenamenti, mancava ancora qualcosa affinché potesse diventare dalla testa ai piedi completamente tabaccoso.
Giorno dopo giorno con addosso il suo cappotto, si arrotolava nei giornali, faceva i cerchi di fumo con la bocca e soltanto quando si essiccava al sole, rimaneva nudo.
Giovanna lì piegata in un angolo, un po' arrossiva a vederlo spaparanzato senza nulla addosso e poi quando pensava "come è bello Leone", con la manica si ripiegava ancor di più su se stessa, per non farsi scoprire a sbirciare.
- Si sta alzando un forte vento!
Disse il barbone al cappotto, che non rispose per rimanere nella parte.
- Guarda che con me ci puoi parlare… Non lo sai che i barboni sentono le voci e parlano con le cose?
Aggiunse dandogli le spalle mentre si cominciò a rivestire.
- Non lo sapevo… beh allora… anche io ti rivelerò un segreto… so come fare in modo che tu sia davvero fragrante tabacco.
Disse lei timidamente.
- Ah interessante!
Leone si girò guardandola, mentre la sua testa sbucò dalla maglietta stropicciata.
- E come si fa?
Giovanna sorrise.
- Beh come prima cosa, infilami…
Il vento si fece più deciso, Leone si infilò il cappotto che si gonfiò come una vela.
Giovanna aveva imparato a farlo nei suoi tanti allenamenti, quando saltava sulla campana o quando volò via e si andò a fermare sul cancello.
Il cappotto si strinse così forte al collo di Leone che questa volta entrambi presero il volo.
- Wow! Ma questo cosa c'entra con il diventare tabacco?
- Me l'hai insegnato tu, non si può essere cappotto da soli, bisogna trovare chi ha bisogno di indossarti.
- Continuo a non capire, ma va bene lo stesso… e' divertente starsene quassù.
Il mondo là sotto sembrava così piccolo, i ricordi di una vita da esseri umani si facevano sempre più lontani.
Le gambe di Giovanna sventolavano al vento, mentre continuava a tenere le braccia incrociate al collo di Leone, senza lasciarlo neanche per un solo istante, poi gli disse:
- Senza aria che filtra, il tabacco non può bruciare da solo!
- E adesso che c'è aria, come gli diamo fuoco?
Chi fosse passato la sotto in quel momento, probabilmente non avrebbe compreso davvero quella scena, nemmeno se fosse stato un cuoco, un attore o un avvocato di esperienza, che con il naso all'insù avrebbe visto solo un cappotto e del tabacco trasportati dal vento, una scena curiosa ma di sicuro per loro tre, un evento insignificante.
Giovanna lo baciò, come quando tiri una lunga ed intensa boccata di fumo, infine lo aspirò e Leone prese fuoco.
sabato 6 ottobre 2012
L'albero degli impiccati - (carte estratte: 21 20 17 16 12 - tiraggio di Marina P. - Paolo L.P. - Adriana M. - Luca O. - Samuela C.)
PROLOGO. IL VIAGGIATORE
Giunto finalmente al limitar del villaggio, il Viaggiatore si fermò, poi si levò il cappello e si sedette su una pietra larga e bassa non sapendo più come procedere.
Riprese fiato per un attimo. Ne aveva fatta di strada per raggiungere quei luoghi, ancora un ultimo sforzo e avrebbe raggiunto l'albero degli impiccati sotto a cui cresceva rigogliosa la mandragora.
Che quelle strade fossero a lui sconosciute, lo si capiva da come si guardava intorno, poi si rimise in piedi ed entrò nel paese.
La mandragora che rende fertili, sarebbe stata prima o poi sua.
I. I 3 DESIDERI
- Che strada devo percorrere, buona donna, per raggiungere l'albero degli impiccati?
Il viaggiatore chiese interessato, ad una donna in evidente stato interessante.
Non che a lui ciò davvero interessasse - il fatto che quella fosse incinta intendo - concentrato com'era a raggiungere la sua meta: diventar lui stesso fertile. In qualsiasi caso le donne gravide gli avevano sempre dato un senso di sicurezza facendolo sentire a casa.
- Non vorrei sbagliare, gentile Viaggiatore, ma se voi proseguiste costeggiando ad est il torrente… il torrente… - Strinse un occhio. - No! quella è la strada per il cimitero…
La donna si guardava intorno, come se prima o poi dall'orizzonte, uno di quegli impiccati le potesse fare un cenno con la mano, indicandole la giusta via.
Fece entrambi gli occhi a fessura parandosi il sole con la mano tesa sulla fronte.
- No… era per di là. - Indicò con l'altra mano. - Si! in fondo! In fondo…
Poi aggiunse.
- Viaggiatore, la prego, so che di sicuro è sconveniente chiedere a voi che a me avete chiesto, ma vedete come mi vien da ragionare male… da quando sono con questo pancione, mi capita che son diversa… certo che se voi poteste aiutarmi in tre piccole questioni, credo proprio che la mia ragione potrebbe ritornare: potrei allora indicarvi di sicuro la via più comoda per raggiungere l'albero degli impiccati.
Ecco ci risiamo, quella aveva fatto tutto da sé, e da che il Viaggiatore aveva una via bella e sicura per andare a raccogliere la mandragora, l'aver chiesto alla persona sbagliata lo stava già portando fuori rotta.
- Maledette donne incinte! che da figlio mi viene come un senso di ricatto e non so dirgli subito di no. - Pensò il Viaggiatore che non poté fare a meno di farsi da solo discorsi in testa, di ritrovarsi ad ascoltare quali strambe richieste quella aveva da fargli, e prima che lui provasse a dire "si", "no", "forse" o "perché mai?", la donna stava già snocciolando i suoi tre desideri, manco il nostro fosse il genio della lampada.
- Vedete buon uomo come sono imprecise le mie idee, ma è la fame a farmi dire tale sciocchezze: se voi poteste trovarmi una buona mela da addentare, sono sicura che la memoria mi tornerebbe al primo morso.
Si, una mela come quella che morse il giorno in cui si trovò con quel fagotto appeso sul ventre, per un istinto - quello della madre - che arriva a volte per vie sorprendenti.
- Mia cara signora, son qui per questioni importanti, vi porterò la mela che chiedete, ma poi lasciatemi libero di chieder a qualcun altro.
- Non preoccupatevi mio caro, perché dopo aver mangiato, la via da raccontarvi mi sarà chiara. Certo che allora avrò sete, e dovrò chiedervi di portarmi da bere dell'acqua fresca.
La donna sembrava non cedere a quello che trovava un suo diritto: arrivare in fondo a tutti e tre i desideri, così proseguì.
- Pensate quanta strada risparmiereste se oltre alla mela mi portaste anche l'acqua, e con un solo tragitto già due ne avrete esauditi.
Il Viaggiatore non sapeva bene come, né perché, ma gli sembrava di aver preso almeno l'impegno di recuperare il frutto, tanto che fece per muoversi tosto, per togliersi questo peso e liberarsi dalle attenzioni di quella donna appiccicosa, ma lei lo riacchiappò per la manica: non aveva ancora detto quale fosse il suo terzo desiderio.
- Com'è siete gentile… spero proprio che il mio marmocchio sia tale e quale a voi una volta nato… come vi chiamate?
- Non ho nome. - Tagliò secco il Viaggiatore, sicuro di non dare un'ulteriore appiglio a quella ed essere così svincolato dalla terza richiesta.
- Ecco bravo, avete proprio ragione! Anche a me è successo così… - quella aveva una lingua che non perdonava, come una frusta - stavo proprio cercando anche il nome. Vi spiego meglio…
Il Viaggiatore si arrese ed ascoltò anche quella storia.
- L'altro giorno ho messo il nome del bambino sulla cassapanca che mi lasciò in dote la mia povera mamma, colpa mia! lo ammetto! a metterlo in un posto così cosa vuoi che ti possa accadere se non che poi lo vai a perdere. Ho rimesso a gambe all'aria tutta la stanza, ho guardato sotto il letto, sotto la stessa cassapanca, in tutti i cassetti uno per uno… ma niente! ho pensato alla fine che fosse stato portato via dal vento: la finestra era aperta.
II. E' TUTTO MIO CIO' CHE HO
Dopo che tutte quelle parole gli avevano scompigliato i pensieri ed i capelli, finalmente poté concentrarsi su quello che gli era stato chiesto.
Trovare una mela, portare dell'acqua e ultima ma più complessa e bizzarra di ogni richiesta che aveva mai sentito farsi in tutta la sua vita, recuperare il nome perduto.
L'assurdità di quell'ultima lo spinse a dubitare dell'integrità della donna, tutta la mente a posto non doveva avere, decise così di sbrigarsela al più presto e raggiunto il mercato recuperò una mela, tra le tante scelse la più piccola che poté trovare, pensando che così la donna gravida avrebbe fatto più in fretta a mangiarla e si sarebbe decisa prima a vuotare il sacco.
Certo, con tutta quella gente lì intorno avrebbe potuto chieder a chiunque dove fosse il suo tanto sospirato albero, ma certe cose è meglio non si sappiano troppo in giro, e come un ragazzino che ha le mani sporche di miele, era reticente a mostrare a chicchessia il proprio palmo.
L'albero degli impiccati per lui era una manna, perché sapeva bene ciò che solo lì vi poteva trovare.
La mandragora è una pianta miracolosa che nasce dallo sperma.
Ma quello sperma deve essere particolare: solo dalle gocce prodotte da un morto impiccato può nascere la pianta dalle mille virtù, che rende fertili anche coloro i quali non lo sono mai stati.
Certo, tutto quello che gli stava capitando non incoraggiava di sicuro il viaggiatore a proseguire il suo percorso verso la paternità, pensando che poi avrebbe dovuto fare i conti con tutti i capricci della sua consorte.
Era il pesante senso di responsabilità a muoverlo, il sapere di essere un tassello del tutto lo faceva sentire al tempo stesso vittima e carnefice di quella scelta, e mentre teneva in mano stretta quella mela, piccola come da quelle parti forse non se ne erano mai viste, gli venne in mente per un istante come già quella storia fosse stata raccontata ormai troppe volte in molti modi: perché se fu una mela ad incastrare Adamo, era una mela che in questo momento lo teneva così lontano dalla sua meta.
Decise allora di contravvenire all'accordo: avrebbe ricattato quella signora con quel piccolo frutto, se lei lo voleva gli avrebbe dovuto dire la strada per l'albero una volta per tutte.
Dell'acqua e del nome, quella ne avrebbe dovuto fare a meno.
III. CON I PIEDI PER TERRA
Quando la donna lo vide, cominciò a sbracciare da lontano e lui con fare deciso le si fece vicino, tirò fuori la mela e la tenne il più in alto possibile, come se lui stesso fosse un albero da cui doverla cogliere.
- Ora basta non ho intenzione di andare oltre con questa inutile farsa, o mi dite qual'è la strada che devo percorrere per giungere all'albero degli impiccati, o questa mela non troverà mai la strada verso il vostro stomaco.
E così dicendo si levò sulle punte per rendere ancora più difficile il coglierla. La donna cominciò a saltargli tutto intorno.
- Voi siete proprio un ragazzaccio, che mi dovete far saltare nelle mie condizioni.
Stranamente quella sembrava divertirsi e guardava il viaggiatore con tutto l'amore che solo una madre può aver negli occhi, come se nulla potesse scalfire la sicurezza di sapere che alla fine tutto sarebbe andato come doveva andare, sia che l'uomo le avesse posto la mela ad altezza normale, sia come in quel caso, che ci volesse mettere un po' più di pepe per aumentarne lo sforzo.
- Forza! fuori quello che voglio sapere...
Ed anche lui fece un salto, per alzare ancor di più la mela e la posta in gioco.
Fu proprio in quel preciso istante che una cicogna che passava da quelle parti a volo radente, trafisse come fosse una freccia quella piccolissima mela, lasciando entrambi i due senza un solo fiato.
Poco dopo la donna, facendosi una grossa risata indicò l'uccello che aveva raccolto il suo primo desiderio.
Ora era in cima alla torre delle prigioni.
L'animale si adagiò con calma nel proprio nido, con quella mela infilata nel becco, e ripiegandosi su se stesso sembrò mettersi fin troppo comodo.
- Ecco la giusta medicina alla vostra bella pensata!
Concluse la donna indicando la torre e continuando a farsi ancora tante sonore risate.
Il viaggiatore a dire il vero non riuscì ad arrabbiarsi se non con se stesso, in fondo se l'era proprio cercata questa situazione: gli sarebbe bastato recuperare una mela, un bicchiere d'acqua ed un nome improvvisato e se la sarebbe sbrogliata con molta meno sofferenza.
Ma a dire il vero si sa che se non ci sbatti il naso, non puoi sentir dolore.
- Va bene donna, vorrà dire che vi troverò un'altra mela, un bel bicchiere d'acqua e guarda caso sulla via del ritorno, scorgerò sotto qualche sasso il nome che vi siete lasciata sfuggire dalla finestra.
La donna lo guardò mentre si allontanava, poi da dietro gli disse:
- Un'altra mela? e perché non quella? da lassù sarebbe più facile poter scorgere all'orizzonte l'albero che così tanto volete trovare.
Il viaggiatore che già si stava dirigendo al mercato, dette un'occhiata a quell'alta costruzione, poi girò sui tacchi e sbuffando se ne andò verso le prigioni.
IV. LA TORRE
Beh! nessuno ha mai sostenuto che trovare ciò che si vuol davvero, sia cosa facile e senza contrattempi - gli venne da pensare al viaggiatore mentre era già a metà strada appeso sul versante della torre - e poi fatta questa, la Mandragora troverà davvero posto nelle mie tasche.
A guardarlo dal basso poteva sembrare un ragno male in arnese, perché la professione di camminare in verticale, proprio a quel viaggiatore non gli si addiceva.
Certo nelle prigioni non sarebbe, né avrebbe, voluto entrare e di nuovo quella più bizzarra gli sembrò l'idea più facile da realizzare: scalare la parete per cogliere l'uccello nel sonno, così da riportare definitivamente quel frutto a terra.
Era vero quello che aveva detto la donna, da lassù si dominava il panorama intero, ma a dirla tutta dell'albero degli impiccati non ne vedeva traccia; forse era dal lato opposto e deciso com'era ormai a recuperare quella mela, pensò che la cresta della torre che era poco oltre il nido di quell'animale sarebbe stato un ottimo punto d'osservazione.
Mancava davvero poco e cominciò a spingere con più vigore, risalendo dall'esterno quella prigione, fermandosi di tanto in tanto per assicurarsi che nessuno da basso lo indicasse con la punta dell'indice, destando magari i sospetti delle guardie che facevano la ronda.
Ancora poco perché ormai c'era quasi, la cicogna nemmeno se lo poteva immaginare che tra qualche istante, un viaggiatore le avrebbe fatto visita, liberandole il becco da quel per lei ingombrante attrezzo.
Così giunto finalmente alla lunghezza giusta di un braccio dal becco, il viaggiatore aprì la mano in un ultimo delicato sforzo e ancor prima che la potesse serrare intorno al frutto, sentì una mano che gli si serrò a sua volta attorno al polso.
- Eccolo qui il nostro secondo ladro, volevi farla franca te ed il tuo amico?
- Ma di che state parlando messere?
Cercò di chiedere il viaggiatore in quella stupida situazione, appeso ormai com'era alle cinque dita della guardia che dalla feritoia lì appresso lo aveva colto in flagranza di reato.
- Che il prigioniero avesse tutte le intenzioni di darsela a gambe ci era chiaro sin da subito, ma lo facevamo ben più furbo che avvalersi di uno strampalato complice fuor dalla finestra.
E così dicendo, la guardia tirò nell'oscura pancia della torre quell'inetto.
V. IL PRIGIONIERO
Lo buttarono in una cella spoglia e fredda, sguarnita di qualsivoglia cosa a parte un pagliericcio che gli doveva fungere da letto.
E furono così tante le lacrime che cominciò a versare, che gli venne da subito in mente di farle colare tutte sul palmo della sua mano per ficcarsele in tutta fretta in tasca: quella sarebbe stata l'acqua da portare alla donna, perché non ne poteva più di andar contro il volere dei tre desideri, che pareva proprio che ogni volta che continuava a rimanere aggrappato a quella storia, tutto dovesse andare nel peggiore dei modi.
La mela fece presto a cacciarsela anche quella in tasca, perché fortuna volle - e tanta altra gliene doveva servire per uscire da quella ingiusta situazione - che la cella in cui l'avevano sbattuto, dava proprio sul nido della cicogna.
- Hei tu! la finisci di piagnucolare? Non sei mica un lattante al primo malaffare…
La voce giunse dalla cella confinante: era quella dell'altro ladrone!
Il viaggiatore si avvicinò alle fredde sbarre, ma non poteva vederlo in viso, visto che le celle affiancate non permettevano ai due di osservarsi a vicenda.
- Sei tu quello che vuole fuggire?
Chiese il viaggiatore, sentendosi giustamente rispondere da una fragorosa risata.
- E chi non vorrebbe fuggire? Forse non era una domanda rivolta a me, caro il mio vicino di cella… forse tu stesso sei quello che brama di uscire da tutta questa situazione. L'ho già capito che questi non sono luoghi per te.
- Ti prego aiutami a venirne fuori!
- Bella questa! ti sei fatto catturare facendo credere a quelli che tu fossi un mio astuto complice venuto per liberarmi, mentre invece ora sono io che dovrei permettere la tua fuga?
Disse il ladro.
Beh! effettivamente era una situazione a gambe all'aria, tutta al rovescio e tutta sbagliata, ma doveva pur esserci un modo furbo per poter darsela a gambe.
- Io so come uscir di qui!
Disse all'improvviso il ladro ed il viaggiatore tese con molta attenzione l'orecchio al suo compagno di prigionia, aspettandosi una qualche sorprendente rivelazione, ma quello che il ladro gli disse, pareva tutto tranne che un buon piano.
- Vedi questo muro che ci separa, ha quattro mattoni che si possono sfilare.
Così dicendo il ladro li tirò via e sbucò con la testa nella cella del viaggiatore.
- Ora oltre a parlare a quattro occhi, basta che io venga di lì e tu di qui, per ottenere tutto ciò che vuoi.
Caro lettore, io che sono qui tranquillo e seduto fuori da questa situazione, non avrei accettato al primo istante quella proposta che sembrava tutto fuorché una buona via di fuga.
Che differenza poteva esserci a cambiar di stanza soltanto?
Ma la differenza c'era eccome perché quando il viaggiatore si trovò nell'altra cella e se ne andò alle sbarre che davano sulla parete esterna, finalmente scorse da quella nuova posizione, il grande albero al quale venivano appesi tutti i criminali.
- Eccolo finalmente!
Tornò alle sbarre che davano sul corridoio, per confidare al ladro tutta la sua allegria nel saper che ora non gli serviva più trovare il nome, se fosse riuscito ad uscir da lì, poteva raggiungere l'albero senza dover tornare da quella pazza e dalle sue assurde voglie, che per lui ormai erano diventate una peggior prigione di quella in cui era incastrato adesso.
Da lì poteva calarsi se avesse avuto una corda abbastanza lunga, perché a differenza della parete che aveva scalato per far quel viaggio sino in cima alla torre, da quella parte era molto più liscia e non offriva appigli.
- Mi serve una corda abbastanza lunga per potermi calare giù da questa situazione.
Chiese il viaggiatore al misterioso ladro che stava ora in quella che prima era stata la sua di cella.
- Se è solo questo che ti basta, stai pur tranquillo che la corda te la procuro senza problema... per ringraziarti di aver permesso la mia fuga.
Il viaggiatore finalmente avrebbe ottenuto ciò che gli spettava, e cominciando dalla corda, la mandragora sarebbe stata finalmente ai suoi piedi.
VI. LA CORDA E' SEMPRE TROPPO CORTA PER FUGGIRE
Giunse così la mattina successiva ed i due che si erano scambiati di posto, si svegliarono all'unisono stiracchiandosi come alla specchio.
- Oggi ce ne andremo.
Disse il ladro, mentre il viaggiatore non toglieva gli occhi di dosso all'albero, da quella posizione poteva appuntarsi mentalmente il percorso tra l'intreccio di vie del paese, così da poter arrivare senza ulteriori intoppi alla sua meta.
Lo distolse da quelle osservazioni, il rumore pesante del chiavistello, la porta della cella si aprì e lui non fece neanche in tempo a girarsi che un sacco di iuta gli finì sulla testa a mo' di cappuccio, poi mani forti lo strinsero e lo sollevarono da terra, portandolo fuori dalla cella.
Così come aveva promesso il suo compagno di cella, si ritrovò sui polsi la corda che aveva chiesto, ma gli ci volle davvero poco per capire che quella era troppo corta per fuggire.
Le guardie erano venute per impiccarlo credendo fosse il ladro, e mentre lo portavano via lasciarono aperta la porta della cella dalla quale appena si calmarono le acque, il ladro con tutta calma poté sfilare i quattro mattoni, tornarsene nella sua vecchia cella e darsela a gambe dalla porta principale.
Il viaggiatore, con la mela e le lacrime in tasca, ripercorse mentalmente la via di fuga che aveva imparato a memoria e a dire il vero non fu per niente contento di realizzare che quegli energumeni la stavano percorrendo perfettamente come lui se l'era immaginata.
Per la prima volta si sentì completamente affranto di raggiungere senza grande sforzo il luogo dove sin dall'inizio avrebbe voluto essere, e se è vero che mai cosa aveva desiderato di più se non poter cogliere la mandragola, senti tutto di colpo che ne avrebbe questa volta fatto volentieri a meno.
- Lasciatemi! sono innocente! Avete sbagliato persona!
Continuava a gridare alle guardie, ma quelle non ci facevano neanche caso, perché fin troppe volte avevano sentito quelle parole da un prigioniero.
Del resto come ben aveva detto il ladro chi è che non vuol prima o poi fuggire.
- Posso provarlo, guardatemi in tasca, ho una mela e dell'acqua da dare ad una donna incinta che solo me sta ad aspettare.
Ma quelli non fecero caso a nessuna delle sue recriminazioni.
Per tutti la strada è la stessa, e da quell'anello ci se deve passare, non importa quanto ancora vuoi stare tranquillo, quanto ancora vuoi legarti ad una corda ben più lunga.
Sull'albero degli impiccati ci si trovò presto, lo fecero salire su una particolare forca, che aveva solo la base con botola al centro, il collo invece gli venne tirato dalla corda appeso ad un ramo.
Senza poter vedere più nulla, per il sacco che aveva in testa, cominciò a sentir con le orecchie la gente che gli si faceva tutta intorno, tra questi c'era anche la donna dei tre desideri, venuta sin sotto l'albero per ricevere dal viaggiatore ciò che le spettava: una mela, dell'acqua ed un nome.
VII. LA MELA
L'amore è un sentimento serio, che diventa allegro tra le lenzuola.
Entrambi lo sapevano bene.
Il loro amore era nato da poco, acerbo come una mela non ancora pronta a cascar dal ramo, e si ritrovarono a parlar di cosa potevano essere nove mesi nella vita di un genitore.
Ne parlarono per anni, non riuscendo mai a viverli.
In ognuno di quei discorsi mettevano tutte le ipotesi, tutte le congetture e i rimedi che riuscivano ad immaginarsi.
Perché quel bimbo tanto desiderato non arrivava? Dove era finito? Forse sperso come un seme nel torsolo, in quel viaggio lunghissimo stava ancora cercando la strada.
Fu allora che sentirono parlare per la prima volta della Mandragora, la pianta miracolosa che cresce ai piedi degli impiccati.
Quel viaggio poteva esser la loro salvezza, così quel bel ormai marito si avvio nelle profondità della moglie, dandole tutto ciò che aveva con sé: le cassapanche, le uovo, le lenzuola allegre e la Mandragora.
Di fronte a loro un lungo cammino si aprì, che dal di fuori portava al di dentro per poi ritornare a galla in un'altra forma.
Al primo morso, tutto cominciò.
VIII. L'ACQUA
- Non potete farmi questo! io non sono quel maledetto ladro traditore!
La gente quelle parole le aveva sentite ormai fin troppe volte, tanto che quasi divertita fremeva impaziente, aspettando con l'orecchio teso la melodia della corda tesa, che fa ballar tutti quelli che nell'ultimo soffio vitale, cominciano a danzare tra gli spasmi dati dal collo appeso.
- Chiedetelo alla donna che mi ha spedito a fare questo viaggio, a lei e a quei suoi stramaledetti tre desideri. La mela, controllate, ce l'ho qui in tasca! anche l'acqua! misericordia!
E tra le lacrime sotto al sacco e quelle in tasca, si insinuò presto lo scroscio di una pioggia torrenziale che inondò tutto il paese ed i suoi dintorni.
La donna incinta per il dolore si piegò e lei stessa dette il via alle sue proprie acque, che copiose cominciarono a rigarle le cosce, il bambino stava nascendo, tra gli strilli della folla che cominciò a chiamare forte la morte.
IX. IL NOME
- Astolfo! Astolfo! Astolfo!
In un infinita cantilena, dopo ben due errori compiuti dal nostro viaggiatore (la mela sbagliata e l'acqua fraintesa), tutti lo chiamarono con un nome non suo.
Astolfo era un ladro, forse un assassino, di sicuro un uomo dalla dubbia morale, che non esitava a buttar sulla forca un viaggiatore alle prime armi.
Non ci si può improvvisar viaggiatori, lo si deve essere per mestiere, con il tempo si acquisiscono le basi e via via tutte le tecniche che ti portano lontano.
Andata e ritorno sono la stessa cosa, due viaggi incrociati che possono passar dallo stesso centro o forse non sfiorarsi nemmeno.
Eccolo il nome! ora hai un nome!
Non è tuo perché te l'hanno dato… e per quanto il viaggiatore si ribellasse all'idea di doversi chiamare Astolfo, capiva via via che non c'era niente da fare, che l'appuntamento con la forca non poteva più esser rimandato.
- Quanto dolore nella mia pancia, tenetemi la mano che mi pare di avere un temporale nel corpo.
Disse la donna accasciandosi a terra. Le si fece tutto intorno un capannello, che fece voltare tutti quanti dalla vista dell'impiccato.
Le cosce aperte, la vagina un fiore, da cui si poteva scorgere un ciuffo di capelli che si facevan strada.
- Lo voglio chiamare Astolfo, questo sarà il suo nome che cucirò sulle lenzuola appoggiate sulla cassapanca, vicino alla finestra. Ma lenzuola pesanti per affrontare questo inverno, pesanti così che il vento non le possa portare via un'altra volta.
Poi la donna gridò e con enorme sforzo, mentre la botola si apriva facendoci passare in mezzo il viaggiatore, dall'altro lato Astolfo venne fuori.
E' nato!
I piedi appesi e ciondoloni, il bimbo venne sputato fuori da tutte quelle storie, da tutte quelle notti passate in piedi a raccontarsi i nove mesi che rendono felici i genitori.
EPILOGO. LA MANDRAGORA
Astolfo amava viaggiare, per troppo tempo era stato prigioniero nella torre.
Guardava ora il mondo come se fosse la sua prima volta, si fermò, poi si levò il cappello e si sedette su una pietra larga e bassa non sapendo più come procedere.
Tra sé e sé si disse - Chiederò a qualcuno che mi indichi la strada.
Fu in quel preciso istante che gli si avvicinò una donna che incuriosita domandò:
- Come vi chiamate messere?
Astolfo incontrò il suo sguardo.
- Sono un viaggiatore, a cui hanno dato uno dei tanti nomi possibili.
Poi si alzò da quella pietra larga e bassa, e seguendo una precisa traiettoria si avvicino agli occhi di quella splendida ragazza.
- Mia signora... volete aiutarmi a trovare un nuovo nome?
Poi i due si allontanarono insieme per andare a raccogliere ancora una volta la Mandragora.
mercoledì 20 giugno 2012
Ogni fiume dorme nel proprio letto - (carte estratte: 10 20 16 - tiraggio di Erika F.)
Quanto è allegro il fiume mentre scivola via nel suo letto, che ad ogni balzo si ripiega su se stesso come fosse un soffice impasto, ad ogni curva prende brio più vivo del solito, e quando si appresta alla caduta si fa tanto e piccino che lo potresti tenere in una mano: te ne basta una goccia del fiume.Ci avete mai fatto caso che l'acqua chiacchiera mentre si fa strada verso il mare? Mentre si infila tra le pietre floffeggia vocaboli se ci fate attenzione; ve lo potrebbe assicurare Edda, che anche se ha solo cinque anni, con quelle orecchiette lo ha sentito bene.
Edda si auto definiva una guerriera, perché una volta aveva preso una mosca al volo. Devo dir la verità, secondo me era successo così tutto per caso, ma vederla agitare la mano con tanta foga proprio quando ti raccontava l'impegno messo per acchiapparla a mezz'aria, dava una certa autorità alla sua versione.
Ma questa non è la storia di Edda, anche se la narro con una certa convinzione, ricordandomi che dovrei far ora ritorno a cose più importanti di una mosca: vi devo raccontare di questo fiume.
Dicevamo.
Il fiume, che benché fosse sempre in movimento stava tutto il giorno a letto, una bella sera nei pressi del decimo villaggio prima di arrivare alla foce, cadde addormentato. Così senza tanti se, né ma, né però... e si fermò.
Il primo che se ne accorse fu il mugnaio, perché la macina sembrò fare troppi capricci; ma anche le donne chine a lavare i panni ebbero i loro grattacapi, visto che la fase del risciacquo gli venne inibita; per non parlare poi di quel vecchio col setaccio, che invece di andare a cacciare la pesante vanga nella terra in cerca di tesori, si era dato ormai da tempo al pettinare il fiume.
Ne vennero altri richiamati da quello strano fenomeno del fiume addormentato, che fermo e pacioso, congelato in quella posizione pareva davvero rilassato.
E tutti giù a chiedersi perché e per come.
- Quel il fiume era sempre sembrato contento di scivolare verso il mare.
Edda tra tutti quelli, fu la meno esterrefatta, perché a far meravigliare un bambino ce ne vogliono di più belle, mica come questa di un fiume che si addormenta.
Non è normale che dopo tanto gioco si vada a nanna?
Non è corretto infilarsi sotto le coperte verso sera?
Ma a chi la volete raccontare voi grandi, il fiume dormiva perché era stanco.
- Chiamate il sindaco che saprà trovare una soluzione!
Qualcuno gridò tra quelle persone, e il sindaco non si attardò ad arrivare; constatò la situazione di "sta proprio fermo" e chiamò le guardie per farlo pungolare dalle lance; ma il fiume niente, e per tutta risposta si girò dall'altra parte, continuando a dormire della grossa.
Poi di nuovo:
- Chiamate il prete! Che se deve tirar le cuoia, almeno gli si dia l'estrema unzione.
E quando anche il prete fu lì, si constatò che non era necessario il sacramento: il fiume cominciò a russare.
Che russasse lo si intuiva dal gorgoglio ritmato delle bolle, che qua e là cominciarono a scoppiettare.
- Qui va a finire che mentre quello dorme, siamo noi che rimaniamo ritti tutta notte.
E il solito da dietro gridò:
- La banda del paese!
- Come?
- Chiamate la banda del paese, che quando io voglio dormire, loro se ne vanno in giro a far canzoni… e non si dorme… più.
- Bravo!
Applausi.
E tra fiati, corde e tamburi, si cominciò a far tutto il repertorio delle processioni.
Niente da fare, non lo volevano capire che non si fa così per risvegliare un fiume addormentato?
Edda che guardava la sua mano guerriera, fece un passo in avanti guadagnandosi la prima fila da buon soldato, e stringendo il palmo a cono disse agli altri:
- Dovete fare così!
Appoggiò le labbra a quell'improvvisata trombetta e soffiò dentro una ninna nanna all'incontrario.
Nei pressi dei suoi piedini, l'acqua prese il solito brio prima di ricadere di nuovo nel sonno.
- La piccola guerriera ha ragione! Serve una ninna nanna all'incontrario, ma il fiume è così vasto che servirà qualcosa di più di una sola mano.
Edda la grande guerriera, col dito indicò senza esitare verso il paese e a tutti fu chiaro il da farsi, perchè se una sola mano aveva potuto prendere una mosca al volo, tutte quelle centinaia avrebbero portato lì la tromba più grande: la torre della chiesa.
Come strumento si difendeva bene, con i suoi dieci metri di altezza, segata alla base e fatto un foro sulla punta del campanile, fu pronta ad amplificare la voce armonica di tutti quanti.
E la "annin" e la "annan" funzionarono entrambe per benino, tanto che all'alba - anche se a voi potrebbe parer normale - in tutta la valle risuonò quel canto.
Ora puoi andare verso il mare, il mulino può macinare, ci possiamo anche lavare e trovare tesori, possiamo ascoltare le parole tra le pietre, stare sotto alla cascata a prender al volo quella sola goccia che vogliamo prendere.
E da quel giorno il valore di Edda fu finalmente preso in considerazione, senza che si dovette sforzare neanche più di tanto a dar autorità alla propria versione.
sabato 9 giugno 2012
La storia stretta - (carte estratte: 16 20 19 - tiraggio di Antonella Z.)
Stretta è la cinghia, e stretta la morsa del carpentiere, poi venne stretta la mano tra le due famiglie: - L'accordo è preso! I nostri figli si andranno a maritare.
Si perché di storia stretta qui si parla, così stretta che per farla ancor più breve ve la voglio raccontar tutta d'un fiato.
Allora vado a cominciare.
Adalgisa i genitori, la cacciarono a viver nella casa più stretta che fu mai costruita, insieme a quel discreto partito lungo e stretto che si chiamava Aimone, anche lui costretto dai propri genitori. Così stretti dovevano stare, che quei due fecero un figlio per prossimità.
Il pargolo lì dentro proprio non ci stava, e si mise a volare per scappare, ma Adalgisa e Aimone ormai a loro volta genitori, per non farlo allontanare a cuor leggero, lo legarono con un piedino ad una cordicella lunga, lunga, lunga… e stretta.
Volò però lontano il bimbo gonfio, mentre i genitori con la mano dalla finestra gli lasciavan corda, ancora corda, sempre più corda; che dopo aver fatto uno, due e tre giri del mondo, quella si tese e tagliò il creato in due come fosse una mela, passando proprio in mezzo alla casa stretta.
Ah! che liberazione, quanto spazio fuori da quella maledetta e stretta.
Ma il mondo diviso a quel modo aveva preso a girare mezzo in un verso e mezzo nell'altro, come le lancette dell'orologio che solo una volta per giro si ritrovano; e così anche Adalgisa e Aimone sfiorandosi la mano una volta per rivoluzione, cercavan di rimettere insieme quello che loro malgrado ormai era stato tagliato.
Si lo so! questa storia non è più stretta, troppe parole.
Mi devo concentrare per farla più stretta.
Adalgisa e Aimone si ritrovarono a vivere in una casa stretta stretta, così vicini naso a naso che fecero per caso un bambino, che lì dentro non ci stava ma volava; gli allacciarono una cordicelle al piedino per farlo sentire libero quel tanto che basta, ma a forza di circumnavigare il globo legato in quel modo, il pargolo suo malgrado tagliò a metà la storia dei propri genitori.
Lo so avevo detto stretta, ma è difficile poi renderla comprensibile, ma ci provo.
Adalgisa e Aimone nella casa stretta, fecero un figlio volante, ci misero la corda al piedino e quello tagliò lo spazio tra i due genitori.
Così comincia ad esser stretta! Ancora un piccolo sforzo.
A e A tanto stretti, fecero un figlio che volava a tagliava.
Bella, bella! Così mi piace, ma ci voglio riprovare: ZAC!
Perfetta!
Vado in giro a raccontarla così, è essenziale e stretta stretta.
Signori e signori, vi narro la mia nuova novella: ZAC!
Applausi?
Niente!
E come dare torto a tutti quelli che mi sentono, che non possono capire per ristrettezza di parole, cos'è successo ad Adalgisa e Aimone nella loro vita troppo stretta.
Neanche Adalgisa e Aimone hanno capito bene cosa gli sia successo.
mercoledì 25 aprile 2012
L'angelo e il suo mare - (carte estratte: 21 14 20 - tiraggio di Giorgia)
A guardarli bene, gli angeli hanno le ali d'acqua, poiché così son del colore del cielo. Non ne sprecano una sola goccia mentre volano guardando giù, ma quel giorno quell'angelo in particolare, volgendo lo sguardo più sotto di dove doveva guardare, si innamorò di tutto l'immenso mare.
A niente valsero i cori degli altri che lo volevan trattenere da far quel gesto insano, e senza troppo pensarci su, quello volò in picchiata.
Splash! si ritrovò a mollo bagnandosi le ali, che benché fossero d'acqua a loro volta non erano abituate a quella materia più sale.
Quanto è grande l'amore, sconfinato a tal punto che ti ci puoi perdere dentro se non sai dove guardare, e mentre quello nuotava sbattendo le ali, scorse da lontano una figura con braccia, torso, testa e gambe.
La creatura era un gioiello tra le onde, fatto d'acqua anch'essa e dissolta a tal punto con il resto che per riconoscerne la forma, l'angelo dovette tracciarne i confini con le mani.
Esisteva davvero se dentro e fuori erano lo stesso?
- Ecco! tu sei il mio amore puro, e ti voglio portare via con me, togliendoti con grazia da tutto il resto, da tutta l'acqua che non mi permette di poterti riconoscere se non tendendo le mani.
La creatura fu contenta di questo, perché a stare lì in quell'immenso mare, non gli era permesso dichiarare dove cominciasse e finisse la sua epidermide, fatta della stessa materia del resto. Tese allora le mani, incrociandole con quelle dell'angelo.
Come fosse una bambina stanca si abbandonò all'abbraccio e i due si incamminarono verso la riva.
Bastò spingere solo un pò più forte, per tirarla fuori dal sale, così da potergli donare braccia, torso, testa e gambe proprie che non fossero più solo proprietà del mare.
E per l'angelo fu ancor più facile, poiché la sua pelle gli permise di poterne scivolare fuori senza fatica, ma fu quando arrivò all'altezza delle ali, che come strattonato da un mano invisibile non riuscì a proseguire oltre.
Eh si! perché le sue ali, che eran fatte d'acqua, in quell'istante erano grandi e pesanti come fossero loro stesse l'intero mare, e su quella linea di confine definita dall'onda, l'angelo cominciò a capire quanto fosse pesante la sua appartenenza.
In braccio teneva un piccolo mare, e da un altro più grande era trattenuto.
Il dilemma gli fu chiaro, e per poter viver quello piccolo dovette spinger forte quel solo ultimo passo strappandosi le ali.
A volte ci penso e mi chiedo, se per farsi passar la sete basti solo un bicchiere o sia meglio bersi tutto il mare?
sabato 21 gennaio 2012
Il palcoscenico - (carte estratte: 11 20 14 - tiraggio di Roberto P.)
In platea il buio, il palco è illuminato, e mentre io son qui a suonare il clavicembalo, mi viene da pensare: ma il pubblico e lì davvero?
Lo so è un pensiero sciocco, così lo caccio indietro e le mie dita scorrono sicure sui tasti, e non li guardo. Ormai conosco bene la tastiera, non leggo lo spartito, ce l'ho già tutto in testa.
Guardo nella bocca di mia moglie. Apri bene mentre canti! Ma oltre l'ugola non riesco ad andare, lì finisce la luce e cominciano le viscere.
Nel buio non un sussurro, un mormorio, un colpo di tosse, niente.
Il pubblico non c'è, però è lì e suono bene, poiché e lì.
Ancora qualche giro è avremo finito, torneran le luci in tutto il teatro e arriverà puntuale l'applauso.
Ed è così che accade, chiudo il concerto dopo l'acuto della mia dama.
Un successo, tutto questo è una magia! Tornan vive le persone, si alzano ed applaudono, le vedo e le sento. Guardo mia moglie e mi sorride, poi ci sporgiamo per l'inchino.
Una, due e tre volte. Grazie.
Tutto adesso è pieno di luce, così anche voi mi vedete. Perché mi vedete vero?
Guardate la mia mano che si solleva. Vi saluto, mi tocco i capelli, vedete che bel colore? I miei vestiti. Questa stoffa è del colore dei miei occhi. Lo avevate notato?
Certo, è impossibile che non mi vediate, poiché adesso è tutto illuminato.
venerdì 9 settembre 2011
I tiri mancini del giovane sovrano - (carte estratte: 4 20 1 - tiraggio di Valeria M.)
Cosa fa di un anziano sovrano, un anziano sovrano?
Il fatto di essere stanco di essere anziano.
Che se fosse sovrano senza essere anziano, raccoglierebbe per se molto più godimento da una vita di comando senza impedimento.
E come tutti anch'egli sapeva che è destino comune che tocca al povero come al ricco, che prima o poi ti annoi sin tanto che morte ti coglie per vizio.
Fatto sta' che se sei sovrano però, ti accade almeno una qualche piccola intercessione: che la tua posizione più alta degli altri, ti permette di esser meglio ascoltato dalle cerchie esterne del regno celeste.
Grazie a questa circostanza, già che le parole devon fare meno strada, il nostro sovrano annoiato si ritrovò a chieder ad un angelo di passaggio, di poter riporre nell'armadio la sua vecchierellezza.
L'angelo che per natura non si tira mai indietro da estendere indulgenze al di là del suo cielo, accordò al nostro anche questa concessione.
- Quando il sole ti sarà dinnanzi rimarrai sovrano annoiato, per impegno e allegrezza del tuo popolo; ma al calar di esso potrai rallegrar te stesso come fu un tempo.
La grazia era bell'e fatta.
Ed il sovrano per tutto il giorno rimase così allegro in attesa della sera, che quello sarebbe già bastato a non farlo sembrare così vecchio.
Poi quando anche l'ultimo raggio del padre sole si ritirò oltre i torrioni del castello, tutte le rughe e gli acciacchi si sciolsero in un giovinetto.
Il sovrano ritornato allegro e senza rughe cominciò così a correre per tutte le stanze del castello, finché il fiato glielo permetteva, e a far di quelle capriole che nemmanco una scimmia se le sarebbe mai immaginate, facendo sollevare come fosse egli stesso una girandola, tutte le sottane delle cortigiane del regno.
Mangiò di gusto dalla dispensa ogni ben di Dio, sfidò ogni singolo cavaliere in armatura facendolo capitombolare con la sua spada nuova di zecca, e andò avanti in questo modo fino al mattino.
Tra le lenzuola soffici, il sole porse i suoi omaggi all'anziano sovrano, che come destatosi da un sogno, si chiese se ciò che vagamente ricordava fosse davvero sepolto al di sotto delle sue stesse rughe.
Poi per tutta la giornata ne ebbe riprova, ricevendo elogi ed abbracci da tutti i cuochi che si complimentarono con lui per l'appetito dimostrato in quella notte; da tutti i cavalieri che con onore erano finiti gambe all'aria, e da tutte le cortigiane che tali girandole non ne avevano mai viste in una vita intera.
L'anziano seppur non ricordasse bene cosa fosse successo, si colmò l'alma di gioia e impaziente aspettò la notte successiva.
Non è però da me annoiarvi con troppi dettagli, fino a farvi diventare vecchi, e per restar nel succo vi dico, che per molti mesi quel giovinetto ebbe di che divertirsi notte dopo notte, ma poi si sa che giovinezza e vecchierellezza insieme non possono andar d'accordo per troppo tempo.
Il giovane cominciò a trovar troppo noioso quel vecchio che gli impediva di prolungare il proprio divertimento oltre i cancelli del mattino, e cominciò così a far dei bei tiri gobbi al pover'uomo, ridendosela della grossa.
Per prima cosa gli nascose i vestiti, che per tutto il giorno successivo, il sovrano fu costretto a rattopparsi di lenzuola e per il freddo gli duolse ogni osso che aveva in corpo.
La notte seguente firmò tutte le leggi al contrario, e all'anziano re non bastarono tutte le erbe del regno per farsi passare il mal di testa.
Poi passò tutta la notte a nuotar sotto le stelle, nel lago oltre le mura del castello, così che furono i reumatismi a far da morsa il giorno successivo.
Infine si stropicciò per tutta la notte la faccia, che le rughe del giorno dopo parevano scavate del doppio.
E fu così che dopo mesi di tiri mancini, il sovrano si addormentò per l'ultima volta; perché è esclusiva sola, di chi ha avuto un giovane in sé, di poter vivere almeno un giorno da re.
venerdì 26 agosto 2011
Dante - (carte estratte: 18 8 20 - tiraggio di Davide S.)
Girando di piazza in piazza, devo dir la verità, di storie ne ho narrate tante e altrettante ne ho collezionate; ma tra tutte quante, quella che mi appresto a raccontarvi a breve, di sicuro può fregiarsi del titolo di questione assai complessa.
Ma vi avverto sin da adesso, seguitemi con attenzione tra tutte le parole, perché a chi farà errore vedrò cader la testa.
Dante era solito girar di villaggio in villaggio, perché era un cantastorie.
Con il suo strumento incantava ogni piazza in cui sfilacciava le sue trame, manco fossero il filo che spunta dal maglione, che se tirato a dovere ti lascia in mutande in una sola mossa.
Egli era così bravo con le parole, che prima o poi tutti li lasciava in mutande.
Dante faceva il contadino ed era felice così, passava le sue giornate a seminare, a raccogliere e a lavorare la terra.
Aveva anche un pollaio di cui andava molto fiero, tanto che il suo miglior gallo, alla festa di paese, di premi ne aveva vinti almeno uno per ogni piuma che portava sulla coda.
Per scherzo a quel gallo, Dante aveva messo nome Dante.
I polli di Dante erano i più buoni di tutta la contea ed egli li vendeva a caro prezzo ai mercanti.
Dante fra tutti i cuochi del regno era quello più appassionato e nella sua osteria non c'era mai silenzio, si mangiava e cantava, e il buon vino esaltava i sapori che lui con gran maestria sapeva mettere in fila.
Egli era convinto che la materia prima fosse tutto perché un buon piatto riuscisse bene, e aveva così a cuore l'onestà del macellaio che gli vendeva la carne, che a lui dava da mangiare senza mai chiedere nulla in cambio.
E poi sarà stato segno del destino, ma anche quest'altro si chiamava Dante e soleva dirgli:
- Ricordati Dante, che qui tra Danti ci si intende!
E i due ogni volta che pronunziavano questo scioglilingua, scoppiavano a ridere.
Dante sul banco della sua macelleria al mercato, vendeva solo i polli migliori della contea, certo gonfiava un pò i prezzi ma era sicuro di non fare torto a nessuno; che se ciò che è troppo buono "non ha prezzo", di sicuro a fare un prezzo, meno di quello che "non ha" egli faceva.
Dante per stare sul sicuro comprava i polli di Dante, che non so se ve lo avevo già detto, ma egli possedeva anche un gallo che aveva vinto tanti premi quante erano le piume della sua coda.
Al mercato quel giorno c'era un pò di agitazione, perché si era sparsa la voce che la sera ci sarebbe stato in piazza lo spettacolo di Dante, un talentuoso cantastorie.
Dante quando venne l'ora del pranzo decise di andare all'osteria, e guarda te la fortuna, vi ci trovò Dante che intanto accordava il suo strumento; che a suonar con la pancia piena è tutta un'altra storia, infatti poco prima Dante gli aveva servito un pollo di Dante.
Al che quando si seppe che quello era il prodigioso cantastorie, subito tutti gli chiesero di farsi raccontare una storia.
Dante disse:
- Una storia val bene un pollo!
e Dante fu subito d'accordo.
Cominciò così la storia di Dante.
Dante andava in giro per il mondo e a camminar tanto gli venne fame, ma nelle tasche aveva così poche monete che invece di mangiarsi un gallo, dai suoi piedi colse e poi si cucinò un callo.
Proprio sul callo, Dante disperato entrò nell'osteria gridando:
- Mi hanno rubato il gallo!
Eh si! Perché la notte prima, qualcuno si era intrufolato nei luoghi che sono privati di Dante e il gallo da lì aveva trafugato.
Subito nell'osteria si fece un gran silenzio, chi poteva esser stato così vile a far sparire il gallo?
Certo ognuno aveva i suoi buoni o cattivi motivi, ma tra tutti chi è che aveva più ragioni di far torto a tutti gli altri?
Dante sapeva che fine avesse fatto il gallo, perché lo aveva preso lui per i suoi scopi, e gli sovvenne proprio in quel momento, che in piena notte aveva pensato:
- Se sono abbastanza scaltro nessuno capirà mai che ho preso io il gallo.
Per venire a capo della faccenda, di sicuro ci voleva qualcuno che fosse al di sopra di ogni questione.
Dante che ormai da una vita controvoglia faceva il giudice, caso vuole che quel giorno fosse proprio all'osteria e in quattro e quattro sedici, si vide costretto a portar tutti in tribunale, per venire a capo dell'intreccio.
Dante fece resistenza per andare in tribunale perché proprio non gli andava, Dante invece pensò che fosse giusto, perché anche se di cose ne aveva tante da fare in quel giorno, era anche un bene che la verità venisse a galla.
Dante incalzò facendo tante accuse, mentre Dante si difendeva; ad un certo punto anche Dante, che stranamente fino a quel momento era stato in silenzio, si alzò in piedi e ne disse quattro a tutti.
Improvvisamente Dante si accorse di qualcosa e gli fu tutto chiaro, così disse a gran voce:
- Il gallo l'ha rubato Dante e con le piume che son tante, quante i premi che il gallo stesso ha vinto, ci si è fatto un capello per essere il più bello.
Era vero!
Come era stato possibile che nessuno sino a quel momento se ne fosse accorto?
Perché Dante per tutto il tempo, aveva portato in testa un copricapo di piume nere di gallo dai riflessi verdi.
Ora era tutto chiaro, Dante in persona fu portato al patibolo, perché gli vollero tagliar via la testa sulla quale aveva portato il copricapo per tutto il giorno.
Il boia levò la scure e poi calò un colpo secco e la testa di Dante rotolò giù dagli scalini; ma da quel collo diviso con precisione sbucò subito dopo un'altra testa, manco fosse la coda di una lucertola, che il boia con prontezza di riflessi ristaccò di netto.
E ve l'avevo detto io all'inizio della storia, che chi non si sarebbe districato tra tutte le parole gli si sarebbe staccata la testa.
Ma neanche il tempo di fare questo ragionamento, che da quel collo sbucò fuori un'altra testa.
E il boia pronto staccò la nuova testa, poi la nuova ancora e quella dopo, e le teste furono ancora tante che faccio fatica a raccontarvele tutte, ma diciamo che furono almeno una per ogni storia che vi posso cantare e una per ogni piuma nera che il gallo portava sulla coda.
giovedì 7 luglio 2011
Le parole non dette - (carte estratte: 11 10 20)
Se ogni singola parola detta in un'intera vita potesse essere posta l'una sull'altra, tutte quelle linee aggrovigliate che si vedrebbero dall'alto, a colpo d'occhio ci restituirebbero l'idea di un'esistenza.
Ella era stata educata alle buone maniere e rispondeva in modo cortese a tutte le parole che le rivolgevano attenzione, e quando anche il suo pensiero fosse stato in disaccordo, trovava sempre il modo di non usar la sua lingua come fiamma.
Quando troppa era la misura che la separava dalla buona intenzione, per evitar che le parole atroci venissero perdute, le appuntava su un pezzetto di carta che poi appoggiava sulla lingua quasi fosse un'ostia.
Così facendo, quella parola che lei non gradiva appartenesse al suo linguaggio, le si andava a depositare in bocca, trasferendone l'inchiostro sulla lingua.
Tanti furono i foglietti che appoggiò in se stessa, quasi in numero pari ai giorni che fino a quel momento aveva vissuto, e parola su parola venne lasciata filtrare, sino a formare una fitta trama di inchiostro indelebile che le aveva quella lingua reso nera.
Ella che per le buone maniere era riconosciuta, dovette cominciare a parlar ponendosi la mano dinnanzi alla bocca, per evitare che quel nero di grotta umida atterrisse il suo interlocutore.
Ma ormai l'inchiostro era penetrato così a fondo tra le vene, che la lingua le andò presto in cancrena ed il dottore dovette porvi fine con un taglio netto.
Su quella lingua vi era la fitta trama di tutte le parole silenziose, che non la si poteva neanche sfiorare con lo sguardo, senza rischiare di venirne mutilato.
Poi quella punta venne sotterrata ed ogni giorno la sua padrona sulla tomba vi portava un fiore, intonando alla sua lingua, soltanto più preghiere senza parole.
sabato 21 maggio 2011
I sassolini bianchi di Melindola - (carte estratte: 20 3 8)
E' nella notte che si può scorgere meglio la luce.
Se fosse stato in pieno sole, non è che si sarebbe visto bene il raggio di luce ambrata che si faceva strada dal cielo.
Là nel bel mezzo del campo che quest'anno aveva dato solo troppi pochi frutti, c'era un raggrinzito melo e dalla finestra della casa lo si poteva vedere incorniciato, stretto tra le quattro linee degli infissi che formavano un quadrato.
Melindola se ne stava li a fissare la misera pianta pensando a tutti i debiti che aveva fatto per mangiare, quando pian piano scorse un raggio di luce che veniva giù dritto dalle stelle.
Era come quando in una giornata fosca, tra le nubi si fa strada un filo di sole, ma nello scuro quella lama era più decisa e puntuta, indicava con una certa insistenza qualcosa nel campo.
Lei decise di andare a vedere meglio.
L'aria della notte era impertinente e un po' per quello e un po' per timore, Melindola tremava leggermente.
Dove aveva visto la luce toccare la terra, scorse un sassolino bianco di fiume, liscio e freddo pareva aver poco a che fare con quei luoghi, il corso d'acqua più vicino era infatti a tre chilometri.
Lo liberò dalla terra.
Melindola ritornò in casa e mise il sassolino in uno dei due bauli vuoti che aveva in camera, poi andò a dormire.
La seconda notte, stette nel campo per vedere se la luce fosse tornata, ma nulla accadde.
Scoraggiata e delusa per non aver potuto assistere ad un secondo miracolo, tornò in casa.
Ma appena si sedette nella stanza, proprio come la sera prima, e il melo fu incorniciato dal quadrato della finestra, pian piano la luce ridiscese nel campo ad indicare lo stesso punto della notte precedente.
Li ad aspettarla c'era un nuovo sassolino bianco.
La terza notte, attraverso la finestra, la terza lama di luce le indicò il terzo sassolino.
La quarta notte il quarto, la quinta notte il quinto, la sesta notte il sesto e dopo sei mesi buoni, il centottantaquattresimo fu riposto nel baule.
Ma la notte successiva accadde un fatto che cambiò drasticamente la prospettiva della nostra storia.
Melindola si mise alla finestra fiduciosa di poter andare a raccogliere un altro sassolino una volta che la lama glielo avesse indicato, ed eccola la luce ancora una volta farsi strada dalle stelle.
Lei si portò le mani alle guance perchè una vampa di calore la invase, nonostante trovare sassolini fosse ormai una consuetudine, l'emozione estatica ogni volta era tanta.
E allora... la lama di luce non c'era più.
Tiro giù le mani per la sorpresa, e la lama di luce tornò la ad indicare nel campo.
- Oh bella questa, che stanotte è indecisa.
Lei riprova a mettere su le mani e la lama sparisce, poi giù e su, giù e su, giù e su e fuori dalla finestra c'è e non c'è ad ogni movimento.
Melindola strinse gli occhi per vederci meglio e la lama di luce cominciò a svelare la proprio natura.
Spostava le mani prima veloce poi lenta, in alto poi in basso cercando la posizione e non tralasciando il destra e il sinistra, coprendo con le mani tutto il quadrato della finestra.
Ed eccola lì la lama di luce, che nasceva da un riflesso sul vetro: la candela che rischiarava appena la stanza si rifletteva su una vecchia bilancia a due piatti, appoggiata su una mensola alle spalle della ragazza.
Che scherzo sciocco le aveva tirato una bilancia, che le aveva fatto collezionare centottantaquattro sassolini bianchi.
E infatti quella sera nel campo non trovò nessun altro sassolino.
La mattina seguente, le venne da ridere nel vedere da dietro la finestra quel campo malconcio che in questi mesi le aveva dato solo sassi.
Ma poi come in tutte le notti precedenti, vicino al melo cominciò a scorgere qualcosa, ed era il carro dei tributi con le guardie a bordo.
Da li a quando le sfondarono la porta a calci non passò molto e mentre l'ufficiale leggeva a voce alta le accuse, i militari trovarono sia la casa vuota che i due bauli nella camera da letto.
- Questo non pesa niente, è vuoto!
E poi aggiunsero
- Eccola! si è nascosta in quest'altro.
E via a tirare il baule pieno di sassolini bianchi, che ad ogni curva pareva lamentarsi per lo scrosciare delle pietre.
Così lo caricarono sul carro per andare a giustiziarlo e giunti al bordo del fiume, tre chilometri più in la, in quell'ansa dove era più profondo, ce lo calarono dentro con tale forza che andò in frantumi e tutti i centottantaquattro sassolini tornarono al loro fiume.
Dal baule vuoto venne fuori Melindola, così magra da non pesare quasi nulla, per colpa d'un melo raggrinzito.
domenica 6 febbraio 2011
Quanti sono i mattoni della città d'oro? - (carte estratte: 19 20 4)
Era impresa ardua contare di quanti mattoni d'oro fosse fatta la città oltre il fiume.
Di giorno il sole vi batteva forte e ne rifletteva una luce tale che era impossibile volgere gli occhi in quella direzione.
La notte le fitte nebbie che si sollevavano dalle acque che circondavano la città, la celavano in egual misura allo sguardo di chiunque si sentisse in grado di indovinarne il numero.
Mattone su mattone, strato su strato da sempre la città d'oro – così era stata chiamata in un patetica mancanza di fantasia – rappresentava un enigma per chiunque ne avesse voluto scoprire il segreto.
Era sempre stata là come un sole gemello sulla terra, ne si poteva scorgere il fulgore anche da molto lontano, e se aveste voluto raggiungerla partendo da oltre le montagne, come un faro diurno il bagliore vi avrebbe guidato sino a lei.
Attraversando prima le valli, poi i deserti, oltre i mari e tutte le pianure conosciute, fino al fiume che la separava dalla terra ferma e che le faceva da anello intorno, per voi sarebbe stato un lungo viaggio.
E fu proprio al fiume che due fratelli si ritrovarono per provare a risolvere una volta per tutte il mistero del numero dei mattoni.
Erano gli ultimi discendenti di una famiglia nobile d'animo, che da centinaia di generazioni aveva provato a risolvere l'arcano.
Ma si sa, che la speranza pervade i pensieri di ogni uomo, guidandolo a percorrere inevitabilmente strade già battute.
Sfidare la corrente del corso d'acqua era a detta di tutti un'impresa impossibile, e a dimostrarne questa tesi vi era il fiume.
Ogni tentativo non veniva perso per sempre, anzi veniva riproposto all'infinito agli occhi di chi si impegnava nell'impresa, perchè il fiume che procedeva tutto intorno alle mura era un anello che ruotava sempiterno senza sbocco sul mare, e dalla riva opposta alla città, si poteva scorgere trasportato dalla corrente, ogni singolo marchingegno che avesse provato a guadarlo e ogni singolo animo nobile che vi avesse creduto.
Tronchi di legno legati con corde di canapa, catapulte, trampoli, preghiere e dighe per deviare la corrente, non furono idee abbastanza efficaci per giungere sull'altra riva, e venivano trasportate dalla corrente a ciclo continuo, insiema al padre dei fratelli, al padre del padre, al nonno del padre del bisnonno del trisavolo del padre di quell'altro nonno, che mentre ormai da centinaia di anni sbracciavano in quelle acque per non affogare, cacciavano consigli a chi si apprestava a compiere l'impresa.
Non sempre le frasi che gridavano ai nuovi arrivati sulla riva erano chiare, perchè trasportati dalla corrente, solo per un breve periodo potevano essere seguiti nel discorso.
- Provate con della legna più spessaaaaa...
- Costruite una nave più grannnnn...
- Più in alto! Saltate più innnnn...
E alla fine il nuovo arrivato con il marchingegno messo a punto, finiva inevitabilmente per far parte di questo carosello.
Torniamo dunque ai nostri cari fratelli, che si scervellavano ormai da settimane su quale fosse il modo migliore per superare il fiume, ma gli antenati le avevano provate ormai tutte, che forse sarebbe convenuto esser nato qualche centinaio di anni prima, almeno qualche cosa avrebbero combinato.
Si, in quel caso probabilmente sarebbero finiti nel fiume a galleggiare all'infinito, a dar consigli finchè la voce reggeva, ma almeno si sarebbero levati il fastidio, di essere gli ultimi arrivati senza la benchè minima idea di cosa doversi inventare di nuovo, visto che le opzioni sembravano esaurite.
Allora ad uno dei due venne un'idea, e senza fare troppe parole fece un balzo lungo, cercando di saltare da un oggetto galleggiante ad un altro, come se fosse una sorta di ponte smozzicato qua e là, tanto ormai di legna in quel fiume ce n'era già abbastanza.
Ma fatti 10 balzi, finì tutto bagnato e cominciò a galleggiare in tondo, aggiungendosi al marasma.
E di li in poi gli antenati giù a rimproverarlo.
- Ma non fai attenzioneeeee, il trisavolo del nonno del cugino del parente terzoooo, usò la stessa tecnicaaaaa...
- Più in alto! Saltate più in altoooooo! Che genere di significato credi che abbiaaaaa...?
-Ci vuole più ingengno, l'avevo detto, barche più grosseeeee, tronchi più grossiiiiii...
Il fratello rimasto che per fortuna era sordo, decise di tentare l'ultima, perchè non aveva neanche figli da sperare che si gettassero nell'impresa.
Così si avvicinò all'acqua resa inquieta da tutte quelle cose che vi sbracciavano dentro e cominciò a soffiare dolcemente, delicatamente, piano... piano... sino a chetare la corrente, manco fosse una fiammella di candela e l'acqua fu allora ferma.
Le voci si erano zittite, gli animi si era calmati lasciando strada allo stupore, poi volse le spalle alla città d'oro, perchè sapeva che attraversare il fiume avrebbe generato nuove onde.
Il nonno uscì dall'acqua, il bisnonno del trisavolo si asciugò le mutande, il padre del parente del quinto si strizzò la giacchettina e uno ad uno misero i piedi sulla terraferma, al di qua del fiume.
La città d'oro rimase immacolata, il numero dei mattoni un mistero che alimentò per ancora molte centinaia di anni le dicerie su quanti davvero fossero e tutti gli antenati levarono finalmente le membra dalla gelida corrente.
domenica 29 agosto 2010
I dadi del mercante - (carte estratte: 0 1 20)
Il rione del mercato era sempre molto vivo, tra gli strilli dei venditori e lo stupore della gente, tutto ciò che poteva essere immaginato trovava posto sopra ai banchi.
In mezzo agli schiamazzi, vi era un nano che parlava piano piano ed invitava la gente ad accostarsi con molta discrezione, per vedere la mercanzia che aveva da offrire.
La sua mano sinistra aveva una curiosa particolarità, le dita che aveva in fila non erano cinque come quelle di tutti gli altri mortali, bensì sei.
L'affare che proponeva poteva sembrar molto conveniente e se tu fossi stato tra i suoi clienti, tra tutti gli oggetti che aveva a disposizione, avresti potuto sceglierne uno di tuo gradimento mettendo in pegno qualcosa di personale e scegliendo con cura un numero tra tre e diciotto; il nano, avrebbe tirato con la sua mano a sei dita tre dadi e se fosse uscito proprio il numero da te scelto, l'oggetto impegnato sarebbe andato perso, ma con tutti gli altri numeri, ti saresti portato via ciò che avevi desiderato.
Sul banco c'era ogni ben di Dio: pietre preziose, oli ed essenze, spezie che venivano da lontano, pizzi e merletti.
Va da sé che il nano era molto abile con i dadi, e non sbagliava mai un sol colpo, al mercato ne videro tante di persone che impegnarono ogni tipo di bene per sfidare la sorte, ed ogni volta che il mercante scaltro lanciava i suoi 3 dadi, poteva aggiungere un nuovo oggetto agli altri esposti.
Un giorno alla sua cassa si presentò un mendicante, tutto sporco dalla testa ai piedi, sui suoi stracci dei sonagli producevano musica ad ogni suo passo.
Il mercante disse: “Pover'uomo, perchè non sfidi la fortuna? Magari un po' d'oro potrebbe rimetterti a nuovo.”
L'uomo lercio rispose: “Giocherò contro di te, ma non per ciò che già possiedo. Quello che voglio è il tuo sesto dito e in cambio ti offro questi due sonagli d'oro.”
L'accattone si infilò la mano destra in una tasca del vestito lacero, e ne estrasse due sonagli rilucenti che porse al nano.
Con suo grande stupore, il mercante, notò che la mano dell'uomo aveva solo quattro dita.
Tutto intorno la gente cominciò a mormorare, ed il nano non si potè tirare indietro, pena la sua credibilità.
“Scelgo il tre” disse il mendicante “...e adesso spetta a te lanciare.”
I dadi rotolarono sul banco, li intorno si fece silenzio ed il nano trattenne il fiato, terrorizzato dal fatto che potesse perdere il suo prezioso dito.
“Tre!” gridò il nano “Mi dispiace, avete perso i vostri sonagli d'oro, signore.”
L'accattone andò via senza proferire una sola parola.
Il mercante non rimise i sonagli in gioco, ma decise di tenerli per se e ne fissò uno per ogni scarpa.
Venne la sera e raccolta tutta la mercanzia, s'avviò verso casa.
Per la strada era dolce sentire il suono dei sonagli che ad ogni passo facevano un'allegra melodia, ma quando fu un po' più buio ed il nano prese il vialetto di casa, i sonagli si staccarono dalle scarpe e come animati di vita propria, si mossero saltellando verso casa, anticipandolo di parecchi metri.
Al nano si raggelò il sangue e seguì con lo sguardo quelle due sferette d'oro che brillavano sotto la luce lunare.
Poi si fermarono a mezz'aria, immerse nel buio gli parvero come due occhi di cane che lo osservavano tra le pieghe della notte.
Poi gli occhi si mossero verso di lui e vide che appartenevano ad un molosso dal manto nero e lucido, che gli veniva incontro correndo, il nano non fece un passo fino a che il cane non gli serrò le fauci intorno alla gola; ma non fece in tempo a morderlo che fu fermato da un suono di sonagli.
Il mendicante lercio, fece un segno alla bestia che corse da lui, poi si voltò e i due sparirono nella notte.
Dalla casa del nano giunsero delle grida strozzate tra singhiozzi di pianto, il mercante si rialzò e corse verso la dimora, verso sua moglie e suo figlio di pochi mesi.
La donna piangeva e gridava, appena vide il marito disse: “Il bambino dormiva tranquillo nel suo lettino, ma dopo aver sentito un suono di sonagli a mosso i primi passi della sua vita, poi sono divenuti corsa per venirti incontro sul vialetto.”
Il mercante capì che non solo aveva perso i suoi nuovi sonagli, ma che quell'uomo lercio si era portato via il suo unico figliolo.
Decise così di fare quello che in quel momento gli parve più logico, prese un lungo coltellaccio che tenevano in cucina per sgozzar maiali e determinato si recise il sesto dito.
Il nano e la sua signora uscirono sotto il chiar di luna e nel giardino seppellirono il dito.
I primi raggi di sole che raggiunsero i due la mattina, illuminarono quel fazzoletto di terra da cui nacque un bocciolo, che da li a poco si dischiuse.
Al suo interno vi era un neonato che cominciò a strillare.
Il nano e la sua signora lo presero in braccio con gli occhi carichi di lacrime, si voltarono e rientrarono in casa.
Da quel giorno, perso il sesto dito, al nano non riuscì più un singolo tiro di dadi.
giovedì 26 agosto 2010
Il diavolo che faceva il sarto - (carte estratte: 15 11 20)
Quenzo tra tutti i diavoli minori era di sicuro quello più elegante.
Aveva passato tutta la sua esistenza a svolgere la professione di sarto cucendo abiti per gli altri diavoli, ma il vestito più bello lo stava confezionando per se.
La materia prima non mancava, con pelli umane faceva rotoli di stoffe, le arterie erano degli splendidi fiocchi se venivano trattate nel giusto modo, le ossa affettate per bene diventavano ottime asole nelle quali far passare occhi come bottoni.
Per non parlare poi dei capelli, delle lingue e delle unghie; erano talmente tanti i pregi dell'organismo umano che ne avrebbe decantato le lodi per ore.
Arrivò infine il giorno in cui il suo abito era quasi pronto, mancava solo un ultimo piccolo tocco di classe, un bel paio di gemelli fatti con due teste: su una manica l'uomo e sull'altra la donna.
Dispiegò le agili ali e con un sol colpo di reni fu abbastanza in alto per trovare da quella posizione di vantaggio una coppia di sposi che facesse al caso suo.
Ed eccoli li, piccolini tra le tombe: un becchino e la sua signora.
Quenzo fu lesto e con le braccia forti li agguantò, portandoli con se più in basso di quanto loro non avessero mai scavato.
Nel giro di sei respiri, i malcapitati si ritrovarono due solide corde strette intorno alla gola, tese a tal punto che i colli si erano assottigliati come due mignoli.
Il diavolo prese le forbici pronto a far saltare le teste.
L'uomo che in quella stretta situazione non poteva parlare, disse con le mani "Ho una sfida da proporti e se vinci, la tua soddisfazione di farci saltare le teste sarà maggiore."
Mai sfidare un diavolo, poichè solitamente accetta.
Quenzo sciolse i lacci e porse l'orecchio all'uomo, che disse: "Io diavolo ti sfido ad una prova di forza contro la mia signora"
La donna, che era minuta come un filo d'erba e leggera come una piuma, fece un sorriso alla bestia.
Quenzo disse: "Fin troppo gracile per pensare di poter vincere un diavolaccio della mia stazza, ma se questa è la vostra ultima parola, sarò lieto di accontentarvi"
Il diavolo decise che non sarebbe stato abbastanza divertente sconfiggere la donna impegnando tutte le sue membra, così si staccò di netto le ali scattanti e le piegò sino a farle diventare il corpo agile di una fiera, poi fece altrettanto con le braccia possenti e le mise a mò di testa della belva, creando fauci poderose con braccia e avambracci, e delle dita fece una fluente criniera.
Il leone pronto ad attaccare la minuta signora si fece grosso e minaccioso, ma lei che per un'intera vita aveva scavato sepolcri era ben abituata a comunicare con le creature del profondo.
Bastarono poche parole dolci, quelle giuste, che la fiera era pancia all'aria desiderosa di coccole.
L'uomo fu lesto a far scattare il giogo intorno alla gola del diavolo ed altrettanto svelto fu ad usare le forbici di Quenzo per metterlo a nudo.
Povero diavolo!
Perse così ali e braccia, e incatenato per la collottola non proferì parola mentre guardava i due mano nella mano allontanarsi, seguiti dalla terribile fiera ormai innocua come un gattino.
martedì 24 agosto 2010
La lanterna dei pensieri storti - (carte estratte: 16 9 20)
L'uomo dal cuore d'acqua camminava ogni giorno tra le querce secolari del bosco, aveva compiuto 9 volte 9 anni, ma fare lunghe passeggiate non lo spaventava.
Per tutta la sua vita aveva coltivato l'abitudine di conservare i ricordi in una lanterna magica, così da poterli rivedere proiettati su un muro ogni volta che ne aveva nostalgia.
Un giorno mentre stava raggiungendo una radura, assorto a contemplare la natura, si ritrovò gambe all'aria dopo che una tromba gli squillò in un orecchio.
Da un cespuglio saltò fuori un bambino di poco più di 6 anni, soffiò di nuovo nella tromba e poi scappò via divertito.
L'uomo recuperò la lanterna magica che era rotolata a terra e solo quando si apprestò a rivedere i suoi ricordi si accorse che erano tutti rimescolati.
Acquisì così la capacità di riconsiderare tutta la sua vita da una nuova prospettiva.
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